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Amazzonia: I “viri probati” sono una soluzione?

Proposte per nuovi percorsi

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di: Martín Lasarte

Martín Lasarte, salesiano uruguaiano, missionario in Africa, licenza in sacra Scrittura, fa parte attualmente dell’équipe di animazione missionaria mondiale della Congregazione salesiana. È responsabile, in particolare, dell’animazione missionaria in Africa e in America. Nella regione panamazzonica accompagna la Congregazione che ha 47 comunità religiose, con 245 salesiani in Panamazzonia e nel Mato Grosso (22 comunità nelle grandi città e 25 nelle aree rurali o nella giungla). Nelle aree rurali o nei piccoli villaggi, vengono assistite, in cinque paesi, 612.000 persone appartenenti a 62 gruppi etnici e non indigeni. Il servizio viene compiuto attraverso 1.219 comunità cattoliche, animate da 2.123 operatori pastorali. Nell’articolo, parlando di alcune situazioni ecclesiali specifiche, p. Lasarte evita di indicarle per nome, per rispetto fraterno. Questo contributo è stato scritto il 20 maggio 2019.

Nei mezzi di comunicazione sociale, nei dibattiti e nelle assemblee di “ascolto” sul sinodo panamazzonico, si sente ripetere che una delle soluzioni per risolvere il problema dell’evangelizzazione e l’accompagnamento delle comunità cristiane amazzoniche, sarebbe l’ordinazione presbiterale dei cosiddetti “viri probati”, laici sposati, riconosciuti nella comunità per la loro integrità di vita e testimonianza cristiana.

Il tema, in sé, è un argomento valido e suscettibile di studio e di discernimento nella Chiesa, consapevoli in particolare delle sfide pastorali del mondo di oggi e della tradizione delle Chiese orientali a questo riguardo.

Il problema di fondo non sta nel tema in sé, ma nell’opportunità e nelle motivazioni con le quali affrontare l’argomento nel sinodo panamazzonico tenendo conto della realtà attuale.

Circa l’opportunità
  • La sinodalità, slogan o realtà?

Considerando l’enfasi posta sul ricco concetto ecclesiale di comunione, di sinodalità, non sembra costruttivo che una regione della Chiesa, sia pure in comunione con Pietro, affronti e intenda compiere un passo in forma individuale.

Il tema dell’ordinazione al sacerdozio di uomini sposati, come scelta pastorale normale, è un problema che impegna fortemente l’intera Chiesa cattolica. Quando si dice che è solo per tener conto delle comunità isolate nella giungla, ci dimentichiamo del dogma dell’ecologia integrale: “Tutto è interconnesso”.

Una tale decisione non può essere considerata come isolata ed eccezionale di una regione esclusiva e soprattutto oggi nel 21° secolo. Ogni decisione di una Chiesa particolare su aspetti rilevanti, come questo, è inevitabile che abbia la sua ripercussione e il suo influsso.

Qualcuno dirà che questa novità potrebbe sarebbe seria e, in tal caso, costituirebbe un contributo positivo della Chiesa amazzonica per tutta la Chiesa universale.

La soluzione giusta ed equilibrata è che tutte le Chiese abbiano l’opportunità di studiare, discernere e esprimere la propria opinione sull’argomento, senza che sia loro imposto un cambiamento alla preziosa tradizione del celibato sacerdotale vissuto nella Chiesa occidentale da 1700 anni.

Possono cambiare le cose su questo problema? È possibile, ma è essenziale prendere decisioni in comunione sinodale. Abbiamo assistito, non senza sofferenza, alle fratture che si sono prodotte nelle Chiese anglicane nel prendere decisioni “occidentali” su problemi morali contrari al sentire delle Chiese africane e asiatiche, che hanno prodotto crepe profonde e irreparabili.

Siamo chiamati, in nome dell’amore di Cristo, a mantenere questa comunione nell’unità, pur nel rispetto delle diversità. Il prezzo dell’unità richiede da parte di tutti sforzi e sacrifici: per alcuni, una maggiore apertura mentale, tenendo presenti le sfide contemporanee, per altri, maggiore pazienza e rispetto per camminare insieme al fratello.

  • Sarebbe un buon servizio per il sinodo?

Un secondo punto circa l’opportunità di decidere sull’argomento riguarda la tematica del sinodo. “Amazzonia: nuovi percorsi per la Chiesa e per un’ecologia integrale”. Lanciando il sinodo, il papa ha indicato due itinerari di lavoro: il tema dell’evangelizzazione in questa regione e il tema dell’ecologia integrale.

Il tema dell’evangelizzazione comprende moltissimi aspetti: la relazione tra annuncio e promozione umana, tra vangelo e inculturazione; i processi di educazione alla fede mediante il catecumenato e altre forme di itinerari adattati e inculturati; il problema dell’interculturalità; l’enorme mobilità umana, in particolare giovanile dalle aree rurali alla città; il gravissimo problema delle periferie delle grandi città amazzoniche; la crisi generazionale nella trasmissione dei valori ancestrali in un contesto globalizzato, la ministerialità laicale, la sfida dell’ecumenismo e della proliferazione dei gruppi neo-pentecostali, evangelici e dei nuovi movimenti religiosi; la fecondità o la mancata promozione vocazionale cristiana delle comunità circa le famiglie, la vita sacerdotale e religiosa; i diritti indigeni, la loro cultura, le tradizioni, i diritti e le loro terre; la liturgia e la sua inculturazione nel contesto indigeno.

Inoltre, c’è il “peso massimo” dell’ecologia integrale, che ha ripercussioni sull’intera Chiesa universale e sul mondo in generale, il quale si attende una parola significativa e saggia dalla Chiesa sull’attuale crisi ecologica.

Avendo il sinodo un’agenda così ricca, se si dovesse mettere in primo piano il tema delle ordinazioni dei laici, che – come ho detto – sarebbe in sé lecito, non farebbe un buon servizio al sinodo stesso.

Dal punto di vista mediatico ed ecclesiale, si creerebbe un clima di forte polemica e di polarizzazione, che non farebbe alcun buon servizio alle popolazioni indigene che vivono in Amazzonia, né all’evangelizzazione né al problema urgente e delicato della crisi ecologica.

Il jolly del sinodo sarebbe inevitabilmente oggetto di dibattito, lasciando il resto dei temi in secondo piano. Pertanto, per amore dell’ecologia integrale, dei popoli amazzonici e del Vangelo, lasciamo alcuni temi che hanno bisogno di essere approfonditi ad altri momenti più opportuni. Piuttosto, si potrebbe pensare ad un sinodo sui ministeri nella Chiesa, e quello sarebbe il posto adatto per approfondire l’argomento, nel suo giusto contesto e in modo universalmente sinodale.

  • Sinodo, abusi sessuali, messaggio equivoco

Un terzo punto che mi sembra importante considerare è il contesto storico della “crisi ecclesiale” provocata dagli abusi sessuali. In molti ambienti si ritiene che la causa degli abusi sia il “celibato” che genera persone nevrotiche.

A mio avviso, in questo momento, senza creare un sereno processo di riflessione e di discernimento nella Chiesa universale su queste discussioni e decisioni, trasmetteremmo un messaggio ambiguo e falso di ciò che intende la Chiesa per celibato sacerdotale da essa considerato in senso ampiamente ricco e positivo (come è presentato per esempio nella Sacerdotalis caelibatus e nella Pastores dabo vobis).

Senza dubbio, il dibattito sull’ordinazione di uomini sposati non mette in discussione la bellezza e la sublimità del celibato sacerdotale, poiché entrerebbe nella linea di una scelta libera e facoltativa che non pretende affatto sminuire la stima del “carisma” della verginità per il Regno dei cieli. Tuttavia, non mi pare intelligente e tempestivo affrontare il problema in questo sinodo.

Circa le motivazioni
  • Una Chiesa ministeriale

Ho sentito il ragionamento secondo cui l’ordinazione sacerdotale tra i laici delle comunità lontane è necessaria, perché il ministro difficilmente le può raggiungere.

A mio modo di vedere, l’impostazione del problema in questi termini pecca di un enorme clericalismo. Dove non c’è il “pretino” o la “suorina” non c’è vita ecclesiale. Il problema di fondo è molto più serio. Si è creata una Chiesa con poco o nessun protagonismo e senso di appartenenza dei laici, una Chiesa che, se non c’è il “prete”, non funziona. Questa è un’aberrazione ecclesiologica e pastorale. La nostra fede, in quanto cristiani, è radicata nel battesimo, non nell’ordinazione sacerdotale.

Talvolta ho l’impressione che si voglia clericalizzare il laicato. Occorre anzitutto una Chiesa di battezzati protagonisti, di discepoli e missionari. In varie parti della nostra America, si ha l’impressione che si sia sacramentalizzato ma non evangelizzato, che si sia mescolata l’acqua con l’aceto, ma non l’acqua col vino.

Una visione “funzionale” del ministero, che non rivitalizzi l’intera comunità cristiana come protagonista dell’evangelizzazione, pur avendo dei laici ordinati, non risolverà il problema, l’impegno battesimale cristiano rimarrà lo stesso.

È opportuno allargare l’orizzonte e guardare la vita e l’esperienza della Chiesa.

La Chiesa della Corea nasce dall’evangelizzazione dei laici. Il laico Yi Seung-hun, battezzato in Cina, diffonde la Chiesa cattolica nel paese, battezzando egli stesso. Per 51 anni (1784-1835) dalla sua fondazione la Chiesa coreana fu evangelizzata dai laici, con la presenza occasionale di qualche sacerdote. Quella comunità cattolica fiorì e si diffuse enormemente, nonostante le terribili persecuzioni, grazie al protagonismo dei battezzati.

La Chiesa del Giappone, fondata da s. Francisco Saverio (1549), cresce vertiginosamente e, per tre secoli, arrivano anche le persecuzioni, i missionari vengono espulsi e l’ultimo sacerdote viene martirizzato nel 1644. Solo dopo più di 200 anni torneranno i sacerdoti (missionari francesi) e troveranno ancora una Chiesa viva formata dai kakure kirishitan (cristiani nascosti).

Nelle comunità cristiane c’erano vari ministeri: un responsabile, catechisti, battezzatori, predicatori. È interessante il consiglio che i cristiani custodirono fino all’arrivo dei nuovi sacerdoti nel diciannovesimo secolo: la Chiesa tornerà in Giappone e lo saprete da questi tre segni: «i sacerdoti saranno celibi, ci sarà una statua di Maria ed essi obbediranno al papa-sama di Roma».

Passo a qualcosa di più personale, alla mia esperienza missionaria di 25 anni in Africa (Angola). Una volta terminata la guerra civile nel 2002, ho potuto visitare comunità cristiane che, da 30 anni, non avevano avuto l’eucaristia, né visto un sacerdote, ma sono rimaste salde nella fede ed erano comunità dinamiche, guidate dal “catechista”, ministero fondamentale in Africa, e da altri ministri: evangelizzatori, animatori della preghiera, una pastorale con le donne, il servizio ai più poveri. Una Chiesa viva e laica in assenza di sacerdoti.

In America Latina non mancano esempi positivi, come tra i Quetchi del Guatemala centrale (Verapaz) dove, nonostante l’assenza di sacerdoti in alcune comunità, i ministri laici hanno comunità vive, ricche di ministeri, liturgie, itinerari catechistici, missioni, tra i quali i gruppi evangelici hanno potuto penetrare molto poco. Nonostante la scarsità di sacerdoti per tutte le comunità, è una Chiesa locale ricca di vocazioni sacerdotali indigene, dove sono state fondate persino congregazioni religiose femminili e maschili di origine totalmente locale.

  • La mancanza di vocazioni in Amazzonia è un problema o è la conseguenza di un altro problema?

La mancanza di vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa in Amazzonia è una sfida pastorale o è piuttosto la conseguenza di opzioni teologico-pastorali che non hanno dato i risultati previsti o risultati solo parziali? A mio parere, la proposta dei “viri probati” come soluzione all’evangelizzazione è una proposta illusoria, quasi magica, che non tocca il vero problema di fondo.

Papa Francesco scrive nell’Evangelii gaudium 107:

«In molti luoghi scarseggiano le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata. Spesso questo è dovuto all’assenza nelle comunità di un fervore apostolico contagioso, per cui esse non entusiasmano e non suscitano attrattiva. Dove c’è vita, fervore, voglia di portare Cristo agli altri, sorgono vocazioni genuine. Persino in parrocchie dove i sacerdoti non sono molto impegnati e gioiosi, è la vita fraterna e fervorosa della comunità che risveglia il desiderio di consacrarsi interamente a Dio e all’evangelizzazione, soprattutto se tale vivace comunità prega insistentemente per le vocazioni e ha il coraggio di proporre ai suoi giovani un cammino di speciale consacrazione».

Il papa fornisce anche la chiave del problema. Non è la mancanza di vocazioni, ma la scarsa proposta, la mancanza di fervore apostolico, la mancanza di fraternità e preghiera; la mancanza di processi seri e profondi di evangelizzazione.

Faccio un paragone con altri due “biomi” ricchi di vita biologica, spirituale ed ecclesiale: il bioma del fiume Brahmaputra e il bioma del bacino del Congo.

Nell’India nord-orientale, l’evangelizzazione avanza in modo decisivo dal 1923, ad opera di una piccola comunità cattolica che non raggiungeva i 1.000 cristiani.

Secondo i dati del 2018, questa regione oggi consta di 1.647.765 cattolici, con 3.756 religiosi e 1.621 sacerdoti (metà dei quali appartenenti alle minoranze etniche locali e il resto missionari di altre parti dell’India). Ci sono 15 diocesi radicate nelle minoranze etniche di circa 220 lingue locali (Naga, Khasi, Wancho, Nocte, Jaintia, Apatani, Goro, Ahom, War, Bodo…).

Queste popolazioni, come quelle amazzoniche, rimasero per secoli isolate in mezzo all’induismo, all’islamismo e al buddismo, rifugiate tra le montagne e le foreste dell’Himalaya, vivendo le loro pratiche ancestrali. In 90 anni avvenne un cambiamento impressionante. Il rapporto tra fedeli e sacerdoti cattolici oggi è di 1 a 1.000, il che è eccellente. Molti cristiani di queste minoranze “tribali” hanno occupato posti significativi nella politica locale e nazionale dell’India.

L’altro bioma è il fiume Congo, con i paesi circostanti: oltre 500 villaggi e lingue. Il cristianesimo ha attraversato varie difficoltà, le stesse di altri contesti, ma in più la sfida di essere considerato come la religione del colonialismo durante il periodo della decolonizzazione (anni ’60 e ’70). Nonostante tutto, la fioritura delle Chiese africane è evidente e promettente. In quel bioma, le vocazioni sacerdotali sono cresciute del 32% negli ultimi 10 anni e la tendenza sembra continuare.

Potremmo portare altri esempi dal Vietnam, dall’Indonesia (il paese più musulmano del mondo), da Timor Est, dall’Oceania… ma certamente non dalla nostra Europa secolarizzata. In tutte le regioni geografiche esistono sfide e difficoltà nelle comunità cristiane; ma si vede che dove esiste un’opera di evangelizzazione seria, autentica e continua, non mancano le vocazioni al sacerdozio.

L’inevitabile domanda che si pone è: come è possibile che popoli con tante ricchezze e somiglianze antropologiche-culturali con i popoli amazzonici, nei loro riti, miti, un forte senso comunitario, la comunione con il cosmo, con profonda apertura religiosa… abbiano fatto fiorire comunità cristiane e vocazioni sacerdotali mentre in alcune parti dell’Amazzonia, dopo 200, 400 anni c’è una sterilità ecclesiale e vocazionale? Ci sono diocesi e congregazioni presenti da oltre un secolo e che non hanno una sola vocazione indigena locale. C’è forse un gene in più o in meno, o il problema è un altro? Le differenze culturali sono così ampie?

Una possibile risposta è che i popoli amazzonici, culturalmente, non comprendono le esigenze del celibato. Questo problema è stato sollevato, forse anche con buona volontà, ma è impregnato di forti preconcetti culturali, per non dire razziali… Esattamente lo stesso problema si era posto in India, in Oceania e in Africa.

L’enciclica Maximum illud, di cui si celebrerà il centenario durante il sinodo con un mese missionario straordinario, risponde a questo problema. Il documento incentiva e stimola la promozione delle vocazioni indigene, nelle Chiese che furono o erano dipendenti dalle colonie europee.

Qui possiamo vedere, a titolo di esempio, il magnifico lavoro missionario degli Spiritani, dei Padri Bianchi, che hanno optato decisamente per le vocazioni locali, creando seminari fiorenti in tutta l’Africa.

Certamente, dedicarsi a lavorare per le vocazioni è impegnativo, implica l’investimento di mezzi, del personale migliore. Talvolta la vita missionaria ha evitato questo prezioso servizio che è davvero quello che coopererà a creare una Chiesa dal volto amazzonico. A volte è molto più gratificante una vita di “eroe itinerante” nelle foreste che non una dedizione amorevole, paziente e rispettosa nell’accompagnamento e nella formazione delle vocazioni locali.

Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Amazzonia: I “viri probati” sono una soluzione?

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di: Martín Lasarte

Martín Lasarte, salesiano uruguaiano, missionario in Africa, licenza in sacra Scrittura, fa parte attualmente dell’équipe di animazione missionaria mondiale della Congregazione salesiana. È responsabile, in particolare, dell’animazione missionaria in Africa e in America. Nella regione panamazzonica accompagna la Congregazione che ha 47 comunità religiose, con 245 salesiani in Panamazzonia e nel Mato Grosso (22 comunità nelle grandi città e 25 nelle aree rurali o nella giungla). Nelle aree rurali o nei piccoli villaggi, vengono assistite, in cinque paesi, 612.000 persone appartenenti a 62 gruppi etnici e non indigeni. Il servizio viene compiuto attraverso 1.219 comunità cattoliche, animate da 2.123 operatori pastorali. Nell’articolo, parlando di alcune situazioni ecclesiali specifiche, p. Lasarte evita di indicarle per nome, per rispetto fraterno. Questo contributo è stato scritto il 20 maggio 2019.

Nei mezzi di comunicazione sociale, nei dibattiti e nelle assemblee di “ascolto” sul sinodo panamazzonico, si sente ripetere che una delle soluzioni per risolvere il problema dell’evangelizzazione e l’accompagnamento delle comunità cristiane amazzoniche, sarebbe l’ordinazione presbiterale dei cosiddetti “viri probati”, laici sposati, riconosciuti nella comunità per la loro integrità di vita e testimonianza cristiana.

Il tema, in sé, è un argomento valido e suscettibile di studio e di discernimento nella Chiesa, consapevoli in particolare delle sfide pastorali del mondo di oggi e della tradizione delle Chiese orientali a questo riguardo.

Il problema di fondo non sta nel tema in sé, ma nell’opportunità e nelle motivazioni con le quali affrontare l’argomento nel sinodo panamazzonico tenendo conto della realtà attuale.

Circa l’opportunità
  • La sinodalità, slogan o realtà?

Considerando l’enfasi posta sul ricco concetto ecclesiale di comunione, di sinodalità, non sembra costruttivo che una regione della Chiesa, sia pure in comunione con Pietro, affronti e intenda compiere un passo in forma individuale.

Il tema dell’ordinazione al sacerdozio di uomini sposati, come scelta pastorale normale, è un problema che impegna fortemente l’intera Chiesa cattolica. Quando si dice che è solo per tener conto delle comunità isolate nella giungla, ci dimentichiamo del dogma dell’ecologia integrale: “Tutto è interconnesso”.

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Una tale decisione non può essere considerata come isolata ed eccezionale di una regione esclusiva e soprattutto oggi nel 21° secolo. Ogni decisione di una Chiesa particolare su aspetti rilevanti, come questo, è inevitabile che abbia la sua ripercussione e il suo influsso.

Qualcuno dirà che questa novità potrebbe sarebbe seria e, in tal caso, costituirebbe un contributo positivo della Chiesa amazzonica per tutta la Chiesa universale.

La soluzione giusta ed equilibrata è che tutte le Chiese abbiano l’opportunità di studiare, discernere e esprimere la propria opinione sull’argomento, senza che sia loro imposto un cambiamento alla preziosa tradizione del celibato sacerdotale vissuto nella Chiesa occidentale da 1700 anni.

Possono cambiare le cose su questo problema? È possibile, ma è essenziale prendere decisioni in comunione sinodale. Abbiamo assistito, non senza sofferenza, alle fratture che si sono prodotte nelle Chiese anglicane nel prendere decisioni “occidentali” su problemi morali contrari al sentire delle Chiese africane e asiatiche, che hanno prodotto crepe profonde e irreparabili.

Siamo chiamati, in nome dell’amore di Cristo, a mantenere questa comunione nell’unità, pur nel rispetto delle diversità. Il prezzo dell’unità richiede da parte di tutti sforzi e sacrifici: per alcuni, una maggiore apertura mentale, tenendo presenti le sfide contemporanee, per altri, maggiore pazienza e rispetto per camminare insieme al fratello.

  • Sarebbe un buon servizio per il sinodo?

Un secondo punto circa l’opportunità di decidere sull’argomento riguarda la tematica del sinodo. “Amazzonia: nuovi percorsi per la Chiesa e per un’ecologia integrale”. Lanciando il sinodo, il papa ha indicato due itinerari di lavoro: il tema dell’evangelizzazione in questa regione e il tema dell’ecologia integrale.

Il tema dell’evangelizzazione comprende moltissimi aspetti: la relazione tra annuncio e promozione umana, tra vangelo e inculturazione; i processi di educazione alla fede mediante il catecumenato e altre forme di itinerari adattati e inculturati; il problema dell’interculturalità; l’enorme mobilità umana, in particolare giovanile dalle aree rurali alla città; il gravissimo problema delle periferie delle grandi città amazzoniche; la crisi generazionale nella trasmissione dei valori ancestrali in un contesto globalizzato, la ministerialità laicale, la sfida dell’ecumenismo e della proliferazione dei gruppi neo-pentecostali, evangelici e dei nuovi movimenti religiosi; la fecondità o la mancata promozione vocazionale cristiana delle comunità circa le famiglie, la vita sacerdotale e religiosa; i diritti indigeni, la loro cultura, le tradizioni, i diritti e le loro terre; la liturgia e la sua inculturazione nel contesto indigeno.

Inoltre, c’è il “peso massimo” dell’ecologia integrale, che ha ripercussioni sull’intera Chiesa universale e sul mondo in generale, il quale si attende una parola significativa e saggia dalla Chiesa sull’attuale crisi ecologica.

Avendo il sinodo un’agenda così ricca, se si dovesse mettere in primo piano il tema delle ordinazioni dei laici, che – come ho detto – sarebbe in sé lecito, non farebbe un buon servizio al sinodo stesso.

Dal punto di vista mediatico ed ecclesiale, si creerebbe un clima di forte polemica e di polarizzazione, che non farebbe alcun buon servizio alle popolazioni indigene che vivono in Amazzonia, né all’evangelizzazione né al problema urgente e delicato della crisi ecologica.

Il jolly del sinodo sarebbe inevitabilmente oggetto di dibattito, lasciando il resto dei temi in secondo piano. Pertanto, per amore dell’ecologia integrale, dei popoli amazzonici e del Vangelo, lasciamo alcuni temi che hanno bisogno di essere approfonditi ad altri momenti più opportuni. Piuttosto, si potrebbe pensare ad un sinodo sui ministeri nella Chiesa, e quello sarebbe il posto adatto per approfondire l’argomento, nel suo giusto contesto e in modo universalmente sinodale.

  • Sinodo, abusi sessuali, messaggio equivoco

Un terzo punto che mi sembra importante considerare è il contesto storico della “crisi ecclesiale” provocata dagli abusi sessuali. In molti ambienti si ritiene che la causa degli abusi sia il “celibato” che genera persone nevrotiche.

A mio avviso, in questo momento, senza creare un sereno processo di riflessione e di discernimento nella Chiesa universale su queste discussioni e decisioni, trasmetteremmo un messaggio ambiguo e falso di ciò che intende la Chiesa per celibato sacerdotale da essa considerato in senso ampiamente ricco e positivo (come è presentato per esempio nella Sacerdotalis caelibatus e nella Pastores dabo vobis).

Senza dubbio, il dibattito sull’ordinazione di uomini sposati non mette in discussione la bellezza e la sublimità del celibato sacerdotale, poiché entrerebbe nella linea di una scelta libera e facoltativa che non pretende affatto sminuire la stima del “carisma” della verginità per il Regno dei cieli. Tuttavia, non mi pare intelligente e tempestivo affrontare il problema in questo sinodo.

Circa le motivazioni
  • Una Chiesa ministeriale

Ho sentito il ragionamento secondo cui l’ordinazione sacerdotale tra i laici delle comunità lontane è necessaria, perché il ministro difficilmente le può raggiungere.

A mio modo di vedere, l’impostazione del problema in questi termini pecca di un enorme clericalismo. Dove non c’è il “pretino” o la “suorina” non c’è vita ecclesiale. Il problema di fondo è molto più serio. Si è creata una Chiesa con poco o nessun protagonismo e senso di appartenenza dei laici, una Chiesa che, se non c’è il “prete”, non funziona. Questa è un’aberrazione ecclesiologica e pastorale. La nostra fede, in quanto cristiani, è radicata nel battesimo, non nell’ordinazione sacerdotale.

Talvolta ho l’impressione che si voglia clericalizzare il laicato. Occorre anzitutto una Chiesa di battezzati protagonisti, di discepoli e missionari. In varie parti della nostra America, si ha l’impressione che si sia sacramentalizzato ma non evangelizzato, che si sia mescolata l’acqua con l’aceto, ma non l’acqua col vino.

Una visione “funzionale” del ministero, che non rivitalizzi l’intera comunità cristiana come protagonista dell’evangelizzazione, pur avendo dei laici ordinati, non risolverà il problema, l’impegno battesimale cristiano rimarrà lo stesso.

È opportuno allargare l’orizzonte e guardare la vita e l’esperienza della Chiesa.

La Chiesa della Corea nasce dall’evangelizzazione dei laici. Il laico Yi Seung-hun, battezzato in Cina, diffonde la Chiesa cattolica nel paese, battezzando egli stesso. Per 51 anni (1784-1835) dalla sua fondazione la Chiesa coreana fu evangelizzata dai laici, con la presenza occasionale di qualche sacerdote. Quella comunità cattolica fiorì e si diffuse enormemente, nonostante le terribili persecuzioni, grazie al protagonismo dei battezzati.

La Chiesa del Giappone, fondata da s. Francisco Saverio (1549), cresce vertiginosamente e, per tre secoli, arrivano anche le persecuzioni, i missionari vengono espulsi e l’ultimo sacerdote viene martirizzato nel 1644. Solo dopo più di 200 anni torneranno i sacerdoti (missionari francesi) e troveranno ancora una Chiesa viva formata dai kakure kirishitan (cristiani nascosti).

Nelle comunità cristiane c’erano vari ministeri: un responsabile, catechisti, battezzatori, predicatori. È interessante il consiglio che i cristiani custodirono fino all’arrivo dei nuovi sacerdoti nel diciannovesimo secolo: la Chiesa tornerà in Giappone e lo saprete da questi tre segni: «i sacerdoti saranno celibi, ci sarà una statua di Maria ed essi obbediranno al papa-sama di Roma».

Passo a qualcosa di più personale, alla mia esperienza missionaria di 25 anni in Africa (Angola). Una volta terminata la guerra civile nel 2002, ho potuto visitare comunità cristiane che, da 30 anni, non avevano avuto l’eucaristia, né visto un sacerdote, ma sono rimaste salde nella fede ed erano comunità dinamiche, guidate dal “catechista”, ministero fondamentale in Africa, e da altri ministri: evangelizzatori, animatori della preghiera, una pastorale con le donne, il servizio ai più poveri. Una Chiesa viva e laica in assenza di sacerdoti.

In America Latina non mancano esempi positivi, come tra i Quetchi del Guatemala centrale (Verapaz) dove, nonostante l’assenza di sacerdoti in alcune comunità, i ministri laici hanno comunità vive, ricche di ministeri, liturgie, itinerari catechistici, missioni, tra i quali i gruppi evangelici hanno potuto penetrare molto poco. Nonostante la scarsità di sacerdoti per tutte le comunità, è una Chiesa locale ricca di vocazioni sacerdotali indigene, dove sono state fondate persino congregazioni religiose femminili e maschili di origine totalmente locale.

  • La mancanza di vocazioni in Amazzonia è un problema o è la conseguenza di un altro problema?

La mancanza di vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa in Amazzonia è una sfida pastorale o è piuttosto la conseguenza di opzioni teologico-pastorali che non hanno dato i risultati previsti o risultati solo parziali? A mio parere, la proposta dei “viri probati” come soluzione all’evangelizzazione è una proposta illusoria, quasi magica, che non tocca il vero problema di fondo.

Papa Francesco scrive nell’Evangelii gaudium 107:

«In molti luoghi scarseggiano le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata. Spesso questo è dovuto all’assenza nelle comunità di un fervore apostolico contagioso, per cui esse non entusiasmano e non suscitano attrattiva. Dove c’è vita, fervore, voglia di portare Cristo agli altri, sorgono vocazioni genuine. Persino in parrocchie dove i sacerdoti non sono molto impegnati e gioiosi, è la vita fraterna e fervorosa della comunità che risveglia il desiderio di consacrarsi interamente a Dio e all’evangelizzazione, soprattutto se tale vivace comunità prega insistentemente per le vocazioni e ha il coraggio di proporre ai suoi giovani un cammino di speciale consacrazione».

Il papa fornisce anche la chiave del problema. Non è la mancanza di vocazioni, ma la scarsa proposta, la mancanza di fervore apostolico, la mancanza di fraternità e preghiera; la mancanza di processi seri e profondi di evangelizzazione.

Faccio un paragone con altri due “biomi” ricchi di vita biologica, spirituale ed ecclesiale: il bioma del fiume Brahmaputra e il bioma del bacino del Congo.

Nell’India nord-orientale, l’evangelizzazione avanza in modo decisivo dal 1923, ad opera di una piccola comunità cattolica che non raggiungeva i 1.000 cristiani.

Secondo i dati del 2018, questa regione oggi consta di 1.647.765 cattolici, con 3.756 religiosi e 1.621 sacerdoti (metà dei quali appartenenti alle minoranze etniche locali e il resto missionari di altre parti dell’India). Ci sono 15 diocesi radicate nelle minoranze etniche di circa 220 lingue locali (Naga, Khasi, Wancho, Nocte, Jaintia, Apatani, Goro, Ahom, War, Bodo…).

Queste popolazioni, come quelle amazzoniche, rimasero per secoli isolate in mezzo all’induismo, all’islamismo e al buddismo, rifugiate tra le montagne e le foreste dell’Himalaya, vivendo le loro pratiche ancestrali. In 90 anni avvenne un cambiamento impressionante. Il rapporto tra fedeli e sacerdoti cattolici oggi è di 1 a 1.000, il che è eccellente. Molti cristiani di queste minoranze “tribali” hanno occupato posti significativi nella politica locale e nazionale dell’India.

L’altro bioma è il fiume Congo, con i paesi circostanti: oltre 500 villaggi e lingue. Il cristianesimo ha attraversato varie difficoltà, le stesse di altri contesti, ma in più la sfida di essere considerato come la religione del colonialismo durante il periodo della decolonizzazione (anni ’60 e ’70). Nonostante tutto, la fioritura delle Chiese africane è evidente e promettente. In quel bioma, le vocazioni sacerdotali sono cresciute del 32% negli ultimi 10 anni e la tendenza sembra continuare.

Potremmo portare altri esempi dal Vietnam, dall’Indonesia (il paese più musulmano del mondo), da Timor Est, dall’Oceania… ma certamente non dalla nostra Europa secolarizzata. In tutte le regioni geografiche esistono sfide e difficoltà nelle comunità cristiane; ma si vede che dove esiste un’opera di evangelizzazione seria, autentica e continua, non mancano le vocazioni al sacerdozio.

L’inevitabile domanda che si pone è: come è possibile che popoli con tante ricchezze e somiglianze antropologiche-culturali con i popoli amazzonici, nei loro riti, miti, un forte senso comunitario, la comunione con il cosmo, con profonda apertura religiosa… abbiano fatto fiorire comunità cristiane e vocazioni sacerdotali mentre in alcune parti dell’Amazzonia, dopo 200, 400 anni c’è una sterilità ecclesiale e vocazionale? Ci sono diocesi e congregazioni presenti da oltre un secolo e che non hanno una sola vocazione indigena locale. C’è forse un gene in più o in meno, o il problema è un altro? Le differenze culturali sono così ampie?

Una possibile risposta è che i popoli amazzonici, culturalmente, non comprendono le esigenze del celibato. Questo problema è stato sollevato, forse anche con buona volontà, ma è impregnato di forti preconcetti culturali, per non dire razziali… Esattamente lo stesso problema si era posto in India, in Oceania e in Africa.

L’enciclica Maximum illud, di cui si celebrerà il centenario durante il sinodo con un mese missionario straordinario, risponde a questo problema. Il documento incentiva e stimola la promozione delle vocazioni indigene, nelle Chiese che furono o erano dipendenti dalle colonie europee.

Qui possiamo vedere, a titolo di esempio, il magnifico lavoro missionario degli Spiritani, dei Padri Bianchi, che hanno optato decisamente per le vocazioni locali, creando seminari fiorenti in tutta l’Africa.

Certamente, dedicarsi a lavorare per le vocazioni è impegnativo, implica l’investimento di mezzi, del personale migliore. Talvolta la vita missionaria ha evitato questo prezioso servizio che è davvero quello che coopererà a creare una Chiesa dal volto amazzonico. A volte è molto più gratificante una vita di “eroe itinerante” nelle foreste che non una dedizione amorevole, paziente e rispettosa nell’accompagnamento e nella formazione delle vocazioni locali.

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Originale: Settimana News

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