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Ancora qualcuno insiste col dire che san Pietro non giunse a Roma?

Una nota e riconoscibile tendenza anticattolica tende ad inquinare il dibattito storico-archeologico sulla presenza del Pescatore di Galilea a Roma per colpire e delegittimare il primato pontificio.

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Ricordo Simonetti che, a lezione, restava assorto ogni volta che citava questo passo, e qualche volta (anche ripetendosi), pensava ad alta voce: «Chissà cosa significa “che all’amore presiede”… Non si capisce di preciso, ma è chiaro che è una cosa grande». Un’altra cosa è chiarissima e pure precisa, e viene proprio dal contrasto tra l’enfasi dell’intestazione e la mancanza del riferimento al vescovo: non è il Papa che partecipa a Roma la sua primazia, bensì è il Papa che storicamente esprime la primazia romana, la quale – come si vedeva già dal testo di Clemente – dipende dalla sua peculiare apostolicità e non dall’essere la sede dell’impero (Ignazio difatti cita quel dato come accidentale).

Tacito e Ireneo

Pochi anni dopo il martirio di Ignazio al Colosseo, fu Tacito a dare una conferma dei dati espressi da Clemente, parlando delle “folle ingenti” (dato che comunque ci è difficile quantificare) raccoltesi attorno alla persecuzione in cui caddero – probabilmente con una qualche anteriorità di Pietro su Paolo – i due apostoli.

Attivo nella seconda metà del II secolo, Ireneo scrive fu il primo (poco prima di Tertulliano) a tentare una ricostruzione lineare che mettesse in una correlazione diretta la primazia petripaolina (l’accentramento sulla figura petrina sarebbe arrivato soprattutto dal IV secolo in poi) con l’episcopato romano, che proprio nei suoi anni si andava consolidando. Leggiamo perciò nella sua opera principale:

Ma poiché sarebbe troppo lungo in quest’opera enumerare le successioni di tutte le Chiese, prenderemo la Chiesa grandissima e antichissima e a tutti nota, la Chiesa fondata e stabilita a Roma dai due gloriosissimi apostoli Pietro e Paolo. Mostrando la Tradizione ricevuta dagli Apostoli e la fede annunciata agli uomini che giunge fino a noi attraverso le successioni dei vescovi confondiamo tutti coloro che in qualunque modo, o per infatuazione o per vanagloria o per cecità e per errore di pensiero, si riuniscono oltre quello che è giusto. Infatti con questa Chiesa, in ragione della sua origine più eccellente, deve necessariamente essere d’accordo ogni Chiesa, cioè i fedeli che vengono da ogni parte – essa nella quale per tutti gli uomini sempre è stata conservata la Tradizione che viene dagli Apostoli.

Dunque, dopo aver fondato ed edificato la Chiesa, i beati apostoli affidarono a Lino il servizio dell’episcopato; di questo Lino Paolo fa menzione nelle lettere a Timoteo. A lui succede Anacleto. Dopo di lui, al terzo posto a partire dagli apostoli, riceve in sorte l’episcopato Clemente, il quale aveva visto gli apostoli stessi e si era incontrato con loro ed aveva ancora nelle orecchie la loro predicazione e davanti agli occhi la loro tradizione.

Iren, Adv. Hær. III, 3,2-3

Le figure di Lino e Anacleto sono puri nomi, per noi, e viene il sospetto che anche Ireneo cerchi di colmare il vuoto delle fonti col rimando alle lettere tritopaoline. La forzatura più evidente sul piano storico, tuttavia, è la volontà di attestare che furono Pietro e Paolo a fondare la Chiesa di Roma: questo sarà pure necessario per l’impianto ecclesiologico di Ireneo (che contro gli gnostici brandiva la genealogia episcopale delle comunità cattoliche), ma appare difficilmente conciliabile col fatto che Paolo incontri nel 49 (anno in cui con ogni probabilità Pietro era impegnato ad Antiochia) Priscilla e Aquila esuli da Roma dopo l’editto col quale Claudio si toglieva di mezzo ai piedi «i giudei, che litigavano continuamente su istigazione di Chresto [sic!]» (così Svetonio).

Non ci è possibile stabilire chi abbia portato a Roma il cristianesimo, mentre siamo portati a escludere che siano stati Pietro e/o Paolo: ciò non toglie però che l’uno e l’altro siano stati a Roma, eccome, e che entrambi vi siano morti martiri negli anni ’60 del primo secolo.

La ricostruzione di Eusebio

Nel IV secolo Roma avrebbe cercato di radicare ancora di più la propria autorità ecclesiale/ecclesiastica nel primato petrino, valorizzando teologicamente momenti evangelici come la confessione di Pietro; tale era però l’intento dei romani pontefici, soprattutto da Damaso in poi, certo non di Eusebio, uomo di fiducia nel think tank di Costantino (il quale lavorava per il consolidamento della propria città, Costantinopoli, e non della vecchia Roma!). Che però la primazia ecclesiastica romana avesse una propria radice nel coincidere con la capitale dell’impero è un’impostura inusitata prima del Costantinopolitano I (381), e anzi lì si vide che la “nuova Roma” cercava di fare “il gioco delle tre carte” per accreditarsi sullo stesso piano primaziale della “antica Roma” (e inventando mitologiche storie sulla – mai prima d’allora attestata – fondazione della chiesa locale da parte di Andrea, guarda caso fratello di Pietro).

Insomma, il piatto era grosso e molti cercarono di prendervi parte, anche sgomitando (qualche volta in malo modo), ma Eusebio era un uomo mediamente onesto, oltre che uno col coraggio delle proprie idee teologiche (aveva simpatie ariane, benché moderate), e nella sua ricostruzione diede conto della radice apostolica del primato romano:

Si dice infatti che, al tempo di Nerone, proprio a Roma Paolo venne decapitato e Pietro crocifisso. Il nome di Pietro e Paolo, giunto fino ai nostri giorni sulle loro tombe, che si trovano a Roma, attesta la veridicità di questa storia, e così pure un uomo ecclesiastico, di nome Gaio, che visse al tempo di Zefirino, vescovo di Roma. Egli, disputando nei suoi scritti con Proclo, capo della setta dei Frigi, dice queste cose sui luoghi che custodiscono le sacre spoglie dei suddetti apostoli: «Io sono in grado di mostrare i trofei degli apostoli; andando infatti al Vaticano o lungo la via Ostiense, vi troverai i trofei di quelli che hanno fondato questa Chiesa». Che furono martirizzati entrambi nello stesso periodo lo conferma il vescovo di Corinto Dionigi nella sua lettera ai Romani, dicendo: «Voi avete unito, con una simile vendetta, le piante innestate a Roma e a Corinto da Pietro e Paolo. Noi siamo infatti il frutto dell’insegnamento che essi diffusero nella nostra Corinto e, ugualmente, anche in Italia; per questo furono martirizzati nello stesso tempo».

Eus., HE II,25,5-8

Negli scavi novecenteschi sotto all’altare di San Pietro venne fuori appunto che la basilica rinascimentale era costruita precisamente sopra quella costantiniana, e che qualche metro sotto l’altare di quella costantiniana si trovava, dunque a livello di ipogeo, un’edicola che fu appunto chiamata “Trofeo di Gaio”. Ora si può discutere quanto si vuole della storia delle basiliche e dello stato delle cose nel IV secolo, nonché dei graffiti in cui la Guarducci volle leggere (a torto?) le parole “Pietro è qui”, ma i fatti coralmente attestati da reperti archeologici e fonti documentarie dicono di una memoria costante e tuttora dimostrabile della presenza di Pietro in Vaticano e a Roma, almeno a partire dagli ultimi anni/decenni del I secolo (ossia dall’indomani della morte dell’apostolo).

Cosa più importante, però, e della quale maldestri apologeti del cristianesimo sovente si scordano, è che la memoria di Pietro non è mai disgiunta da quella di Paolo (forse le due sono collegate perfino nelle fantasiose peripezie delle Recognitiones pseudo-clementine, sotto la maschera drammatica di Simon Mago!), e che anche mille e passa anni dopo gli sforzi di Damaso e Leone Magno quando si dovettero scegliere le statue da mettere in piazza san Pietro non si optò (come nella Basilica Ostiense) per un puro criterio di rappresentatività archeologica, bensì si insistette sull’abbinamento delle “due colonne” della Chiesa di Roma. Del resto, quando Pio XII nel 1950 definì il dogma dell’Assunzione al Cielo di Maria in corpo e anima (prima e finora unica volta che veniva usata la famosa “infallibilità pontificia”), accennò alla primazia petrina nel lungo preambolo, ma nel testo della definizione vera e propria citò due volte i due apostoli, sempre e solo in coppia, sia

Ed è difficile che si dica qualcosa di sensato sulla presenza di Pietro o di Paolo a Roma – moltissimo resta ancora da dire – prescindendo da questi pochi appunti.

Originale: Aleteia.org
Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Una nota e riconoscibile tendenza anticattolica tende ad inquinare il dibattito storico-archeologico sulla presenza del Pescatore di Galilea a Roma per colpire e delegittimare il primato pontificio.

  

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Tacito e Ireneo

Pochi anni dopo il martirio di Ignazio al Colosseo, fu Tacito a dare una conferma dei dati espressi da Clemente, parlando delle “folle ingenti” (dato che comunque ci è difficile quantificare) raccoltesi attorno alla persecuzione in cui caddero – probabilmente con una qualche anteriorità di Pietro su Paolo – i due apostoli.

Attivo nella seconda metà del II secolo, Ireneo scrive fu il primo (poco prima di Tertulliano) a tentare una ricostruzione lineare che mettesse in una correlazione diretta la primazia petripaolina (l’accentramento sulla figura petrina sarebbe arrivato soprattutto dal IV secolo in poi) con l’episcopato romano, che proprio nei suoi anni si andava consolidando. Leggiamo perciò nella sua opera principale:

Ma poiché sarebbe troppo lungo in quest’opera enumerare le successioni di tutte le Chiese, prenderemo la Chiesa grandissima e antichissima e a tutti nota, la Chiesa fondata e stabilita a Roma dai due gloriosissimi apostoli Pietro e Paolo. Mostrando la Tradizione ricevuta dagli Apostoli e la fede annunciata agli uomini che giunge fino a noi attraverso le successioni dei vescovi confondiamo tutti coloro che in qualunque modo, o per infatuazione o per vanagloria o per cecità e per errore di pensiero, si riuniscono oltre quello che è giusto. Infatti con questa Chiesa, in ragione della sua origine più eccellente, deve necessariamente essere d’accordo ogni Chiesa, cioè i fedeli che vengono da ogni parte – essa nella quale per tutti gli uomini sempre è stata conservata la Tradizione che viene dagli Apostoli.

Dunque, dopo aver fondato ed edificato la Chiesa, i beati apostoli affidarono a Lino il servizio dell’episcopato; di questo Lino Paolo fa menzione nelle lettere a Timoteo. A lui succede Anacleto. Dopo di lui, al terzo posto a partire dagli apostoli, riceve in sorte l’episcopato Clemente, il quale aveva visto gli apostoli stessi e si era incontrato con loro ed aveva ancora nelle orecchie la loro predicazione e davanti agli occhi la loro tradizione.

Iren, Adv. Hær. III, 3,2-3

Le figure di Lino e Anacleto sono puri nomi, per noi, e viene il sospetto che anche Ireneo cerchi di colmare il vuoto delle fonti col rimando alle lettere tritopaoline. La forzatura più evidente sul piano storico, tuttavia, è la volontà di attestare che furono Pietro e Paolo a fondare la Chiesa di Roma: questo sarà pure necessario per l’impianto ecclesiologico di Ireneo (che contro gli gnostici brandiva la genealogia episcopale delle comunità cattoliche), ma appare difficilmente conciliabile col fatto che Paolo incontri nel 49 (anno in cui con ogni probabilità Pietro era impegnato ad Antiochia) Priscilla e Aquila esuli da Roma dopo l’editto col quale Claudio si toglieva di mezzo ai piedi «i giudei, che litigavano continuamente su istigazione di Chresto [sic!]» (così Svetonio).

Non ci è possibile stabilire chi abbia portato a Roma il cristianesimo, mentre siamo portati a escludere che siano stati Pietro e/o Paolo: ciò non toglie però che l’uno e l’altro siano stati a Roma, eccome, e che entrambi vi siano morti martiri negli anni ’60 del primo secolo.

La ricostruzione di Eusebio

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Nel IV secolo Roma avrebbe cercato di radicare ancora di più la propria autorità ecclesiale/ecclesiastica nel primato petrino, valorizzando teologicamente momenti evangelici come la confessione di Pietro; tale era però l’intento dei romani pontefici, soprattutto da Damaso in poi, certo non di Eusebio, uomo di fiducia nel think tank di Costantino (il quale lavorava per il consolidamento della propria città, Costantinopoli, e non della vecchia Roma!). Che però la primazia ecclesiastica romana avesse una propria radice nel coincidere con la capitale dell’impero è un’impostura inusitata prima del Costantinopolitano I (381), e anzi lì si vide che la “nuova Roma” cercava di fare “il gioco delle tre carte” per accreditarsi sullo stesso piano primaziale della “antica Roma” (e inventando mitologiche storie sulla – mai prima d’allora attestata – fondazione della chiesa locale da parte di Andrea, guarda caso fratello di Pietro).

Insomma, il piatto era grosso e molti cercarono di prendervi parte, anche sgomitando (qualche volta in malo modo), ma Eusebio era un uomo mediamente onesto, oltre che uno col coraggio delle proprie idee teologiche (aveva simpatie ariane, benché moderate), e nella sua ricostruzione diede conto della radice apostolica del primato romano:

Si dice infatti che, al tempo di Nerone, proprio a Roma Paolo venne decapitato e Pietro crocifisso. Il nome di Pietro e Paolo, giunto fino ai nostri giorni sulle loro tombe, che si trovano a Roma, attesta la veridicità di questa storia, e così pure un uomo ecclesiastico, di nome Gaio, che visse al tempo di Zefirino, vescovo di Roma. Egli, disputando nei suoi scritti con Proclo, capo della setta dei Frigi, dice queste cose sui luoghi che custodiscono le sacre spoglie dei suddetti apostoli: «Io sono in grado di mostrare i trofei degli apostoli; andando infatti al Vaticano o lungo la via Ostiense, vi troverai i trofei di quelli che hanno fondato questa Chiesa». Che furono martirizzati entrambi nello stesso periodo lo conferma il vescovo di Corinto Dionigi nella sua lettera ai Romani, dicendo: «Voi avete unito, con una simile vendetta, le piante innestate a Roma e a Corinto da Pietro e Paolo. Noi siamo infatti il frutto dell’insegnamento che essi diffusero nella nostra Corinto e, ugualmente, anche in Italia; per questo furono martirizzati nello stesso tempo».

Eus., HE II,25,5-8

Negli scavi novecenteschi sotto all’altare di San Pietro venne fuori appunto che la basilica rinascimentale era costruita precisamente sopra quella costantiniana, e che qualche metro sotto l’altare di quella costantiniana si trovava, dunque a livello di ipogeo, un’edicola che fu appunto chiamata “Trofeo di Gaio”. Ora si può discutere quanto si vuole della storia delle basiliche e dello stato delle cose nel IV secolo, nonché dei graffiti in cui la Guarducci volle leggere (a torto?) le parole “Pietro è qui”, ma i fatti coralmente attestati da reperti archeologici e fonti documentarie dicono di una memoria costante e tuttora dimostrabile della presenza di Pietro in Vaticano e a Roma, almeno a partire dagli ultimi anni/decenni del I secolo (ossia dall’indomani della morte dell’apostolo).

Cosa più importante, però, e della quale maldestri apologeti del cristianesimo sovente si scordano, è che la memoria di Pietro non è mai disgiunta da quella di Paolo (forse le due sono collegate perfino nelle fantasiose peripezie delle Recognitiones pseudo-clementine, sotto la maschera drammatica di Simon Mago!), e che anche mille e passa anni dopo gli sforzi di Damaso e Leone Magno quando si dovettero scegliere le statue da mettere in piazza san Pietro non si optò (come nella Basilica Ostiense) per un puro criterio di rappresentatività archeologica, bensì si insistette sull’abbinamento delle “due colonne” della Chiesa di Roma. Del resto, quando Pio XII nel 1950 definì il dogma dell’Assunzione al Cielo di Maria in corpo e anima (prima e finora unica volta che veniva usata la famosa “infallibilità pontificia”), accennò alla primazia petrina nel lungo preambolo, ma nel testo della definizione vera e propria citò due volte i due apostoli, sempre e solo in coppia, sia

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