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«Al di sopra di tutto» la carità?

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Dopo aver attentamente letto, senza preconcetti, il documento dell’ex prefetto della Congregazione per la dottrina della fede – card. Gerhard Müller – diffuso il 9 febbraio e pomposamente intitolato «Manifesto della fede», mi sono posto alcune domande le cui risposte sono facilmente rinvenibili nel provvidenziale magistero di papa Francesco.

  1. Oggi assistiamo ad una «sempre più diffusa confusione nell’insegnamento della fede» o siamo piuttosto in presenza di un’inquietante incapacità di far risultare desiderabile alla nostra generazione la fede nel Dio rivelato da Gesù?
  2. Siamo proprio sicuri che, per ovviare al fatto che «oggi molti cristiani non conoscono più nemmeno i fondamenti della fede» e hanno una «coscienza non sufficientemente formata», la strada maestra sia quella di proporre loro un semplice ripasso del Catechismo della Chiesa cattolica e non piuttosto quella di concentrare l’annuncio su ciò che è più bello, più grande, più attraente e, allo stesso tempo, più necessario, su ciò che appassiona e attira di più, su ciò che è in grado di far ardere il cuore?
  3. Per condurre gli uomini e le donne del nostro tempo verso Gesù Cristo («compito proprio della Chiesa»), l’opzione pastorale più efficace è quella della trasmissione di dottrine che si tenta di imporre a forza di insistere o non piuttosto quella di annunciare il Vangelo di Gesù Cristo alla maniera di chi desidera condividere una gioia grande, segnalare un orizzonte attraente, offrire un banchetto desiderabile, nella convinzione che la Chiesa cresce non per proselitismo ma per attrazione?
  4. Gesù Cristo, il volto della misericordia di Dio Padre, si è fatto Uomo solo «per redimerci dai nostri peccati» o anche perché tutti abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza già qui e ora? Nella prospettiva cristiana la vita eterna riguarda solo l’aldilà o ha a che fare anche con l’aldiquà? La fede cristiana deve solo preparare le anime per il cielo o alimentare un profondo desiderio di cambiare il mondo, di trasmettere valori, di lasciare qualcosa di migliore dopo il nostro passaggio sulla terra?
  1. Nella Chiesa, popolo di Dio che ha per capo Cristo, per condizione la dignità e la libertà dei figli e delle figlie di Dio, per legge il nuovo precetto di amare come Cristo ci ha amati e per fine il regno di Dio già iniziato e ulteriormente da dilatare, il compito dei pastori e del magistero si esaurisce nel salvaguardare il popolo di Dio «dalle deviazioni e dai cedimenti» o non consiste soprattutto nello stare in compagnia della gente, mettendosi a volte davanti ad essa per indicare il cammino, a volte nel mezzo per mantenerla unita, a volte dietro per evitare che nessuno si perda?
  1. Di fronte alla persistente, drammatica e diffusa penuria di presbiteri, perché, invece di continuare a considerare di fatto lo stato di vita celibatario alla stregua di un indiscutibile dogma di fede e privare gruppi sempre più consistenti di credenti della partecipazione al banchetto eucaristico (fonte e culmine di tutta la vita cristiana), non si può serenamente decidere di conferire il presbiterato a viri probati?
  1. Quando avremo una Chiesa segnata equamente e visibilmente dal maschile e dal femminile, entrambi creati ad immagine e somiglianza di Dio? Quando si riuscirà a ridurre drasticamente la distanza che continua ad esserci tra le molte e romantiche parole sulla donna e la sua reale condizione nella comunità ecclesiale? Quando nella Chiesa a pensare, progettare, pianificare e decidere saranno uomini e donne? Quando, anche negli spazi alti, ci si siederà alla pari, donne e uomini mescolati, dall’eguale dignità e dall’armonica reciprocità e interdipendenza, dove le differenze non sono né negate né livellate ma doverosamente valorizzate?
  1. Invece di abbracciare le armi del rigore, la Chiesa – come sognava Giovanni XXIII nel 1962 – non farebbe meglio, oggi, ad usare la medicina della misericordia, quale cuore pulsante del Vangelo, architrave che sorregge la vita della Chiesa e modalità con cui si manifesta l’onnipotenza di Dio? Soprattutto la Chiesa non dovrebbe, con un linguaggio semplice e comprensibile a tutti, far emergere le ragioni della speranza là dove sono più percettibili i segni dello scoramento e della delusione, della fatica e della frustrazione, della tristezza e della rassegnazione?
  1. A pastori dagli sguardi arcigni e intransigenti, dalle lingue taglienti e impietose, dalle voci senza fascino e senza sussulti e dai giudizi insindacabili fatti cadere come clave paralizzanti, non sono forse da preferire pastori che sanno prendere l’iniziativa per andare incontro ai lontani, per invitare gli esclusi, per accorciare le distanze dai diffidenti, per intercettare ai crocicchi delle strade gli indifferenti, per proporre la bellezza e le potenzialità umanizzanti del Vangelo ai non credenti? Al pastore dalla psicologia da principe che attende che la gente venga da lui non è forse da preferire il pastore che va a cercarla là dove essa vive per ascoltare il silenzioso racconto di chi soffre, per sostenere il passo di chi teme di non farcela, per rimettere in piedi chi è caduto e per infondere speranza a chi rischia di perderla?

Alla fine ci si può chiedere come mai in un documento di poco più di tre pagine che, citando 83 paragrafi del Catechismo della Chiesa cattolica, si presenta niente meno che come un «manifesto della fede», non viene fatto riferimento al n. 25 del Catechismo stesso rubricato «Al di sopra di tutto la carità»? Che merita pertanto di essere qui riportato integralmente: «Tutta la sostanza della dottrina e dell’insegnamento deve essere orientata alla carità che non avrà mai fine. Infatti, sia che si espongano le verità della fede o i motivi della speranza o i doveri dell’attività morale, sempre e in tutto va dato rilievo all’amore di nostro Signore, così da far comprendere che ogni esercizio di perfetta virtù cristiana non può scaturire se non dall’amore, come nell’amore ha d’altronde il suo fine ultimo».

Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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  1. Oggi assistiamo ad una «sempre più diffusa confusione nell’insegnamento della fede» o siamo piuttosto in presenza di un’inquietante incapacità di far risultare desiderabile alla nostra generazione la fede nel Dio rivelato da Gesù?
  2. Siamo proprio sicuri che, per ovviare al fatto che «oggi molti cristiani non conoscono più nemmeno i fondamenti della fede» e hanno una «coscienza non sufficientemente formata», la strada maestra sia quella di proporre loro un semplice ripasso del Catechismo della Chiesa cattolica e non piuttosto quella di concentrare l’annuncio su ciò che è più bello, più grande, più attraente e, allo stesso tempo, più necessario, su ciò che appassiona e attira di più, su ciò che è in grado di far ardere il cuore?
  3. Per condurre gli uomini e le donne del nostro tempo verso Gesù Cristo («compito proprio della Chiesa»), l’opzione pastorale più efficace è quella della trasmissione di dottrine che si tenta di imporre a forza di insistere o non piuttosto quella di annunciare il Vangelo di Gesù Cristo alla maniera di chi desidera condividere una gioia grande, segnalare un orizzonte attraente, offrire un banchetto desiderabile, nella convinzione che la Chiesa cresce non per proselitismo ma per attrazione?
  4. Gesù Cristo, il volto della misericordia di Dio Padre, si è fatto Uomo solo «per redimerci dai nostri peccati» o anche perché tutti abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza già qui e ora? Nella prospettiva cristiana la vita eterna riguarda solo l’aldilà o ha a che fare anche con l’aldiquà? La fede cristiana deve solo preparare le anime per il cielo o alimentare un profondo desiderio di cambiare il mondo, di trasmettere valori, di lasciare qualcosa di migliore dopo il nostro passaggio sulla terra?
  1. Nella Chiesa, popolo di Dio che ha per capo Cristo, per condizione la dignità e la libertà dei figli e delle figlie di Dio, per legge il nuovo precetto di amare come Cristo ci ha amati e per fine il regno di Dio già iniziato e ulteriormente da dilatare, il compito dei pastori e del magistero si esaurisce nel salvaguardare il popolo di Dio «dalle deviazioni e dai cedimenti» o non consiste soprattutto nello stare in compagnia della gente, mettendosi a volte davanti ad essa per indicare il cammino, a volte nel mezzo per mantenerla unita, a volte dietro per evitare che nessuno si perda?
  1. Di fronte alla persistente, drammatica e diffusa penuria di presbiteri, perché, invece di continuare a considerare di fatto lo stato di vita celibatario alla stregua di un indiscutibile dogma di fede e privare gruppi sempre più consistenti di credenti della partecipazione al banchetto eucaristico (fonte e culmine di tutta la vita cristiana), non si può serenamente decidere di conferire il presbiterato a viri probati?
  1. Quando avremo una Chiesa segnata equamente e visibilmente dal maschile e dal femminile, entrambi creati ad immagine e somiglianza di Dio? Quando si riuscirà a ridurre drasticamente la distanza che continua ad esserci tra le molte e romantiche parole sulla donna e la sua reale condizione nella comunità ecclesiale? Quando nella Chiesa a pensare, progettare, pianificare e decidere saranno uomini e donne? Quando, anche negli spazi alti, ci si siederà alla pari, donne e uomini mescolati, dall’eguale dignità e dall’armonica reciprocità e interdipendenza, dove le differenze non sono né negate né livellate ma doverosamente valorizzate?
  1. Invece di abbracciare le armi del rigore, la Chiesa – come sognava Giovanni XXIII nel 1962 – non farebbe meglio, oggi, ad usare la medicina della misericordia, quale cuore pulsante del Vangelo, architrave che sorregge la vita della Chiesa e modalità con cui si manifesta l’onnipotenza di Dio? Soprattutto la Chiesa non dovrebbe, con un linguaggio semplice e comprensibile a tutti, far emergere le ragioni della speranza là dove sono più percettibili i segni dello scoramento e della delusione, della fatica e della frustrazione, della tristezza e della rassegnazione?
  1. A pastori dagli sguardi arcigni e intransigenti, dalle lingue taglienti e impietose, dalle voci senza fascino e senza sussulti e dai giudizi insindacabili fatti cadere come clave paralizzanti, non sono forse da preferire pastori che sanno prendere l’iniziativa per andare incontro ai lontani, per invitare gli esclusi, per accorciare le distanze dai diffidenti, per intercettare ai crocicchi delle strade gli indifferenti, per proporre la bellezza e le potenzialità umanizzanti del Vangelo ai non credenti? Al pastore dalla psicologia da principe che attende che la gente venga da lui non è forse da preferire il pastore che va a cercarla là dove essa vive per ascoltare il silenzioso racconto di chi soffre, per sostenere il passo di chi teme di non farcela, per rimettere in piedi chi è caduto e per infondere speranza a chi rischia di perderla?

Alla fine ci si può chiedere come mai in un documento di poco più di tre pagine che, citando 83 paragrafi del Catechismo della Chiesa cattolica, si presenta niente meno che come un «manifesto della fede», non viene fatto riferimento al n. 25 del Catechismo stesso rubricato «Al di sopra di tutto la carità»? Che merita pertanto di essere qui riportato integralmente: «Tutta la sostanza della dottrina e dell’insegnamento deve essere orientata alla carità che non avrà mai fine. Infatti, sia che si espongano le verità della fede o i motivi della speranza o i doveri dell’attività morale, sempre e in tutto va dato rilievo all’amore di nostro Signore, così da far comprendere che ogni esercizio di perfetta virtù cristiana non può scaturire se non dall’amore, come nell’amore ha d’altronde il suo fine ultimo».

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