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Amore per il prossimo, non teoria ma vita

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La parabola del Buon Samaritano è stata questa mattina al centro della catechesi del Papa in piazza San Pietro, dove Francesco è stato accolto da una folla molto superiore ai 25 mila biglietti distribuiti dalla Prefettura della Casa Pontificia. Nel lungo giro compiuto in jeep tra i settori gremiti ha scambiato lo zucchetto con un gruppo di fedeli e baciato e accarezzato i bambini che gli sono stati avvicinati dagli uomini della scorta. Particolarmente emozionante il saluto a una giovane famiglia composta da padre, madre e un bimbo gravemente disabile.

Dunque la parabola del Samaritano con le parole del Papa. Chi è il mio prossimo? viene chiesto provocatoriamente a Gesù da un dottore della legge. E lui inizia a raccontare la storia ben nota del moribondo assalito dai briganti e abbandonato per strada. I primi due viandanti, il sacerdote e il levita, nonostante la legge del Signore obbligasse al soccorso, tirano diritto. Il primo insegnamento è che non è automatico che chi frequenta la casa di Dio sappia amare il prossimo. “Puoi conoscere tutta la teologia, ma l’amore ha un’altra strada. Il sacerdote e il levita guardano e non provvedono”. Qui il discorso del Papa sfiora l’attualità: non possiamo ignorare la sofferenza dell’uomo in tante situazioni, perché questo significa ignorare Dio.

Poi la parabola prosegue con il passaggio del Samaritano, che “ebbe compassione” del viandante ferito. Compassione vuol dire “patire con”, “le viscere fremono alla vista del male dell’uomo”. Nei gesti e nelle azioni del Buon Samaritano riconosciamo l’agire di Dio in tutta la storia della salvezza. “Lui non ci ignora, sa quanto abbiamo bisogno di aiuto e consolazione”. Ognuno deve guardare nel proprio cuore se ha fede nella compassione di Dio, che ci guarisce, ci carezza. E se lo rifiutiamo Dio aspetta, è paziente.

Il Samaritano, dunque, provvede all’assistenza del ferito, a dimostrazione che l’amore non è sentimento vago, è prendersi cura dell’altro fino a pagare di persona, significa compromettersi, immedesimarsi. A questo punto Gesù ribalta la domanda del dottore della legge e la prospettiva di tutti: chi è stato prossimo per l’altro? All’inizio della parabola il prossimo è senza dubbio il viandante. Ma al termine della stessa parabola è il Samaritano: è lui che si è fatto prossimo di chi ha bisogno, grazie alla compassione, alla capacità dunque di patire con l’altro.

“Siamo tutti chiamati a percorrere lo stesso cammino del Samaritano: Gesù si è chinato su di noi, si è fatto servo e così ci ha salvato perché anche noi possiamo amarci come lui ci ha amati. Allo stesso modo”.

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La parabola del Buon Samaritano è stata questa mattina al centro della catechesi del Papa in piazza San Pietro, dove Francesco è stato accolto da una folla molto superiore ai 25 mila biglietti distribuiti dalla Prefettura della Casa Pontificia. Nel lungo giro compiuto in jeep tra i settori gremiti ha scambiato lo zucchetto con un gruppo di fedeli e baciato e accarezzato i bambini che gli sono stati avvicinati dagli uomini della scorta. Particolarmente emozionante il saluto a una giovane famiglia composta da padre, madre e un bimbo gravemente disabile.

Dunque la parabola del Samaritano con le parole del Papa. Chi è il mio prossimo? viene chiesto provocatoriamente a Gesù da un dottore della legge. E lui inizia a raccontare la storia ben nota del moribondo assalito dai briganti e abbandonato per strada. I primi due viandanti, il sacerdote e il levita, nonostante la legge del Signore obbligasse al soccorso, tirano diritto. Il primo insegnamento è che non è automatico che chi frequenta la casa di Dio sappia amare il prossimo. “Puoi conoscere tutta la teologia, ma l’amore ha un’altra strada. Il sacerdote e il levita guardano e non provvedono”. Qui il discorso del Papa sfiora l’attualità: non possiamo ignorare la sofferenza dell’uomo in tante situazioni, perché questo significa ignorare Dio.

Poi la parabola prosegue con il passaggio del Samaritano, che “ebbe compassione” del viandante ferito. Compassione vuol dire “patire con”, “le viscere fremono alla vista del male dell’uomo”. Nei gesti e nelle azioni del Buon Samaritano riconosciamo l’agire di Dio in tutta la storia della salvezza. “Lui non ci ignora, sa quanto abbiamo bisogno di aiuto e consolazione”. Ognuno deve guardare nel proprio cuore se ha fede nella compassione di Dio, che ci guarisce, ci carezza. E se lo rifiutiamo Dio aspetta, è paziente.

Il Samaritano, dunque, provvede all’assistenza del ferito, a dimostrazione che l’amore non è sentimento vago, è prendersi cura dell’altro fino a pagare di persona, significa compromettersi, immedesimarsi. A questo punto Gesù ribalta la domanda del dottore della legge e la prospettiva di tutti: chi è stato prossimo per l’altro? All’inizio della parabola il prossimo è senza dubbio il viandante. Ma al termine della stessa parabola è il Samaritano: è lui che si è fatto prossimo di chi ha bisogno, grazie alla compassione, alla capacità dunque di patire con l’altro.

“Siamo tutti chiamati a percorrere lo stesso cammino del Samaritano: Gesù si è chinato su di noi, si è fatto servo e così ci ha salvato perché anche noi possiamo amarci come lui ci ha amati. Allo stesso modo”.

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