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Ancora qualcuno insiste col dire che san Pietro non giunse a Roma?

Una nota e riconoscibile tendenza anticattolica tende ad inquinare il dibattito storico-archeologico sulla presenza del Pescatore di Galilea a Roma per colpire e delegittimare il primato pontificio.

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Ho sempre ammirato la memoria del padre Antonio Ferrua, austero gesuita archeologo, la cui mitezza era pareggiata solo dal rigore deontologico: un suo confratello, che visse lungamente con lui, mi raccontò come Pio XII lo esortasse a esporsi con un poco di audacia quanto ai ritrovamenti (oggettivamente suggestivi e notevoli) negli scavi della necropoli vaticana, anche lasciandogli intendere che l’ecclesiastico cui si fosse dovuto un simile ritrovamento avrebbe facilmente meritato la porpora romana… Ferrua però era un ricercatore onesto e ricordò al Papa che l’archeologia non è una scienza esatta, e inoltre che sarebbe stato metodologicamente poco trasparente sostanziare la primazia pontificia (che deriva dal diritto divino) con un ritrovamento archeologico (per sua natura esposto ai rovesci delle ricerche a venire). Aveva appena una quarantina d’anni, altri avrebbero dato un braccio per ricevere la berretta cardinalizia: a lui veniva chiesto “soltanto” un articolo entusiasta… e non lo scrisse. Ebbe molto coraggio, e con la sua costante abnegazione (ebbi modo di scorrere i quaderni dei suoi appunti: ricostruiva epigrafi anche sul retro degli scontrini!) servì lodevolmente la Chiesa e la cattedra Romana.

La storia delle reliquie di san Pietro – in questi giorni tornata in auge grazie alla spedizione di un frammento delle stesse da Papa Francesco al Patriarca Bartolomeo – è avvincente ma presenta punti nebulosi, domande senza risposte e questioni tuttora aperte: le ricostruzioni di Margherita Guarducci hanno l’ambiguo pregio di assomigliare a quelle di persone così intelligenti che rendono ragione anche di quanto non sembra veramente provato sul piano storico.

Negare che Pietro sia stato a Roma

Ciò detto, e posto quindi in avanti che non si hanno intenzioni più apologetiche che storiche, spingersi ad affermare che Pietro non sia mai venuto a Roma è irragionevole e insostenibile, eppure questo è quanto un amico mi ha indicato proprio all’indomani del dono di Francesco a Bartolomeo, mostrandomi il farneticante delirio di un tale che si professava testimone di Geova: vi si trovavano confusi, come in una maionese impazzita, il dogma dell’infallibilità pontificia, gli scavi archeologici in Vaticano, le fonti documentarie e quelle bibliche. Da una parte l’autore vi affermava che soltanto alle fonti bibliche bisogna prestare fede (ma non se indicano la divinità del Messia, evidentemente…), e dall’altro si appoggiava al discorso del vescovo Joseph Georg Strossmayer (che al Vaticano I criticò l’opportunità di definire il dogma dell’infallibilità pontificia). Di Eusebio di Cesarea egli scrive:

Eusebio, uno degli uomini più istruiti del suo tempo, che scrisse la storia della chiesa fino all’anno 325 dopo Cristo, affermò che Pietro non è mai stato a Roma.

Poco dopo invece afferma che le

testimonianze di terza e quarta battuta […] esplodono dopo la rivoluzione di Costantino attraverso tutta la letteratura promossa da Eusebio di Cesarea al fine di fondare e dare organicità ad una dottrina univoca.

È davvero più facile decifrare gli ambigui segni individuati dalla Guarducci sulla memoria Petri che capire cosa intendesse il Nostro nelle ultime parole di questa frase, ma il bello è che poco dopo egli torni a parlare di Eusebio, definendolo «autore storicamente inattendibile».

Con le farneticazioni, come si sa, non c’è da perdere tempo, ma perfino da un’accozzaglia di frasi sconnesse si può cogliere l’occasione per fare un po’ di chiarezza. Devono essere chiari tre punti:

 
  1. è vero (con riserva) che nessuno scritto del Nuovo Testamento fa riferimento a un viaggio di Pietro a Roma;
  2. è vero che la presenza di Pietro a Roma (ma non l’identificazione del luogo del martirio né delle memoriæ) ha molto a che fare con la faccenda del primato (che è primato romano, prima e più che petrino, donde promana il primato pontificio);
  3. è vero infatti che Pietro non fu, se non in senso mistico (diciamo “in pectore”, ma senza esercitare le prerogative papali posteriormente definite) “il primo Papa”, bensì fu uno dei primi pastori (ma non fondatore) di una comunità cristiana romana.

Nessuno, insomma, invita ad assumere acriticamente le dichiarazioni degli autori, tanto più se tardi, ma squalificarli a prescindere in forza di una petizione di principio (come se la Scrittura non ce l’avessero trasmessa sempre essi stessi!) è metodologicamente irricevibile.

Originale: Aleteia.org
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Ancora qualcuno insiste col dire che san Pietro non giunse a Roma?

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La storia delle reliquie di san Pietro – in questi giorni tornata in auge grazie alla spedizione di un frammento delle stesse da Papa Francesco al Patriarca Bartolomeo – è avvincente ma presenta punti nebulosi, domande senza risposte e questioni tuttora aperte: le ricostruzioni di Margherita Guarducci hanno l’ambiguo pregio di assomigliare a quelle di persone così intelligenti che rendono ragione anche di quanto non sembra veramente provato sul piano storico.

Negare che Pietro sia stato a Roma

Ciò detto, e posto quindi in avanti che non si hanno intenzioni più apologetiche che storiche, spingersi ad affermare che Pietro non sia mai venuto a Roma è irragionevole e insostenibile, eppure questo è quanto un amico mi ha indicato proprio all’indomani del dono di Francesco a Bartolomeo, mostrandomi il farneticante delirio di un tale che si professava testimone di Geova: vi si trovavano confusi, come in una maionese impazzita, il dogma dell’infallibilità pontificia, gli scavi archeologici in Vaticano, le fonti documentarie e quelle bibliche. Da una parte l’autore vi affermava che soltanto alle fonti bibliche bisogna prestare fede (ma non se indicano la divinità del Messia, evidentemente…), e dall’altro si appoggiava al discorso del vescovo Joseph Georg Strossmayer (che al Vaticano I criticò l’opportunità di definire il dogma dell’infallibilità pontificia). Di Eusebio di Cesarea egli scrive:

Eusebio, uno degli uomini più istruiti del suo tempo, che scrisse la storia della chiesa fino all’anno 325 dopo Cristo, affermò che Pietro non è mai stato a Roma.

Poco dopo invece afferma che le

testimonianze di terza e quarta battuta […] esplodono dopo la rivoluzione di Costantino attraverso tutta la letteratura promossa da Eusebio di Cesarea al fine di fondare e dare organicità ad una dottrina univoca.

È davvero più facile decifrare gli ambigui segni individuati dalla Guarducci sulla memoria Petri che capire cosa intendesse il Nostro nelle ultime parole di questa frase, ma il bello è che poco dopo egli torni a parlare di Eusebio, definendolo «autore storicamente inattendibile».

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  1. è vero (con riserva) che nessuno scritto del Nuovo Testamento fa riferimento a un viaggio di Pietro a Roma;
  2. è vero che la presenza di Pietro a Roma (ma non l’identificazione del luogo del martirio né delle memoriæ) ha molto a che fare con la faccenda del primato (che è primato romano, prima e più che petrino, donde promana il primato pontificio);
  3. è vero infatti che Pietro non fu, se non in senso mistico (diciamo “in pectore”, ma senza esercitare le prerogative papali posteriormente definite) “il primo Papa”, bensì fu uno dei primi pastori (ma non fondatore) di una comunità cristiana romana.

Nessuno, insomma, invita ad assumere acriticamente le dichiarazioni degli autori, tanto più se tardi, ma squalificarli a prescindere in forza di una petizione di principio (come se la Scrittura non ce l’avessero trasmessa sempre essi stessi!) è metodologicamente irricevibile.

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