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Ai confratelli preti che hanno paura dei migranti

Le parole di Cristo aiutano a porre domande; a indicare ciò che è eterno e indistruttibile, a ciò che è bene.

- Advertisement -
di: Vinicio Albanesi

Sto scrivendo dall’Ecuador in un piccolo paese delle Ande, per festeggiare i 30 anni della fondazione di una nostra Comunità di disabili, intitolata “Jesús resucitado”.

Ho seguito le vicende che hanno coinvolto il parroco di Sora per la festa di san Rocco, il 16 agosto, nell’omelia contro gli immigrati e le sue scuse. Ho riascoltato le sue parole che trascrivo letteralmente: «Voglio essere polemico; ma non sono sulle navi che si vanno a soccorrere persone che hanno telefonini oppure catenine, catene al collo e dice che vengono dalle persecuzioni; quali persecuzioni? Guardiamoci intorno: guardiamo la nostra città; guardiamo la nostra patria; guardiamo le persone che ci sono accanto che hanno bisogno e io quante ne conosco; sono tante, tantissime, sono una marea di persone che si vergognano del loro stato di povertà (?) perché non si può vivere in questo modo, con queste disuguaglianze. C’è bisogno veramente di una giustizia, ma non di una giustizia a tempo, di una giustizia che diventa ingiusta. Abbiamo bisogno veramente di vivere la grazia di Dio».

Limitati e senza storia

Da confratello, le sue parole fanno rabbrividire. Con la dovuta carità, occorre però esprimere il proprio dissenso: profondo, senza sconti, perché è immagine di altri don che pensano come lui – (quanti?) –, pur sentendosi “in grazia di Dio”.

Da un punto di vista culturale, il rischio per noi preti è la banalità. Basterebbe abbonarsi a una qualche rivista missionaria (NigriziaMissione oggiMondo e missione…) per conoscere la situazione sociale, economica e politica dei paesi da dove provengono gli immigrati e cambiare opinione. Non seguendo le storie del mondo, si cade nel vociare corrente, con linguaggi da cortile e da bar.

Nel 2018 sono morti 40 preti martiri, la maggior parte dei quali in Nigeria e in Messico. Non leggendo, non aggiornandosi, non viaggiando, prevale il non pensiero, nonostante l’età. Trasferirlo in un’omelia è tragico.

Non fa storia nemmeno la memoria della nostra gente che ha vissuto migrazioni all’estero (Argentina, Venezuela, Stati Uniti…) oppure in Italia dal sud al nord: compatiti, sfruttati, derisi. Nemmeno i don del nord si ricordano della povertà, della tubercolosi, della pellagra… Se sfogliassero il libro dei defunti di qualche decina di anni fa, si accorgerebbero che un tempo morivano molti neonati per malattie comuni.

I nostri ragazzi e ragazze oggi si allontanano per cercare lavoro: per gli americani, gli inglesi, i tedeschi, gli svedesi siamo “pizza e mafia”.

Parola senza passione

Religiosamente siamo diventati cantastorie. Il Vangelo – la parola di Dio – è stato ridotto a favole: la donna cananea guarita…, mi avete dato da mangiare…, il Signore protegge lo straniero…, il buon samaritano… scivolano via con ripetizioni triennali, sempre uguali, sempre più insignificanti, sempre meno vere.

Domenica scorsa abbiamo letto al Vangelo: «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!». Siamo, invece, diventati ripetitori. La parola di Dio si è nascosta nell’intimità di ognuno con le proprie interpretazioni. Ci è stata rubata, annacquata, stravolta. È stata inghiottita nell’interpretazione superficiale corrente. Le nostre opere di carità assomigliano all’elemosina dei Principi del Rinascimento o dei liberali dell’ottocento. Addirittura siamo stati superati da alcuni manager americani che hanno richiesto più etica nel mondo delle imprese e della finanza.

Continuando di questo passo, le nostre chiese vuote andranno demolite, perché nessuno le vorrà, nemmeno a regalo: troppo costose per essere mantenute. Pur di racimolare qualche segno di cristianità, qualcuno ha inventato, d’estate, il rinnovo del battesimo all’alba in riva al mare o il cioccolato caldo con cornetti, d’inverno. Povero Cristo che viaggia con angoscia verso Gerusalemme – racconta il Vangelo di Luca – dove l’aspettano la passione e la morte.

Un papa fastidioso

Politicamente non abbiamo più nulla da dire. Mediando, mediando è prevalso il mercantile, la finanza, gli interessi di pochi contro tutti. In compenso ore e ore di tv, di siti, di promozioni e di pubblicità per essere senza rughe, senza pancia, senza età. Ci siamo allineati a pifferai che promettono meno tasse, più pensioni, più elargizioni, con l’illusione del benessere.

Nel frattempo, c’è chi raccoglie pomodori (tra poco l’uva o le mele) a 3 euro l’ora, senza voler conoscere chi è vittima. Eppure l’economia è a somma zero: chi guadagna e chi perde. Il Vangelo indica di stare dalla parte di chi perde.

La nostra patria è il regno dei cieli e lo si raggiunge con le beatitudini. Ci infastidiscono le parole del papa che richiama l’attenzione alla vita, alle migrazioni, al creato. Dicono che non sia teologo, non sia moralista, troppo populista e troppo misericordioso. Fortunatamente è evangelico e Dio lo conservi.

Difficile per noi tutti predicare il Vangelo. Paolo VI parlava di una nuova evangelizzazione. Siamo prima. La nostra cultura non solo è fluida, è anche ossessiva. Il personalismo esasperato ha distrutto le radici del senso della vita. Inseguiamo sogni suggeriti da mercanti che diventano attese, per ritrovarsi nel nulla, perché si moltiplicano fino a che la natura non dica «basta così».

Non possiamo essere tolleranti: invocare sicurezze solo per noi; chiudere gli occhi al mondo che soffre, non cercare le cause del male. Nessuna rivoluzione parolaia: almeno non disperdere il senso profondo della fede che ci guida. Vale per il bene personale e per quello collettivo.

Ci salva l’umiltà

Le parole di Cristo aiutano a porre domande; a indicare ciò che è eterno e indistruttibile, a ciò che è bene, come suggerisce san Paolo: «deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci intralcia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti» (Eb 12,1).

A noi spetta dare continuità tra parole e vita, tra riflessioni e comportamenti. Senza imporre, ma almeno dando testimonianza. Dio ci perdoni perché ne abbiamo almeno preso coscienza, senza impegnarci adeguatamente. Ci rimprovererà, ma l’umiltà per le nostre pochezze ci salverà.

Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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Ai confratelli preti che hanno paura dei migranti

Le parole di Cristo aiutano a porre domande; a indicare ciò che è eterno e indistruttibile, a ciò che è bene.

  

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Sto scrivendo dall’Ecuador in un piccolo paese delle Ande, per festeggiare i 30 anni della fondazione di una nostra Comunità di disabili, intitolata “Jesús resucitado”.

Ho seguito le vicende che hanno coinvolto il parroco di Sora per la festa di san Rocco, il 16 agosto, nell’omelia contro gli immigrati e le sue scuse. Ho riascoltato le sue parole che trascrivo letteralmente: «Voglio essere polemico; ma non sono sulle navi che si vanno a soccorrere persone che hanno telefonini oppure catenine, catene al collo e dice che vengono dalle persecuzioni; quali persecuzioni? Guardiamoci intorno: guardiamo la nostra città; guardiamo la nostra patria; guardiamo le persone che ci sono accanto che hanno bisogno e io quante ne conosco; sono tante, tantissime, sono una marea di persone che si vergognano del loro stato di povertà (?) perché non si può vivere in questo modo, con queste disuguaglianze. C’è bisogno veramente di una giustizia, ma non di una giustizia a tempo, di una giustizia che diventa ingiusta. Abbiamo bisogno veramente di vivere la grazia di Dio».

Limitati e senza storia

Da confratello, le sue parole fanno rabbrividire. Con la dovuta carità, occorre però esprimere il proprio dissenso: profondo, senza sconti, perché è immagine di altri don che pensano come lui – (quanti?) –, pur sentendosi “in grazia di Dio”.

Da un punto di vista culturale, il rischio per noi preti è la banalità. Basterebbe abbonarsi a una qualche rivista missionaria (NigriziaMissione oggiMondo e missione…) per conoscere la situazione sociale, economica e politica dei paesi da dove provengono gli immigrati e cambiare opinione. Non seguendo le storie del mondo, si cade nel vociare corrente, con linguaggi da cortile e da bar.

Nel 2018 sono morti 40 preti martiri, la maggior parte dei quali in Nigeria e in Messico. Non leggendo, non aggiornandosi, non viaggiando, prevale il non pensiero, nonostante l’età. Trasferirlo in un’omelia è tragico.

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Non fa storia nemmeno la memoria della nostra gente che ha vissuto migrazioni all’estero (Argentina, Venezuela, Stati Uniti…) oppure in Italia dal sud al nord: compatiti, sfruttati, derisi. Nemmeno i don del nord si ricordano della povertà, della tubercolosi, della pellagra… Se sfogliassero il libro dei defunti di qualche decina di anni fa, si accorgerebbero che un tempo morivano molti neonati per malattie comuni.

I nostri ragazzi e ragazze oggi si allontanano per cercare lavoro: per gli americani, gli inglesi, i tedeschi, gli svedesi siamo “pizza e mafia”.

Parola senza passione

Religiosamente siamo diventati cantastorie. Il Vangelo – la parola di Dio – è stato ridotto a favole: la donna cananea guarita…, mi avete dato da mangiare…, il Signore protegge lo straniero…, il buon samaritano… scivolano via con ripetizioni triennali, sempre uguali, sempre più insignificanti, sempre meno vere.

Domenica scorsa abbiamo letto al Vangelo: «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!». Siamo, invece, diventati ripetitori. La parola di Dio si è nascosta nell’intimità di ognuno con le proprie interpretazioni. Ci è stata rubata, annacquata, stravolta. È stata inghiottita nell’interpretazione superficiale corrente. Le nostre opere di carità assomigliano all’elemosina dei Principi del Rinascimento o dei liberali dell’ottocento. Addirittura siamo stati superati da alcuni manager americani che hanno richiesto più etica nel mondo delle imprese e della finanza.

Continuando di questo passo, le nostre chiese vuote andranno demolite, perché nessuno le vorrà, nemmeno a regalo: troppo costose per essere mantenute. Pur di racimolare qualche segno di cristianità, qualcuno ha inventato, d’estate, il rinnovo del battesimo all’alba in riva al mare o il cioccolato caldo con cornetti, d’inverno. Povero Cristo che viaggia con angoscia verso Gerusalemme – racconta il Vangelo di Luca – dove l’aspettano la passione e la morte.

Un papa fastidioso

Politicamente non abbiamo più nulla da dire. Mediando, mediando è prevalso il mercantile, la finanza, gli interessi di pochi contro tutti. In compenso ore e ore di tv, di siti, di promozioni e di pubblicità per essere senza rughe, senza pancia, senza età. Ci siamo allineati a pifferai che promettono meno tasse, più pensioni, più elargizioni, con l’illusione del benessere.

Nel frattempo, c’è chi raccoglie pomodori (tra poco l’uva o le mele) a 3 euro l’ora, senza voler conoscere chi è vittima. Eppure l’economia è a somma zero: chi guadagna e chi perde. Il Vangelo indica di stare dalla parte di chi perde.

La nostra patria è il regno dei cieli e lo si raggiunge con le beatitudini. Ci infastidiscono le parole del papa che richiama l’attenzione alla vita, alle migrazioni, al creato. Dicono che non sia teologo, non sia moralista, troppo populista e troppo misericordioso. Fortunatamente è evangelico e Dio lo conservi.

Difficile per noi tutti predicare il Vangelo. Paolo VI parlava di una nuova evangelizzazione. Siamo prima. La nostra cultura non solo è fluida, è anche ossessiva. Il personalismo esasperato ha distrutto le radici del senso della vita. Inseguiamo sogni suggeriti da mercanti che diventano attese, per ritrovarsi nel nulla, perché si moltiplicano fino a che la natura non dica «basta così».

Non possiamo essere tolleranti: invocare sicurezze solo per noi; chiudere gli occhi al mondo che soffre, non cercare le cause del male. Nessuna rivoluzione parolaia: almeno non disperdere il senso profondo della fede che ci guida. Vale per il bene personale e per quello collettivo.

Ci salva l’umiltà

Le parole di Cristo aiutano a porre domande; a indicare ciò che è eterno e indistruttibile, a ciò che è bene, come suggerisce san Paolo: «deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci intralcia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti» (Eb 12,1).

A noi spetta dare continuità tra parole e vita, tra riflessioni e comportamenti. Senza imporre, ma almeno dando testimonianza. Dio ci perdoni perché ne abbiamo almeno preso coscienza, senza impegnarci adeguatamente. Ci rimprovererà, ma l’umiltà per le nostre pochezze ci salverà.

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