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Home Parola di Dio Il Vangelo della Festa - Anno C Ascensione del Signore - Anno C - 12 maggio 2013

Ascensione del Signore – Anno C – 12 maggio 2013

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Riflettere sull’Ascensione significa verificare la nostra missionarietà.
Riflettere sull’Ascensione significa verificare la nostra missionarietà.

Nell’Ascensione,

il cerchio si chiude e i conti tornano.

 

At 1, 1-11

Eb 9, 24-28; 10, 19-23

Lc 24, 46-53

 

«Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio» (Lc 24, 51-53). La solennità dell’Ascensione esprime in pienezza la gloria del Cristo risorto e, con essa, il compimento del progetto salvifico desiderato fin dall’inizio dal Padre; infatti, questo è l’ultimo segno della presenza visibile lasciatoci dal Figlio, il quale, risalendo al cielo, ci dice come tutto sia da riconsegnare al Padre stesso. Nell’Ascensione, il cerchio si chiude e i conti tornano. La parola di Dio proposta – simile a un ghirigoro di note – compone una sinfonia di lode inneggiante alla grandezza del Signore, tramutandosi in una vera e propria dichiarazione di fede in Cristo risorto. Tutto assume il sapore della festa, tonante è il rimando al nitore del momento conclusivo dell’incarnazione di Gesù, tuttavia è anche il kayros di un nuovo inizio, d’un’altra fase della storia della salvezza.

L’Antico Testamento, attraverso un linguaggio simbolico e traslato, presenta le realtà di carattere superiore sempre collocate “in alto” o nei “nei cieli”; mentre tutto ciò che ha a che fare con l’imperfezione e l’instabilità – come ad esempio la morte e la malattia – collocato “in basso”, alla stregua degli inferi. Nell’immaginario antico, ogni cosa poteva essere divisa fra “alto” e “basso”; tanto che – secondo tale concezione cosmica – anche l’incontro fra Dio e l’uomo, avveniva lungo l’orizzonte di un piano verticale: Dio scendeva dal cielo per incontrare l’uomo e questo “ascendeva” a Dio a conclusione del suo cammino terreno. L’esistenza dell’uomo allora, non è solo un mero incedere, esso deve guardarsi bene dall’assumere le sembianze camuffate del solo progresso tecnologico o scientifico, vi è in gioco soprattutto un pellegrinaggio verso l’alto, verso la piena realizzazione umana. Leone Magno definiva l’Ascensione «la speranza del corpo», perché in questo evento il cristiano trova garanzia della vittoria della vita sulla morte, del riscatto finale dal decadimento.

La partenza di Gesù non è un addio; l’Ascensione va interpretata come l’inizio della nuova presenza del Signore nella Chiesa e in mezzo agli uomini. Per i discepoli vedere l’ascesa di Gesù è al contempo accogliere l’invito a continuare la sua missione. Gli evangelisti sottolineano, seppure con sfumature diverse, la necessità di non trovare riposo in questa visione, piuttosto mettersi in cammino per le strade del mondo. Lo sguardo dei discepoli al cielo rivelerà sempre una certa nostalgia; guardare al cielo non significa attendere nell’inoperosità la venuta di Cristo, l’attesa del suo ritorno si realizza nell’impegno della testimonianza e nella sollecitudine della carità per i fratelli.

Riflettere sull’Ascensione significa verificare la nostra missionarietà. Non si tratta solo di rimotivare – illuminati dalla parola di Dio – la propria vocazione, di cogliere questa occasione per rinnovare lo slancio di iniziative e progetti pastorali. Non è solo questione di dirsi che si può fare di più e magari anche meglio. Il sentirsi condotti dallo Spirito porta a chiedersi quale sia oggi il miglior servizio da rendere ai fratelli.

Oggi la Parola chiede ai cristiani di essere forti nella chiara conoscenza della verità, missionari perché capaci di guardare lontano, di saper interpretare gli avvenimenti alla luce di Dio, di saper comunicare lo splendore dei tempi ultimi. Essere missionari oggi vuol dire che i cristiani sanno rendersi partecipi della storia, assumendo anche la responsabilità politica degli stati e delle loro istituzioni.

Giuseppe Gravante

G. Gravante
Teologo della Liturgia. È docente di Liturgia presso l'Istituto di Musica Sacra e presso l'Istituto per la formazione laicale "J. Ratzinger" della Diocesi di Termoli-Larino. Nell'Arcidiocesi di Chieti-Vasto, è docente di Religione Cattolica. Ha studiato Filosofia e Teologia presso la Pontificia Università Lateranense; Archivistica Storica e Biblioteconomia presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e ha approfondito la propria formazione liturgica (attraverso seminari e corsi) presso i Pontifici Istituti Liturgici di "S. Anselmo" in Roma e di "S. Giustina" in Padova. È direttore del sito web di cultura e informazione cattolica SpeSalvi.it; collabora con diverse testate online di natura filosofico-teologico e con testate giornalistiche locali. Per Tau Editrice (febbraio 2016): Culmine e Fonte. L’evoluzione della Messa dal Concilio di Trento alla riforma del Vaticano II.

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Ascensione del Signore – Anno C – 12 maggio 2013

  

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Riflettere sull’Ascensione significa verificare la nostra missionarietà.

Nell’Ascensione,

il cerchio si chiude e i conti tornano.

 

At 1, 1-11

Eb 9, 24-28; 10, 19-23

Lc 24, 46-53

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«Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio» (Lc 24, 51-53). La solennità dell’Ascensione esprime in pienezza la gloria del Cristo risorto e, con essa, il compimento del progetto salvifico desiderato fin dall’inizio dal Padre; infatti, questo è l’ultimo segno della presenza visibile lasciatoci dal Figlio, il quale, risalendo al cielo, ci dice come tutto sia da riconsegnare al Padre stesso. Nell’Ascensione, il cerchio si chiude e i conti tornano. La parola di Dio proposta – simile a un ghirigoro di note – compone una sinfonia di lode inneggiante alla grandezza del Signore, tramutandosi in una vera e propria dichiarazione di fede in Cristo risorto. Tutto assume il sapore della festa, tonante è il rimando al nitore del momento conclusivo dell’incarnazione di Gesù, tuttavia è anche il kayros di un nuovo inizio, d’un’altra fase della storia della salvezza.

L’Antico Testamento, attraverso un linguaggio simbolico e traslato, presenta le realtà di carattere superiore sempre collocate “in alto” o nei “nei cieli”; mentre tutto ciò che ha a che fare con l’imperfezione e l’instabilità – come ad esempio la morte e la malattia – collocato “in basso”, alla stregua degli inferi. Nell’immaginario antico, ogni cosa poteva essere divisa fra “alto” e “basso”; tanto che – secondo tale concezione cosmica – anche l’incontro fra Dio e l’uomo, avveniva lungo l’orizzonte di un piano verticale: Dio scendeva dal cielo per incontrare l’uomo e questo “ascendeva” a Dio a conclusione del suo cammino terreno. L’esistenza dell’uomo allora, non è solo un mero incedere, esso deve guardarsi bene dall’assumere le sembianze camuffate del solo progresso tecnologico o scientifico, vi è in gioco soprattutto un pellegrinaggio verso l’alto, verso la piena realizzazione umana. Leone Magno definiva l’Ascensione «la speranza del corpo», perché in questo evento il cristiano trova garanzia della vittoria della vita sulla morte, del riscatto finale dal decadimento.

La partenza di Gesù non è un addio; l’Ascensione va interpretata come l’inizio della nuova presenza del Signore nella Chiesa e in mezzo agli uomini. Per i discepoli vedere l’ascesa di Gesù è al contempo accogliere l’invito a continuare la sua missione. Gli evangelisti sottolineano, seppure con sfumature diverse, la necessità di non trovare riposo in questa visione, piuttosto mettersi in cammino per le strade del mondo. Lo sguardo dei discepoli al cielo rivelerà sempre una certa nostalgia; guardare al cielo non significa attendere nell’inoperosità la venuta di Cristo, l’attesa del suo ritorno si realizza nell’impegno della testimonianza e nella sollecitudine della carità per i fratelli.

Riflettere sull’Ascensione significa verificare la nostra missionarietà. Non si tratta solo di rimotivare – illuminati dalla parola di Dio – la propria vocazione, di cogliere questa occasione per rinnovare lo slancio di iniziative e progetti pastorali. Non è solo questione di dirsi che si può fare di più e magari anche meglio. Il sentirsi condotti dallo Spirito porta a chiedersi quale sia oggi il miglior servizio da rendere ai fratelli.

Oggi la Parola chiede ai cristiani di essere forti nella chiara conoscenza della verità, missionari perché capaci di guardare lontano, di saper interpretare gli avvenimenti alla luce di Dio, di saper comunicare lo splendore dei tempi ultimi. Essere missionari oggi vuol dire che i cristiani sanno rendersi partecipi della storia, assumendo anche la responsabilità politica degli stati e delle loro istituzioni.

Giuseppe Gravante

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G. Gravante
Teologo della Liturgia. È docente di Liturgia presso l'Istituto di Musica Sacra e presso l'Istituto per la formazione laicale "J. Ratzinger" della Diocesi di Termoli-Larino. Nell'Arcidiocesi di Chieti-Vasto, è docente di Religione Cattolica. Ha studiato Filosofia e Teologia presso la Pontificia Università Lateranense; Archivistica Storica e Biblioteconomia presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e ha approfondito la propria formazione liturgica (attraverso seminari e corsi) presso i Pontifici Istituti Liturgici di "S. Anselmo" in Roma e di "S. Giustina" in Padova. È direttore del sito web di cultura e informazione cattolica SpeSalvi.it; collabora con diverse testate online di natura filosofico-teologico e con testate giornalistiche locali. Per Tau Editrice (febbraio 2016): Culmine e Fonte. L’evoluzione della Messa dal Concilio di Trento alla riforma del Vaticano II.

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