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Amazzonia, Schoenborn: viri probati diaconi prima che preti

L’Arcivescovo di Vienna è convinto che il Sinodo conferirà il lettorato e l’accolitato alle donne e ritiene che al voto non ci saranno spaccature

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L’Arcivescovo di Vienna è convinto che il Sinodo conferirà il lettorato e l’accolitato alle donne e ritiene che al voto non ci saranno spaccature

CITTÀ DEL VATICANO. Il cardinale Christoph Schoenborn, arcivescovo di Vienna e membro della commissione incaricata di preparare il documento finale al Sinodo in corso in Vaticano, «suggerisce» all’Amazzonia di sperimentare i viri probati diaconi, prima di passare ai viri probati presbiteri, e si dice certo che la maggioranza dell’assemblea spingerà per conferire il lettorato e l’accolitato alle donne. Il Primate d’Austria, figura-chiave già al doppio Sinodo sulla famiglia del 2014-2015, ha risposto alle domande di un gruppo di giornalisti, al termine dell’odierno briefing in Sala stampa vaticana, dicendosi peraltro fiducioso che al momento di votare il documento finale, sabato prossimo, non ci saranno spaccature ma grande unità.

Sembra che questo Sinodo sull’Amazzonia non interessi molto alla Chiesa occidentale: quali sono i legami che dobbiamo avere con questa regione?

«Penso che, almeno adesso, anche l’Europa cominci a capire che il mondo è unico e il nostro destino comune, e dunque non possiamo dire che l’Amazzonia non ci interessa perché sappiamo, come ha detto oggi un grande esperto (Hans J. Schellnhuber, professore di Atmospheric Physics e direttore emerito del Potsdam Institute for Climate Impact Research, uno degli invitati speciali al Sinodo intervenuto oggi, ndr), che la distruzione della foresta amazzonica è la distruzione del mondo. È stata una parola drammatica, alcuni diranno che ha esagerato: speriamo sia esagerato! Ma speriamo anzitutto che la voce della Chiesa, la voce del Papa, la voce del Sinodo aiuti le grandi potenze del mondo, politiche ed economiche, a pensare al loro proprio futuro. Anche (i potenti) hanno figli, e spero che pensino al futuro dei loro figli. Il Sinodo ha un senso profondo per noi tutti».

Alla ipotesi di viri probati lei ha detto di preferire il diaconato permanente…

«Ho l’esperienza del diaconato permanente: abbiamo 180 diaconi nell’arcidiocesi di Vienna, sono viri probati diaconi. Io ho semplicemente detto, o meglio, ho suggerito, non faccio la lezione all’Amazzonia sulla pastorale: avete pochi diaconi permanenti, ma da cinquant’anni il Concilio Vaticano II ha aperto questo cammino; e dunque, prima di pensare a viri probati presbiteri, fate l’esperienza dei viri provati diaconi. Ho detto in aula che è un po’ un laboratorio per vedere cosa significa avere famiglia, vita professionale e un impegno intenso nella Chiesa, un impegno sacramentale da diacono. Noi da 50 anni abbiamo i diaconi permanente e possiamo dire quale potrebbe essere la situazione dei viri probati presbiteri: sappiamo che non è facile, e non si improvvisa una tale situazione, ma certo è un tema del quale si discute. E dunque la mia semplice proposta è stata: forse per voi in Amazzonia varrebbe la pena prendere la via del diaconato permanente, i viri probati diaconi».

Il vescovo Erwin Krautler ha detto che quella dei viri probati è l’unica soluzione perché in Amazzonia non si capisce il celibato: cosa ne pensa?

«Penso alla risposta che ha dato l’unico prete indigeno qui presente nel Sinodo, un padre salesiano, che ha risposto dicendo che il celibato è una sfida per tutti, non solo per gli indigeni, così come il matrimonio è una sfida. Camminare sulla via del celibato come ha vissuto Gesù, perché questo è il modello: non è un’invenzione ecclesiale, e Gesù ha detto che se uno sceglie questa via, è una via esigente. E dunque a chi dice che gli africani, o gli indigeni dell’America latina, non sono capaci di celibato, io pongo la questione: chi di noi è capace senza lotta, senza sfide, di vivere la scelta libera del celibato?».

In seno al Sinodo c’è chi ha proposto un sinodo universale per discutere della questione del celibato: lei è d’accordo? 

«Se si fa un Sinodo, lo si fa sulla Chiesa, non parliamo solo di chierici. Sarebbe una limitazione tematica. Il Papa sempre ci invita a guardare il popolo di Dio e anche per me la mia gioia è di camminare col popolo di Dio. Anche adesso che ho avuto la malattia del cancro, e grazie a Dio sembra superata, mi sono sentito aiutato dal popolo di Dio che cammina con me e io con loro. Quale forma trovare per i ministeri, poi, è secondario: l’importante è la visione della Chiesa come popolo di Dio».

E cosa pensa dell’ipotesi del diaconato femminile?

«È una questione dogmaticamente non decisa. La Chiesa si è pronunciata chiaramente sulla questione del sacerdozio e dell’episcopato, mentre sul diaconato non esiste una presa di posizione dottrinale, magisteriale. Ci sono elementi storici e teologici: ci sono argomenti storici che vanno nel senso del diaconato femminile, ma altri dicono che nella storia non si è trattato di un sacramento ma di un servizio, un ministero. Molti dicono – e penso che la maggioranza del Sinodo lo dirà – che ad aprire alle donne i ministeri Ad Pascendum di Paolo VI, il lettorato e l’accolitato, non c’è nessun impedimento. A Vienna abbiamo un gran numero di donne che fanno i funerali e hanno il decreto del vescovo: niente dice nella dogmatica della Chiesa che una donna non può fare i funerali; e così, anche, molte donne in Amazzonia fanno, col permesso del vescovo, il battesimo, o assistono i moribondi. Tutto questo è possibile nell’ambito dei ministeri: cerchiamo prima queste possibilità. Sul diaconato femminile, poi, il Papa ci ha detto che continua lo studio».

Lei che è un «veterano» dei Sinodi, pensa che, rispetto al 2015 o ancor più al 2014, al momento del voto si registreranno spaccature o alla fine i paragrafi del documento finale raggiungeranno tutti i due terzi dei voti?

«Non sono profeta ma l’intenzione del Sinodo è sempre arrivare a una maggiore unità perché il Sinodo non è un Parlamento, il Papa lo ha richiamato tante volte, in cui vince un partito con il 51% contro il 49%: questo non è sinodale. Il Sinodo cerca la massima unità, non con compromessi: il Santo Padre ci ha detto la bella parola del desborde, la sovrabbondanza. Come in una fontana l’acqua sovrabbonda e c’è sempre qualcosa che alza il livello delle discussioni. Ci sono certamente tensioni, anche opposizioni, ma poi viene il momento di superare queste tensioni con una visione più alta, o più profonda».

Lei è d’accordo con la possibilità di introdurre uno specifico rito amazzonico? 

«Io a Vienna come vescovo ho 21 riti, greco-cattolici, bizantino, armeno… io sono l’ordinario per tutti questi riti cattolici orientali, che hanno la loro relativa autonomia, con una certa cultura e una certa storia: vediamo!».

Nel corso del briefing quotidiano in Sala stampa vaticana, Schoenborn aveva risposto, tra l’altro, alle domande relative alle abbondanti critiche contro papa Francesco. «Sono abbastanza anziano da ricordare il pontificato di San Paolo VI», ha detto il porporato, «e le critiche che ricevette sono molto simili a quelle che vengono fatte contro papa Francesco: per alcuni è distruttore della Chiesa, per altri un impedimento al progresso. Ma lui semplicemente era il Papa. E questo è il mio atteggiamento fondamentale di cattolico: lui è il Papa. Ho avuto rapporti stretti con Giovanni Paolo II, sono stato studente di Benedetto XVI, ho studiato e lavorato con lui, in particolare al Catechismo, e non ho mai visto la minima opposizione. Ci sono differenze perché ogni Papa ha la sua storia e il suo carattere, ma è sempre il Papa e quindi è molto chiaro, per me, il fatto di essere fedele al Papa, punto». E a chi, tra i giornalisti, faceva notare che, oggi basta avere un account Twitter per attaccare il Papa mentre le critiche a Papa Montini erano qualificate, Schoenborn ha replicato: «Non erano sempre così qualificate… Le critiche – ha poi proseguito – sono parte della vita, essere Papa significa essere criticati, ma anche amati da così tante persone in tutto il mondo: noi cattolici in tutto il mondo ogni domenica preghiamo per questo Papa, e lo faremo per il prossimo papa, è questo è molto più impressionante delle critiche».

Sempre durante la conferenza stampa, Schoenborn, che ha peraltro precisato che il ruolo della commissione di redazione del documento finale, di cui fa parte, è di «dare l’approvazione immediata al lavoro che fanno i relatori» e non di scrivere il testo, ha anche parlato di altre questioni connesse con la mancanza di sacerdoti: «Come Chiesa universale dobbiamo fare autocritica perché l’Amazzonia è in tali difficoltà pastorali», ha detto l’arcivescovo di Vienna: «Conosciamo questo problema della distributio cleri, e sappiamo che in Europa, rispetto ad altre parti del mondo, c’è sovrabbondanza di clero: siamo onesti, è anche dovuto al fatto che c’è uno stipendio migliore che nelle zone povere del mondo, non è bello da dire ma è la realtà. Siamo grati dell’aiuto che riceviamo nella nostra diocesi di presbiteri di altri paesi, ma la giustizia dovrebbe spingerci a ripensare il funzionamento», ha detto, facendo l’esempio del comboniano Dario Bossi, seduto accanto a lui: «Se c’è urgenza, bisogna che la Chiesa universale faccia sforzi come in passato, mandando un padre come Dario dall’Italia in Amazzonia».

Originale: Vatican Insider
Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Amazzonia, Schoenborn: viri probati diaconi prima che preti

L’Arcivescovo di Vienna è convinto che il Sinodo conferirà il lettorato e l’accolitato alle donne e ritiene che al voto non ci saranno spaccature

  

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CITTÀ DEL VATICANO. Il cardinale Christoph Schoenborn, arcivescovo di Vienna e membro della commissione incaricata di preparare il documento finale al Sinodo in corso in Vaticano, «suggerisce» all’Amazzonia di sperimentare i viri probati diaconi, prima di passare ai viri probati presbiteri, e si dice certo che la maggioranza dell’assemblea spingerà per conferire il lettorato e l’accolitato alle donne. Il Primate d’Austria, figura-chiave già al doppio Sinodo sulla famiglia del 2014-2015, ha risposto alle domande di un gruppo di giornalisti, al termine dell’odierno briefing in Sala stampa vaticana, dicendosi peraltro fiducioso che al momento di votare il documento finale, sabato prossimo, non ci saranno spaccature ma grande unità.

Sembra che questo Sinodo sull’Amazzonia non interessi molto alla Chiesa occidentale: quali sono i legami che dobbiamo avere con questa regione?

«Penso che, almeno adesso, anche l’Europa cominci a capire che il mondo è unico e il nostro destino comune, e dunque non possiamo dire che l’Amazzonia non ci interessa perché sappiamo, come ha detto oggi un grande esperto (Hans J. Schellnhuber, professore di Atmospheric Physics e direttore emerito del Potsdam Institute for Climate Impact Research, uno degli invitati speciali al Sinodo intervenuto oggi, ndr), che la distruzione della foresta amazzonica è la distruzione del mondo. È stata una parola drammatica, alcuni diranno che ha esagerato: speriamo sia esagerato! Ma speriamo anzitutto che la voce della Chiesa, la voce del Papa, la voce del Sinodo aiuti le grandi potenze del mondo, politiche ed economiche, a pensare al loro proprio futuro. Anche (i potenti) hanno figli, e spero che pensino al futuro dei loro figli. Il Sinodo ha un senso profondo per noi tutti».

Alla ipotesi di viri probati lei ha detto di preferire il diaconato permanente…

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«Ho l’esperienza del diaconato permanente: abbiamo 180 diaconi nell’arcidiocesi di Vienna, sono viri probati diaconi. Io ho semplicemente detto, o meglio, ho suggerito, non faccio la lezione all’Amazzonia sulla pastorale: avete pochi diaconi permanenti, ma da cinquant’anni il Concilio Vaticano II ha aperto questo cammino; e dunque, prima di pensare a viri probati presbiteri, fate l’esperienza dei viri provati diaconi. Ho detto in aula che è un po’ un laboratorio per vedere cosa significa avere famiglia, vita professionale e un impegno intenso nella Chiesa, un impegno sacramentale da diacono. Noi da 50 anni abbiamo i diaconi permanente e possiamo dire quale potrebbe essere la situazione dei viri probati presbiteri: sappiamo che non è facile, e non si improvvisa una tale situazione, ma certo è un tema del quale si discute. E dunque la mia semplice proposta è stata: forse per voi in Amazzonia varrebbe la pena prendere la via del diaconato permanente, i viri probati diaconi».

Il vescovo Erwin Krautler ha detto che quella dei viri probati è l’unica soluzione perché in Amazzonia non si capisce il celibato: cosa ne pensa?

«Penso alla risposta che ha dato l’unico prete indigeno qui presente nel Sinodo, un padre salesiano, che ha risposto dicendo che il celibato è una sfida per tutti, non solo per gli indigeni, così come il matrimonio è una sfida. Camminare sulla via del celibato come ha vissuto Gesù, perché questo è il modello: non è un’invenzione ecclesiale, e Gesù ha detto che se uno sceglie questa via, è una via esigente. E dunque a chi dice che gli africani, o gli indigeni dell’America latina, non sono capaci di celibato, io pongo la questione: chi di noi è capace senza lotta, senza sfide, di vivere la scelta libera del celibato?».

In seno al Sinodo c’è chi ha proposto un sinodo universale per discutere della questione del celibato: lei è d’accordo? 

«Se si fa un Sinodo, lo si fa sulla Chiesa, non parliamo solo di chierici. Sarebbe una limitazione tematica. Il Papa sempre ci invita a guardare il popolo di Dio e anche per me la mia gioia è di camminare col popolo di Dio. Anche adesso che ho avuto la malattia del cancro, e grazie a Dio sembra superata, mi sono sentito aiutato dal popolo di Dio che cammina con me e io con loro. Quale forma trovare per i ministeri, poi, è secondario: l’importante è la visione della Chiesa come popolo di Dio».

E cosa pensa dell’ipotesi del diaconato femminile?

«È una questione dogmaticamente non decisa. La Chiesa si è pronunciata chiaramente sulla questione del sacerdozio e dell’episcopato, mentre sul diaconato non esiste una presa di posizione dottrinale, magisteriale. Ci sono elementi storici e teologici: ci sono argomenti storici che vanno nel senso del diaconato femminile, ma altri dicono che nella storia non si è trattato di un sacramento ma di un servizio, un ministero. Molti dicono – e penso che la maggioranza del Sinodo lo dirà – che ad aprire alle donne i ministeri Ad Pascendum di Paolo VI, il lettorato e l’accolitato, non c’è nessun impedimento. A Vienna abbiamo un gran numero di donne che fanno i funerali e hanno il decreto del vescovo: niente dice nella dogmatica della Chiesa che una donna non può fare i funerali; e così, anche, molte donne in Amazzonia fanno, col permesso del vescovo, il battesimo, o assistono i moribondi. Tutto questo è possibile nell’ambito dei ministeri: cerchiamo prima queste possibilità. Sul diaconato femminile, poi, il Papa ci ha detto che continua lo studio».

Lei che è un «veterano» dei Sinodi, pensa che, rispetto al 2015 o ancor più al 2014, al momento del voto si registreranno spaccature o alla fine i paragrafi del documento finale raggiungeranno tutti i due terzi dei voti?

«Non sono profeta ma l’intenzione del Sinodo è sempre arrivare a una maggiore unità perché il Sinodo non è un Parlamento, il Papa lo ha richiamato tante volte, in cui vince un partito con il 51% contro il 49%: questo non è sinodale. Il Sinodo cerca la massima unità, non con compromessi: il Santo Padre ci ha detto la bella parola del desborde, la sovrabbondanza. Come in una fontana l’acqua sovrabbonda e c’è sempre qualcosa che alza il livello delle discussioni. Ci sono certamente tensioni, anche opposizioni, ma poi viene il momento di superare queste tensioni con una visione più alta, o più profonda».

Lei è d’accordo con la possibilità di introdurre uno specifico rito amazzonico? 

«Io a Vienna come vescovo ho 21 riti, greco-cattolici, bizantino, armeno… io sono l’ordinario per tutti questi riti cattolici orientali, che hanno la loro relativa autonomia, con una certa cultura e una certa storia: vediamo!».

Nel corso del briefing quotidiano in Sala stampa vaticana, Schoenborn aveva risposto, tra l’altro, alle domande relative alle abbondanti critiche contro papa Francesco. «Sono abbastanza anziano da ricordare il pontificato di San Paolo VI», ha detto il porporato, «e le critiche che ricevette sono molto simili a quelle che vengono fatte contro papa Francesco: per alcuni è distruttore della Chiesa, per altri un impedimento al progresso. Ma lui semplicemente era il Papa. E questo è il mio atteggiamento fondamentale di cattolico: lui è il Papa. Ho avuto rapporti stretti con Giovanni Paolo II, sono stato studente di Benedetto XVI, ho studiato e lavorato con lui, in particolare al Catechismo, e non ho mai visto la minima opposizione. Ci sono differenze perché ogni Papa ha la sua storia e il suo carattere, ma è sempre il Papa e quindi è molto chiaro, per me, il fatto di essere fedele al Papa, punto». E a chi, tra i giornalisti, faceva notare che, oggi basta avere un account Twitter per attaccare il Papa mentre le critiche a Papa Montini erano qualificate, Schoenborn ha replicato: «Non erano sempre così qualificate… Le critiche – ha poi proseguito – sono parte della vita, essere Papa significa essere criticati, ma anche amati da così tante persone in tutto il mondo: noi cattolici in tutto il mondo ogni domenica preghiamo per questo Papa, e lo faremo per il prossimo papa, è questo è molto più impressionante delle critiche».

Sempre durante la conferenza stampa, Schoenborn, che ha peraltro precisato che il ruolo della commissione di redazione del documento finale, di cui fa parte, è di «dare l’approvazione immediata al lavoro che fanno i relatori» e non di scrivere il testo, ha anche parlato di altre questioni connesse con la mancanza di sacerdoti: «Come Chiesa universale dobbiamo fare autocritica perché l’Amazzonia è in tali difficoltà pastorali», ha detto l’arcivescovo di Vienna: «Conosciamo questo problema della distributio cleri, e sappiamo che in Europa, rispetto ad altre parti del mondo, c’è sovrabbondanza di clero: siamo onesti, è anche dovuto al fatto che c’è uno stipendio migliore che nelle zone povere del mondo, non è bello da dire ma è la realtà. Siamo grati dell’aiuto che riceviamo nella nostra diocesi di presbiteri di altri paesi, ma la giustizia dovrebbe spingerci a ripensare il funzionamento», ha detto, facendo l’esempio del comboniano Dario Bossi, seduto accanto a lui: «Se c’è urgenza, bisogna che la Chiesa universale faccia sforzi come in passato, mandando un padre come Dario dall’Italia in Amazzonia».

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