Che aspetto avrà il nostro corpo una volta risorti dai morti?

Fede.


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San Bartolomeo è rappresentato mentre tiene in mano la sua pelle, Santa Lucia ha gli occhi su un vassoio. È questo che ci aspetta alle porte del Paradiso?

Bartolomeo tiene in mano la sua pelle, Pietro Martire vaga con un coltello conficcato nella testa, Lucia tiene in mano un vassoio con sopra i propri occhi. I santi, anche quando vengono mostrati nella gloria – nella novità di vita che arriva con la resurrezione –, appaiono gioiosi con i lividi e i segni (e molto di più!) della vita che hanno condotto.

Sembra un po’ macabro, ma il punto è dire che la morte non ha alcun potere. La vita cristiana è una commedia – una storia a lieto fine.

“la morte è stata ingoiata per la vittoria”, come insegna San Paolo (1 Cor 15:54), e quindi le cose che segnano la rovina dei santi in questa vita diventano nella resurrezione i segni del trionfo. Con la pelle in mano, Bartolomeo e gli altri come lui possono dire con l’apostolo.”Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?” (1 Cor 15, 55).

Ovviamente questa rappresentazione non va presa alla lettera, né è semplicemente un’immagine. Quando ci vediamo proiettati nei santi, vediamo in primo luogo l’ingresso del Signore stesso nella nuova vita: “«Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani”, dice Cristo a Tommaso. “Stendi la tua mano, e mettila nel mio costato” (Gv 20, 25). Gesù risorge con i segni delle ferite. Come mostra il Libro dell’Apocalisse, è “un Agnello, come immolato” (Ap 5, 6).

La Scrittura non vuol dire che Gesù torna alla vita come hanno fatto Lazzaro (Gv 11, 1-44) e le altre persone risuscitate dal Signore (Lc 7, 11-17; 8, 52-56; Mt 27:52). Sono state riportate alla stessa vita biologica che conducevano in precedenza, una vita alla fine soggetta alla morte.

Con Gesù non è stato così. “Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui” (Rom 6, 9). Come scrive il sacerdote francese F.X. Durrwell, “non è tornato alla vita che aveva in precedenza, a questo mondo, a questo tempo”. I segni delle sue ferite non sono quelle della sua Passione e crocifissione che devono ancora guarire, né le cicatrici mortali di una battaglia cosmica. I segni delle sue ferite non sono difetti della sua carne, ma paradossalmente sono la forma stessa di un corpo pienamente vivo proprio perché è pienamente configurato nell’amore, perché è pienamente unito a Dio amore (cfr. 1 Gv 4, 8).

Potrebbe sembrare strano, ma padre Durrwell ha ragione quando aggiunge che “la vita della gloria è un perpetuare la sua morte”. La vita che Gesù conduce dopo la resurrezione – la “vita della gloria” – non cancella gli eventi della Settimana Santa, ma li porta avanti oltre la tomba. Sulla croce, Gesù si offre completamente, in obbedienza amorevole al Padre che lo ha mandato e, malgrado il nostro rifiuto, nell’amore per coloro a cui è stato mandato. Ed è proprio Gesù in questa forma – Gesù come dono perfetto – che risorge dalla tomba.

“La vita della gloria è un perpetuare la sua morte”, ed è così proprio perché la morte di Cristo è il momento della vittoria. La resurrezione, in noi come in Cristo, è il portare avanti e il rendere vivo tutto ciò che la carità divina vuole che siamo. Risorgiamo portando in qualche modo tutto ciò che siamo diventati venendo configurati all’amore di Dio. “Stendi la tua mano, e mettila nel mio costato” (Gv 20, 25), o per quanti si sono “rivestiti di Cristo” (Gal 3, 27) come Bartolomeo, Pietro e Lucia: “Tocca la mia pelle…”, “Osserva la mia testa…”, “Guarda i miei occhi…”.

Ancora una volta, non si tratta di immaginare i santi in questo modo preciso. San Giovanni insegna che “saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è”, ma comunque “ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato” (1 Gv 3, 4). Paolo, parlando della condizione del corpo in questa vita, dice che “la carne e il sangue non possono ereditare il regno di Dio” (1 Cor 15, 50).

L’Apostolo si chiede quindi cosa possiamo dire della resurrezione di Cristo e dunque anche della nostra.

Scrivendo ai Corinzi, afferma la realtà della resurrezione di Gesù: “Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture” (1 Cor 15, 3-4), e “se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede” (1 Cor 15, 14). Affida poi alla nostra immaginazione l’analogia con un seme: “quello che semini non è il corpo che nascerà, ma un semplice chicco… Si semina corruttibile e risorge incorruttibile; si semina ignobile e risorge glorioso, si semina debole e risorge pieno di forza” (1 Cor 15, 37, 42-43).

Tutto è soggetto a Colui che dice “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21, 5), e che lo fa non cancellando il passato, ma assumendo e rendendo vivo tutto ciò che la divina carità ci ha chiamati ad essere. “Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è il tuo pungiglione?” (1 Cor 15, 54-55).

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