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Alziamo la voce a tutela dei piccoli

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L’Italia invecchia e non ci sono rincalzi, se non quelli che vengono dai flussi migratori

Una riflessione sui “piccoli”: è quanto vorrei proporre in questa domenica di fine luglio per aiutarci a pensare in questi giorni in cui la ricerca del riposo e dello svago rischia di far chiudere gli occhi di molti sulle sfide e i drammi del nostro presente. Anzitutto, vorrei parlare dei piccoli che avrebbero potuto esserci e non ci sono. Non mi riferisco soltanto al numero di aborti che vengono praticati nel nostro Paese, pur regolato da una Costituzione pensata per tutelare la dignità di ogni essere umano in ogni fase della sua esistenza. Penso ai bambini mai concepiti a causa della denatalità, che ormai da tempo caratterizza la nostra convivenza civile: troppe coppie si impongono il tetto massimo del figlio unico, altre rinunciano perfino a quello. Il risultato è drammatico: il Paese invecchia e non ci sono rincalzi, se non quelli che vengono dai flussi migratori, necessari alla stessa sopravvivenza dell’azienda Italia. Le aule delle scuole materne ed elementari sono sempre più vuote e spesso è solo grazie ai figli degli immigrati che riescono a formarsi le classi. Al di là del mero calcolo statistico, è la tendenza costante e generalizzata che preoccupa, come se fosse ormai un’idea scontata quella che i figli costano troppo e rinunciarvi è misura di saggezza per garantirsi un avvenire tranquillo. La mentalità che portava in passato a vedere nei figli una benedizione e un’assicurazione sulla vita appare ai più desueta e ingenua. Non intendo certo negare che aprirsi alla vita e volere più figli è un atto di fiducia e di speranza di prima grandezza: semplicemente, voglio sottolineare che si tratta dell’atto fondamentale per garantire un futuro alla storia da cui veniamo, non solo come singoli, ma anche come popolo, cultura e civiltà.

Ci sono poi i piccoli venuti al mondo che, col fatto stesso di esistere, hanno diritto al massimo della cura e dell’impegno nei loro confronti. Indifesi come sono, incapaci di gestirsi da soli, i più piccoli vanno tutelati e accompagnati con grandissimo amore, affinché non manchi loro nulla di ciò che è necessario a una crescita sana e serena, a cominciare dalla rete di affetti di cui l’abbraccio dei genitori è il simbolo più denso ed eloquente. Risulta qui necessario accettare una gerarchia di valori nelle scelte da fare nella vita: a che serve a una coppia guadagnare di più, se poi questo comporta la rinuncia alla possibilità di stare con i propri figli e la necessità di ricorrere a persone pagate per sostituire gli stessi genitori nel loro ruolo fondamentale? A costo di andare controcorrente, mi chiedo fino a che punto sia riconosciuto e sostenuto il valore immenso del “lavoro genitoriale”, della dedizione cioè a tempo pieno che almeno uno dei due coniugi dovrebbe poter investire nella formazione dei figli. La giusta emancipazione femminile non può significare la svalutazione del fondamentale servizio genitoriale, che è alla base di uno sviluppo armonico della personalità dei piccoli che vengono al mondo e si affacciano progressivamente alla vita nella ricchezza e complessità dei suoi aspetti. Non esiterei a proporre un’apologia del lavoro materno e paterno in quanto tale, da tenere in debito conto in tutto l’ambito di una legislazione a sostegno delle famiglie e della natalità, di cui mi sembra ci sia grande urgenza e bisogno. Non vanno poi dimenticati i tanti minori non accompagnati che arrivano da noi coi flussi immigratori: essi hanno né più né meno che gli stessi diritti dei nostri bambini, mentre spesso la separazione dai genitori li rende esposti a ogni sorta di difficoltà. Un’azione di accoglienza e sostegno nei loro confronti è quanto un Paese civile dovrebbe concepire e mettere in atto nel più breve tempo possibile, per evitare che alcuni di essi finiscano nelle mani dei trafficanti di esseri umani o siano abbandonati a se stessi e a un futuro più che mai incerto e pericoloso.

Infine, vorrei fermare l’attenzione sui bambini oggetto di violenza e di abuso in forme aberranti, secondo un fenomeno purtroppo in crescita. Mi ha scritto di recente un amico sacerdote da anni impegnato nella “terra dei fuochi” a favore dei più deboli, don Maurizio Patriciello: “Sto tornando a casa dopo una giornata passata ad Avola con don Fortunato Di Noto. Non avevo mai visto foto e filmati di neonati violentati. Orribile. Inaudito. Spaventoso. Ho l’animo lacerato. Internet è diventato il complice spietato di questa gente. Dobbiamo fare qualcosa di più. Sono piccoli, non hanno voce se non per piangere. Ma a quelli il pianto li eccita ancora di più… Credo che come fu per i campi di sterminio alla fine della guerra deve essere per questi bimbi lacerati. La gente deve vedere… per potersi veramente scandalizzare… Facciamo qualcosa… Alziamo di più la voce. Portiamo in parlamento con più forza questo dramma dalle dimensioni immani… Parliamone…”. È anche da queste parole che è nata in me l’idea di scrivere queste righe e – come spero – di offrirle attraverso le pagine di questo quotidiano alla coscienza di quanti più destinatari possibile: se la violenza non è mai accettabile, su chiunque venga esercitata, tanto più esecrabile è la violenza esercitata sui piccoli e sui deboli indifesi, su coloro che non avendo voce con tanta facilità e noncuranza possono essere considerare “scarti”, lasciati nell’ombra della disattenzione, del disinteresse e perfino dell’alibi di non turbare le coscienze dei più, che sarebbero ferite se conoscessero la brutalità e l’orrore di cui sono fatti oggetto da chi di umano ormai non ha più nulla! Occorre levare insieme le nostre voci a difesa delle vite dei più piccoli, in un grido la cui intensità sia direttamente proporzionale all’orrore perpetrato su di essi: è l’appello che lancio in particolare ai parlamentari e ai politici di ogni colore, perché il loro intento di servire il bene comune si traduca in una volontà corale di difendere i più deboli fra i deboli e di tutelarne la dignità sacra e inalienabile di persone umane.

Mons. Bruno Forte è arcivescovo di Chieti-Vasto.

La riflessione di mons. Forte è stata pubblicata su “Il Sole 24 Ore” di oggi, domenica 23 luglio 2017, pp. 1 e 8.

Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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L’Italia invecchia e non ci sono rincalzi, se non quelli che vengono dai flussi migratori

Una riflessione sui “piccoli”: è quanto vorrei proporre in questa domenica di fine luglio per aiutarci a pensare in questi giorni in cui la ricerca del riposo e dello svago rischia di far chiudere gli occhi di molti sulle sfide e i drammi del nostro presente. Anzitutto, vorrei parlare dei piccoli che avrebbero potuto esserci e non ci sono. Non mi riferisco soltanto al numero di aborti che vengono praticati nel nostro Paese, pur regolato da una Costituzione pensata per tutelare la dignità di ogni essere umano in ogni fase della sua esistenza. Penso ai bambini mai concepiti a causa della denatalità, che ormai da tempo caratterizza la nostra convivenza civile: troppe coppie si impongono il tetto massimo del figlio unico, altre rinunciano perfino a quello. Il risultato è drammatico: il Paese invecchia e non ci sono rincalzi, se non quelli che vengono dai flussi migratori, necessari alla stessa sopravvivenza dell’azienda Italia. Le aule delle scuole materne ed elementari sono sempre più vuote e spesso è solo grazie ai figli degli immigrati che riescono a formarsi le classi. Al di là del mero calcolo statistico, è la tendenza costante e generalizzata che preoccupa, come se fosse ormai un’idea scontata quella che i figli costano troppo e rinunciarvi è misura di saggezza per garantirsi un avvenire tranquillo. La mentalità che portava in passato a vedere nei figli una benedizione e un’assicurazione sulla vita appare ai più desueta e ingenua. Non intendo certo negare che aprirsi alla vita e volere più figli è un atto di fiducia e di speranza di prima grandezza: semplicemente, voglio sottolineare che si tratta dell’atto fondamentale per garantire un futuro alla storia da cui veniamo, non solo come singoli, ma anche come popolo, cultura e civiltà.

Ci sono poi i piccoli venuti al mondo che, col fatto stesso di esistere, hanno diritto al massimo della cura e dell’impegno nei loro confronti. Indifesi come sono, incapaci di gestirsi da soli, i più piccoli vanno tutelati e accompagnati con grandissimo amore, affinché non manchi loro nulla di ciò che è necessario a una crescita sana e serena, a cominciare dalla rete di affetti di cui l’abbraccio dei genitori è il simbolo più denso ed eloquente. Risulta qui necessario accettare una gerarchia di valori nelle scelte da fare nella vita: a che serve a una coppia guadagnare di più, se poi questo comporta la rinuncia alla possibilità di stare con i propri figli e la necessità di ricorrere a persone pagate per sostituire gli stessi genitori nel loro ruolo fondamentale? A costo di andare controcorrente, mi chiedo fino a che punto sia riconosciuto e sostenuto il valore immenso del “lavoro genitoriale”, della dedizione cioè a tempo pieno che almeno uno dei due coniugi dovrebbe poter investire nella formazione dei figli. La giusta emancipazione femminile non può significare la svalutazione del fondamentale servizio genitoriale, che è alla base di uno sviluppo armonico della personalità dei piccoli che vengono al mondo e si affacciano progressivamente alla vita nella ricchezza e complessità dei suoi aspetti. Non esiterei a proporre un’apologia del lavoro materno e paterno in quanto tale, da tenere in debito conto in tutto l’ambito di una legislazione a sostegno delle famiglie e della natalità, di cui mi sembra ci sia grande urgenza e bisogno. Non vanno poi dimenticati i tanti minori non accompagnati che arrivano da noi coi flussi immigratori: essi hanno né più né meno che gli stessi diritti dei nostri bambini, mentre spesso la separazione dai genitori li rende esposti a ogni sorta di difficoltà. Un’azione di accoglienza e sostegno nei loro confronti è quanto un Paese civile dovrebbe concepire e mettere in atto nel più breve tempo possibile, per evitare che alcuni di essi finiscano nelle mani dei trafficanti di esseri umani o siano abbandonati a se stessi e a un futuro più che mai incerto e pericoloso.

Infine, vorrei fermare l’attenzione sui bambini oggetto di violenza e di abuso in forme aberranti, secondo un fenomeno purtroppo in crescita. Mi ha scritto di recente un amico sacerdote da anni impegnato nella “terra dei fuochi” a favore dei più deboli, don Maurizio Patriciello: “Sto tornando a casa dopo una giornata passata ad Avola con don Fortunato Di Noto. Non avevo mai visto foto e filmati di neonati violentati. Orribile. Inaudito. Spaventoso. Ho l’animo lacerato. Internet è diventato il complice spietato di questa gente. Dobbiamo fare qualcosa di più. Sono piccoli, non hanno voce se non per piangere. Ma a quelli il pianto li eccita ancora di più… Credo che come fu per i campi di sterminio alla fine della guerra deve essere per questi bimbi lacerati. La gente deve vedere… per potersi veramente scandalizzare… Facciamo qualcosa… Alziamo di più la voce. Portiamo in parlamento con più forza questo dramma dalle dimensioni immani… Parliamone…”. È anche da queste parole che è nata in me l’idea di scrivere queste righe e – come spero – di offrirle attraverso le pagine di questo quotidiano alla coscienza di quanti più destinatari possibile: se la violenza non è mai accettabile, su chiunque venga esercitata, tanto più esecrabile è la violenza esercitata sui piccoli e sui deboli indifesi, su coloro che non avendo voce con tanta facilità e noncuranza possono essere considerare “scarti”, lasciati nell’ombra della disattenzione, del disinteresse e perfino dell’alibi di non turbare le coscienze dei più, che sarebbero ferite se conoscessero la brutalità e l’orrore di cui sono fatti oggetto da chi di umano ormai non ha più nulla! Occorre levare insieme le nostre voci a difesa delle vite dei più piccoli, in un grido la cui intensità sia direttamente proporzionale all’orrore perpetrato su di essi: è l’appello che lancio in particolare ai parlamentari e ai politici di ogni colore, perché il loro intento di servire il bene comune si traduca in una volontà corale di difendere i più deboli fra i deboli e di tutelarne la dignità sacra e inalienabile di persone umane.

Mons. Bruno Forte è arcivescovo di Chieti-Vasto.

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La riflessione di mons. Forte è stata pubblicata su “Il Sole 24 Ore” di oggi, domenica 23 luglio 2017, pp. 1 e 8.

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