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Anche se non si può fare la Comunione la domenica resta il giorno del Signore

Risponde padre Valerio Mauro, docente di teologia sacramentaria

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La domenica senza fare la Comunione: per i cattolici è una grande privazione. Il Catechismo però ci dice che l’obbligo è “di ricevere almeno una volta all’anno l’Eucaristia”. Come fare però per santificare la festa?

In questo periodo dobbiamo fare a meno dell’Eucaristia. Eppure al catechismo ci dicevano che «non c’è domenica senza Messa, e non c’è Messa senza Comunione». Secondo qualcuno però l’obbligo per i fedeli è di fare la comunione solo una volta l’anno, a Pasqua, mentre nelle altre domenica è solo una raccomandazione. È così?

Massimo Nocentini

Risponde padre Valerio Mauro, docente di teologia sacramentaria

La domanda del lettore rispecchia i sentimenti di tutto il popolo di Dio che, di fronte a questa situazione inattesa e singolare, si interroga sulle espressioni fondamentali della nostra fede. Molte questioni sono implicate, di valore diverso, e per quanto è possibile in una ristrettezza di spazio proveremo a chiarirle.
Prima di tutto occorre ricordare come la comprensione della chiesa su sé stessa e sui singoli elementi della sua vita è legata alle diverse epoche, nelle quali sono stati sottolineati alcuni punti rispetto ad altri, a volte persino con un movimento altalenante. Nei primi secoli, per esempio, catecumeni e di chi aveva iniziato il percorso penitenziale uscivano di chiesa dopo la liturgia della parola; di fatto rimanevano coloro che avrebbero partecipato alla comunione sacramentale. La frequenza alla comunione, poi, diminuì fortemente per una comprensione fortemente sacrale dell’eucaristia. Per esempio, la Regola elaborata da santa Chiara d’Assisi prevede la comunione per le monache solo dodici volte l’anno, in determinate festività. E si tratta di una frequenza superiore a quella consueta della maggioranza dei fedeli. Così il concilio Lateranense IV (1215) aveva appena prescritto per tutti i fedeli, di ogni sesso, quello che oggi chiamiamo il precetto pasquale: la partecipazione al sacramento della penitenza e della comunione almeno una volta, a Pasqua. Tra parentesi, è interessante notare come l’indicazione sia assoluta per la confessione, mentre si prevede la possibilità di astenersi dalla comunione come eccezione.
Negli ultimi secoli, poi, l’invito del Magistero è per una partecipazione frequente, anche quotidiana, secondo le possibilità di ciascuno. Se non si è in una situazione di peccato grave, siamo tenuti a rispondere ogni domenica all’invito del Signore, per il quale ci riconosciamo indegni di partecipare alla sua mensa, ma fiduciosi nella sua parola che salva. Come si intuisce dalle ultime parole, il discorso deve essere completato con un riferimento essenziale alla celebrazione eucaristica. Prima di tutto, la comunione sacramentale è un atto liturgico che si compie all’interno della Messa. Questo è il luogo simbolico proprio, all’interno del quale la comunione acquista tutta la sua pienezza di significato. Esiste una liturgia per la distribuzione della comunione fuori della celebrazione eucaristica, ma ha significato in situazioni di mancanza di sacerdoti, dove si raduna il popolo di Dio per una liturgia della Parola, seguita dalla distribuzione della comunione. In questa liturgia si cerca di vivere le dimensioni simboliche della chiesa: l’essere un popolo radunato per ascoltare Dio che parla e vivere in preghiera comunitaria la comunione con Lui. Un caso particolare è quello dei malati, che non possono radunarsi con gli altri fedeli. Per loro esiste un altro rito, che consente anche a ministri straordinari di portare loro la comunione nelle loro case. Da quanto descritto sopra, sia pure sommariamente, appare chiaro come la partecipazione alla comunione sacramentale trovi la sua collocazione fondamentale in una riunione di popolo, dove si ascolta la Parola e attraverso un momento di preghiera ecclesiale si accoglie il Corpo di Cristo. Di fatto, questa è la forma rituale della celebrazione eucaristica, azione rituale che il Signore ha consegnato ai suoi discepoli nella cena prima della sua passione.
Per il suo massimo valore la Chiesa ha fin dall’inizio legato la sua celebrazione all’obbedienza verso quella «terza parola» donata da Dio a Mosè sul Sinai: «Ricordati del giorno di sabato per santificarlo: sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio» (Es 20,8). Nel compimento della Rivelazione, al settimo giorno la fede cristiana ha sostituito l’ottavo giorno, cioè il primo della settimana, giorno della Risurrezione di Cristo e giorno iniziale della creazione: è il «giorno del Signore» (Ap 1,10). Si tratta della domenica, nella quale, per esempio, leggiamo che Paolo a Troade celebra l’eucaristia: «Il primo giorno della settimana ci eravamo riuniti a spezzare il pane» (At 20,7).
Ora la Parola di Dio non ammette eccezioni, anche per il comando di santificare il giorno del Signore, la domenica. La chiesa può dispensare dall’obbligo della partecipazione alla Messa; è evidente il caso dei malati che non possono uscire di casa. I vescovi italiani hanno ritenuto importante dare indicazioni in questo senso per l’estrema gravità della situazione e la doverosa corresponsabilità con tutto il paese. Ma la domenica resta la domenica, il giorno nel quale siamo tenuti a vivere la presenza del Signore in modo particolare, dedicando tempo all’ascolto della sua Parola, alla preghiera, alla carità condivisa. L’emergenza sanitaria chiede un digiuno eucaristico, comprensibile solo per le gravi circostanze e per l’impossibilità di partecipare a quella preghiera comune che ha il nome di eucaristia. Non si tratta di un divieto che ci viene dall’esterno, ma di una scelta che i vescovi hanno fatto e con filiale obbedienza siamo chiamati a vivere fino in fondo, implorando Dio che ci sostenga e ci soccorra. Mi preme ricordare che il Concilio ha ricordato che la famiglia cristiana è come una chiesa domestica (Lumen gentium 11), all’interno della quale la preghiera si eleva a Dio, fondata su un duplice fondamento sacramentale: il battesimo e il matrimonio. Che il Padre di ogni misericordia ci conceda prima possibile di poterci riunire insieme, nelle nostre comunità ecclesiali, per vivere in ogni suo aspetto quella celebrazione eucaristica che ci rende sempre più chiesa.

Il catechismo
“La Chiesa fa obbligo ai fedeli di partecipare alla divina Liturgia la domenica e le feste e di ricevere almeno una volta all’anno l’Eucaristia, possibilmente nel tempo pasquale, preparati dal sacramento della Riconciliazione.
La Chiesa tuttavia raccomanda vivamente ai fedeli di ricevere la santa Eucaristia la domenica e i giorni festivi, o ancora più spesso, anche tutti i giorni».
(Dal Catechismo della Chiesa Cattolica)

Originale: ToscanaOggi.it
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La domenica senza fare la Comunione: per i cattolici è una grande privazione. Il Catechismo però ci dice che l’obbligo è “di ricevere almeno una volta all’anno l’Eucaristia”. Come fare però per santificare la festa?

In questo periodo dobbiamo fare a meno dell’Eucaristia. Eppure al catechismo ci dicevano che «non c’è domenica senza Messa, e non c’è Messa senza Comunione». Secondo qualcuno però l’obbligo per i fedeli è di fare la comunione solo una volta l’anno, a Pasqua, mentre nelle altre domenica è solo una raccomandazione. È così?

Massimo Nocentini

Risponde padre Valerio Mauro, docente di teologia sacramentaria

La domanda del lettore rispecchia i sentimenti di tutto il popolo di Dio che, di fronte a questa situazione inattesa e singolare, si interroga sulle espressioni fondamentali della nostra fede. Molte questioni sono implicate, di valore diverso, e per quanto è possibile in una ristrettezza di spazio proveremo a chiarirle.
Prima di tutto occorre ricordare come la comprensione della chiesa su sé stessa e sui singoli elementi della sua vita è legata alle diverse epoche, nelle quali sono stati sottolineati alcuni punti rispetto ad altri, a volte persino con un movimento altalenante. Nei primi secoli, per esempio, catecumeni e di chi aveva iniziato il percorso penitenziale uscivano di chiesa dopo la liturgia della parola; di fatto rimanevano coloro che avrebbero partecipato alla comunione sacramentale. La frequenza alla comunione, poi, diminuì fortemente per una comprensione fortemente sacrale dell’eucaristia. Per esempio, la Regola elaborata da santa Chiara d’Assisi prevede la comunione per le monache solo dodici volte l’anno, in determinate festività. E si tratta di una frequenza superiore a quella consueta della maggioranza dei fedeli. Così il concilio Lateranense IV (1215) aveva appena prescritto per tutti i fedeli, di ogni sesso, quello che oggi chiamiamo il precetto pasquale: la partecipazione al sacramento della penitenza e della comunione almeno una volta, a Pasqua. Tra parentesi, è interessante notare come l’indicazione sia assoluta per la confessione, mentre si prevede la possibilità di astenersi dalla comunione come eccezione.
Negli ultimi secoli, poi, l’invito del Magistero è per una partecipazione frequente, anche quotidiana, secondo le possibilità di ciascuno. Se non si è in una situazione di peccato grave, siamo tenuti a rispondere ogni domenica all’invito del Signore, per il quale ci riconosciamo indegni di partecipare alla sua mensa, ma fiduciosi nella sua parola che salva. Come si intuisce dalle ultime parole, il discorso deve essere completato con un riferimento essenziale alla celebrazione eucaristica. Prima di tutto, la comunione sacramentale è un atto liturgico che si compie all’interno della Messa. Questo è il luogo simbolico proprio, all’interno del quale la comunione acquista tutta la sua pienezza di significato. Esiste una liturgia per la distribuzione della comunione fuori della celebrazione eucaristica, ma ha significato in situazioni di mancanza di sacerdoti, dove si raduna il popolo di Dio per una liturgia della Parola, seguita dalla distribuzione della comunione. In questa liturgia si cerca di vivere le dimensioni simboliche della chiesa: l’essere un popolo radunato per ascoltare Dio che parla e vivere in preghiera comunitaria la comunione con Lui. Un caso particolare è quello dei malati, che non possono radunarsi con gli altri fedeli. Per loro esiste un altro rito, che consente anche a ministri straordinari di portare loro la comunione nelle loro case. Da quanto descritto sopra, sia pure sommariamente, appare chiaro come la partecipazione alla comunione sacramentale trovi la sua collocazione fondamentale in una riunione di popolo, dove si ascolta la Parola e attraverso un momento di preghiera ecclesiale si accoglie il Corpo di Cristo. Di fatto, questa è la forma rituale della celebrazione eucaristica, azione rituale che il Signore ha consegnato ai suoi discepoli nella cena prima della sua passione.
Per il suo massimo valore la Chiesa ha fin dall’inizio legato la sua celebrazione all’obbedienza verso quella «terza parola» donata da Dio a Mosè sul Sinai: «Ricordati del giorno di sabato per santificarlo: sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio» (Es 20,8). Nel compimento della Rivelazione, al settimo giorno la fede cristiana ha sostituito l’ottavo giorno, cioè il primo della settimana, giorno della Risurrezione di Cristo e giorno iniziale della creazione: è il «giorno del Signore» (Ap 1,10). Si tratta della domenica, nella quale, per esempio, leggiamo che Paolo a Troade celebra l’eucaristia: «Il primo giorno della settimana ci eravamo riuniti a spezzare il pane» (At 20,7).
Ora la Parola di Dio non ammette eccezioni, anche per il comando di santificare il giorno del Signore, la domenica. La chiesa può dispensare dall’obbligo della partecipazione alla Messa; è evidente il caso dei malati che non possono uscire di casa. I vescovi italiani hanno ritenuto importante dare indicazioni in questo senso per l’estrema gravità della situazione e la doverosa corresponsabilità con tutto il paese. Ma la domenica resta la domenica, il giorno nel quale siamo tenuti a vivere la presenza del Signore in modo particolare, dedicando tempo all’ascolto della sua Parola, alla preghiera, alla carità condivisa. L’emergenza sanitaria chiede un digiuno eucaristico, comprensibile solo per le gravi circostanze e per l’impossibilità di partecipare a quella preghiera comune che ha il nome di eucaristia. Non si tratta di un divieto che ci viene dall’esterno, ma di una scelta che i vescovi hanno fatto e con filiale obbedienza siamo chiamati a vivere fino in fondo, implorando Dio che ci sostenga e ci soccorra. Mi preme ricordare che il Concilio ha ricordato che la famiglia cristiana è come una chiesa domestica (Lumen gentium 11), all’interno della quale la preghiera si eleva a Dio, fondata su un duplice fondamento sacramentale: il battesimo e il matrimonio. Che il Padre di ogni misericordia ci conceda prima possibile di poterci riunire insieme, nelle nostre comunità ecclesiali, per vivere in ogni suo aspetto quella celebrazione eucaristica che ci rende sempre più chiesa.

Il catechismo
“La Chiesa fa obbligo ai fedeli di partecipare alla divina Liturgia la domenica e le feste e di ricevere almeno una volta all’anno l’Eucaristia, possibilmente nel tempo pasquale, preparati dal sacramento della Riconciliazione.
La Chiesa tuttavia raccomanda vivamente ai fedeli di ricevere la santa Eucaristia la domenica e i giorni festivi, o ancora più spesso, anche tutti i giorni».
(Dal Catechismo della Chiesa Cattolica)

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