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Ancora qualcuno insiste col dire che san Pietro non giunse a Roma?

Una nota e riconoscibile tendenza anticattolica tende ad inquinare il dibattito storico-archeologico sulla presenza del Pescatore di Galilea a Roma per colpire e delegittimare il primato pontificio.

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Le Scritture

Quanto alla riserva sulle tracce scritturistiche del viaggio di Pietro a Roma, bisogna comunque ricordare almeno la prima delle due lettere che la tradizione canonica attribuisce al Primo degli apostoli, e in particolare il penultimo versetto, quello con cui si concludono i saluti:

Vi saluta la comunità che è stata eletta come voi e dimora in Babilonia; e anche Marco, mio figlio.

1Pt 5, 13

Che posto abbia il lavoro redazionale nella stesura di questo testo dal greco elegante eppure costellato di semitismi, è tema ampiamente dibattuto dagli studiosi, come è giusto che sia. Sta di fatto che la “Babilonia” di cui si parlava non era la metropoli orientale bensì il centro dell’impero pagano (l’autore dell’Apocalisse – Apoc 17, 9 – avrebbe ripreso la medesima immagine, ma premurandosi di precisare che questa Babilonia misteriosa sta su sette colli ed ha conosciuto sette re…). La situazione che vi si descrive è di tensione e di pericolo, ma non di aperta persecuzione, e questo ha portato diversi studiosi a sostenerne una datazione alta, coincidente con gli ultimi anni della vita di Pietro.

La sicumera con cui il confuso autore di cui sopra esclude dalla Scrittura ogni traccia della presenza di Pietro a Roma si spiega solo con una crassa e ciononostante tracotante ignoranza o con l’influenza di una certa tendenza anticattolica a colpire la presenza di Pietro a Roma per delegittimare la primazia. Ciascuno vede da sé quanto siano accettabili tanto la prima quanto la seconda di queste ipotesi.

Clemente Romano e Ignazio di Antiochia

Uno dei punti in cui l’inadeguatezza del donchisciottesco polemista si manifesta più lampante è la sua “premessa sostanziale”: «Fino agli albori del cristianesimo non esisteva un “papa” ma solo dei “vescovi”». In realtà, per tutto il primo secolo ci mancano attestazioni non solo del papato (né romano né di altrove) – poiché la primazia è un’altra cosa, e quella sta nelle Scritture –, ma anche dell’episcopato. Quel che sicuramente esisteva era una serie di strutture presbiterali locali, analoghe (per il poco che ci è dato conoscere) al modello sinagogale che in quegli stessi anni si andava consolidando. Nella stessa Roma, malgrado la ricostruzione di Ireneo (che vedremo tra poco), non abbiamo un vero episcopato monarchico degno di questo nome – cioè con figure giuridicamente forti e autonome – prima di Vittore, il Papa coevo di Ireneo (siamo nel 180). Esistevano però fin da subito delle “figure di riferimento”, delle “autorità morali”, forse dei “primi inter pares”, e uno dei più noti è Clemente, autore della nota “Lettera ai Corinzi”. La quale lettera esiste precisamente perché i cristiani di Corinto, essendo in dissidio interno, cercarono una figura arbitrale e l’hanno individuata non nella più vicina e grande chiesa di Efeso (la quale avrebbe di lì a poco assunto ruolo di metropolia), bensì in quella di Roma. Fatti.

Abbiamo malauguratamente perso la lettera dei Corinzi ai Romani, ma nella risposta che Clemente scrive a nome della Chiesa di Roma si legge:

[…] veniamo agli atleti che ci sono vicini, prendiamo i nobili esempi della nostra generazione. Per gelosia e invidia le colonne più alte e più giuste sono state perseguitate e hanno combattuto fino alla morte. Mettiamoci davanti agli occhi i valorosi apostoli! Pietro, che per una ingiusta gelosia ha dovuto sopportare non una o due, ma più sofferenze e, avendo così reso testimonianza, se in è andato al luogo di gloria a lui dovuto. Per gelosia e contesa Paolo ha mostrato il premio per la costanza: sette volte in catene, esiliato, preso a sassate, araldo in oriente e occidente ha ottenuto la nobile gloria per la sua fede. Ha insegnato la giustizia al mondo intero, si è spinto sino all’estremo confine d’occidente e ha reso testimonianza davanti ai potenti: così ha lasciato immondo e se ne è andato al luogo santo, essendo divenuto uno straordinario modello di sopportazione. Intorno a questi uomini vissuti santamente si è raccolta una grande moltitudine di eletti, che, per aver patito a causa della gelosia molti oltraggi e tormenti, sono stati uno splendido esempio fra di noi.

Clem., Cor. 5-6,1

Qualcuno ha obiettato: «Non si parla di Roma», in quel testo. Ecco come i testi non si leggono. I primi capitoli del testo sono infatti una specie di scambio di convenevoli tra le due comunità, basta non limitarsi alle due righe citate per capirlo. Il senso è proprio che Clemente e la Chiesa da lui presieduta rispondono alla chiamata di Corinto (della quale riconoscono il nobile gonfalone di matrice paolina) esibendo il proprio. Simonetti infatti commentava:

È il primo indizio dell’esaltazione di Pietro e Paolo come figure di riferimento della chiesa di Roma, il che non implica nessuna idea di trasmissione petrina, proprio perché i punti di riferimento sono due e a pari titolo; è incerto infatti se per l’autore sia più importante Pietro o Paolo, perché le ragioni della retorica consentono entrambe le soluzioni. Pietro è nominato per primo forse perché poteva essere morto prima di Paolo; questi però ha più spazio, forse perché più legato alla comunità di Corinto. […] | […] La memoria comune e il senso di un comune primato si mantenne a lungo nella chiesa di Roma, così come il modello ecclesiale della concordia apostolorum, come attestato dall’Ambrosiaster […]

Manlio Simonetti – Emanuela Prinzivalli, Seguendo Gesù I, 464-465

Pochi anni dopo fu un altro grande autore a cavallo tra i primi due secoli a magnificare la Chiesa di Roma: mentre proprio al centro dell’Impero veniva portato in catene per essere gettato ad beluas, il vescovo di Antiochia, Ignazio (forse il vero inventore e propagatore dell’episcopato monarchico), scrisse sette lettere indirizzate agli altrettanti vescovi di altrettante chiese. Ovvero, le lettere erano sette e sette le chiese, ma i vescovi erano sei, perché – quantunque Ignazio battesse enormemente sull’importanza del vescovo per una Chiesa («dov’è il vescovo, là è la Chiesa», leggiamo nei suoi scritti) – v’era una Chiesa della quale egli non menziona il vescovo, malgrado la lodi come quella assolutamente più importante di tutte. La Chiesa di Roma. Probabilmente perché non c’era, a Roma, un vescovo (come quello che avevano le altre chiese). Leggiamo l’intestazione della sua Lettera ai Romani:

Ignazio, detto anche Teoforo, alla Chiesa che ha trovato misericordia nella grandezza del Padre altissimo e di Gesù Cristo suo unico figlio, amata e illuminata nel volere di colui che ha voluto tutto ciò che esiste, secondo l’amore di Gesù Cristo, il Dio nostro, lei che proprio nel territorio della città di Roma presiede, degna di Dio, degna di onore, degna di benedizione, degna di lode, degna di successo, degnamente pura, e che all’amore presiede, nella legge di Cristo, avente il nome del Padre: la saluto nel nome di Gesù Cristo, figlio del Padre; a coloro che sono uniti nella carne e nello spirito a ogni suo precetto, ripieni della grazia di Dio, senza differenze e depurati da ogni tinta estranea, auguro ogni bene senza macchia alcuna in Gesù Cristo, il nostro Dio.

Ign., Rom., prol.

Originale: Aleteia.org
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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Quanto alla riserva sulle tracce scritturistiche del viaggio di Pietro a Roma, bisogna comunque ricordare almeno la prima delle due lettere che la tradizione canonica attribuisce al Primo degli apostoli, e in particolare il penultimo versetto, quello con cui si concludono i saluti:

Vi saluta la comunità che è stata eletta come voi e dimora in Babilonia; e anche Marco, mio figlio.

1Pt 5, 13

Che posto abbia il lavoro redazionale nella stesura di questo testo dal greco elegante eppure costellato di semitismi, è tema ampiamente dibattuto dagli studiosi, come è giusto che sia. Sta di fatto che la “Babilonia” di cui si parlava non era la metropoli orientale bensì il centro dell’impero pagano (l’autore dell’Apocalisse – Apoc 17, 9 – avrebbe ripreso la medesima immagine, ma premurandosi di precisare che questa Babilonia misteriosa sta su sette colli ed ha conosciuto sette re…). La situazione che vi si descrive è di tensione e di pericolo, ma non di aperta persecuzione, e questo ha portato diversi studiosi a sostenerne una datazione alta, coincidente con gli ultimi anni della vita di Pietro.

La sicumera con cui il confuso autore di cui sopra esclude dalla Scrittura ogni traccia della presenza di Pietro a Roma si spiega solo con una crassa e ciononostante tracotante ignoranza o con l’influenza di una certa tendenza anticattolica a colpire la presenza di Pietro a Roma per delegittimare la primazia. Ciascuno vede da sé quanto siano accettabili tanto la prima quanto la seconda di queste ipotesi.

Clemente Romano e Ignazio di Antiochia

Uno dei punti in cui l’inadeguatezza del donchisciottesco polemista si manifesta più lampante è la sua “premessa sostanziale”: «Fino agli albori del cristianesimo non esisteva un “papa” ma solo dei “vescovi”». In realtà, per tutto il primo secolo ci mancano attestazioni non solo del papato (né romano né di altrove) – poiché la primazia è un’altra cosa, e quella sta nelle Scritture –, ma anche dell’episcopato. Quel che sicuramente esisteva era una serie di strutture presbiterali locali, analoghe (per il poco che ci è dato conoscere) al modello sinagogale che in quegli stessi anni si andava consolidando. Nella stessa Roma, malgrado la ricostruzione di Ireneo (che vedremo tra poco), non abbiamo un vero episcopato monarchico degno di questo nome – cioè con figure giuridicamente forti e autonome – prima di Vittore, il Papa coevo di Ireneo (siamo nel 180). Esistevano però fin da subito delle “figure di riferimento”, delle “autorità morali”, forse dei “primi inter pares”, e uno dei più noti è Clemente, autore della nota “Lettera ai Corinzi”. La quale lettera esiste precisamente perché i cristiani di Corinto, essendo in dissidio interno, cercarono una figura arbitrale e l’hanno individuata non nella più vicina e grande chiesa di Efeso (la quale avrebbe di lì a poco assunto ruolo di metropolia), bensì in quella di Roma. Fatti.

Abbiamo malauguratamente perso la lettera dei Corinzi ai Romani, ma nella risposta che Clemente scrive a nome della Chiesa di Roma si legge:

[…] veniamo agli atleti che ci sono vicini, prendiamo i nobili esempi della nostra generazione. Per gelosia e invidia le colonne più alte e più giuste sono state perseguitate e hanno combattuto fino alla morte. Mettiamoci davanti agli occhi i valorosi apostoli! Pietro, che per una ingiusta gelosia ha dovuto sopportare non una o due, ma più sofferenze e, avendo così reso testimonianza, se in è andato al luogo di gloria a lui dovuto. Per gelosia e contesa Paolo ha mostrato il premio per la costanza: sette volte in catene, esiliato, preso a sassate, araldo in oriente e occidente ha ottenuto la nobile gloria per la sua fede. Ha insegnato la giustizia al mondo intero, si è spinto sino all’estremo confine d’occidente e ha reso testimonianza davanti ai potenti: così ha lasciato immondo e se ne è andato al luogo santo, essendo divenuto uno straordinario modello di sopportazione. Intorno a questi uomini vissuti santamente si è raccolta una grande moltitudine di eletti, che, per aver patito a causa della gelosia molti oltraggi e tormenti, sono stati uno splendido esempio fra di noi.

Clem., Cor. 5-6,1

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È il primo indizio dell’esaltazione di Pietro e Paolo come figure di riferimento della chiesa di Roma, il che non implica nessuna idea di trasmissione petrina, proprio perché i punti di riferimento sono due e a pari titolo; è incerto infatti se per l’autore sia più importante Pietro o Paolo, perché le ragioni della retorica consentono entrambe le soluzioni. Pietro è nominato per primo forse perché poteva essere morto prima di Paolo; questi però ha più spazio, forse perché più legato alla comunità di Corinto. […] | […] La memoria comune e il senso di un comune primato si mantenne a lungo nella chiesa di Roma, così come il modello ecclesiale della concordia apostolorum, come attestato dall’Ambrosiaster […]

Manlio Simonetti – Emanuela Prinzivalli, Seguendo Gesù I, 464-465

Pochi anni dopo fu un altro grande autore a cavallo tra i primi due secoli a magnificare la Chiesa di Roma: mentre proprio al centro dell’Impero veniva portato in catene per essere gettato ad beluas, il vescovo di Antiochia, Ignazio (forse il vero inventore e propagatore dell’episcopato monarchico), scrisse sette lettere indirizzate agli altrettanti vescovi di altrettante chiese. Ovvero, le lettere erano sette e sette le chiese, ma i vescovi erano sei, perché – quantunque Ignazio battesse enormemente sull’importanza del vescovo per una Chiesa («dov’è il vescovo, là è la Chiesa», leggiamo nei suoi scritti) – v’era una Chiesa della quale egli non menziona il vescovo, malgrado la lodi come quella assolutamente più importante di tutte. La Chiesa di Roma. Probabilmente perché non c’era, a Roma, un vescovo (come quello che avevano le altre chiese). Leggiamo l’intestazione della sua Lettera ai Romani:

Ignazio, detto anche Teoforo, alla Chiesa che ha trovato misericordia nella grandezza del Padre altissimo e di Gesù Cristo suo unico figlio, amata e illuminata nel volere di colui che ha voluto tutto ciò che esiste, secondo l’amore di Gesù Cristo, il Dio nostro, lei che proprio nel territorio della città di Roma presiede, degna di Dio, degna di onore, degna di benedizione, degna di lode, degna di successo, degnamente pura, e che all’amore presiede, nella legge di Cristo, avente il nome del Padre: la saluto nel nome di Gesù Cristo, figlio del Padre; a coloro che sono uniti nella carne e nello spirito a ogni suo precetto, ripieni della grazia di Dio, senza differenze e depurati da ogni tinta estranea, auguro ogni bene senza macchia alcuna in Gesù Cristo, il nostro Dio.

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