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HomeArgomentiVita cristianaAgàpe, Philìa ed Èros. Quando l’Uomo diventa Amore.

Agàpe, Philìa ed Èros. Quando l’Uomo diventa Amore.

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filospinantola7aq6
Dio è Amore!
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“Ciò che v’è di noioso nell’amore, è il fatto che è un delitto in cui non si può fare a meno di un complice”.

Questo celebre adagio tratto da uno dei noti lavori di Baudelaire intitolato  «Razzi», si presta direi – in maniera alquanto deliziosa – ad introdurre e probabilmente a fornire una chiave di lettura  a quanto lascerò intendere in questo ghirigoro di stringhe, speriamo sensato.

Anzitutto è alquanto doversoso precisare quelli che sono i termini del mio ragionamento circa l’adagio sopra citato.
Non intendo commentare – chi sono io per farlo – l’opera dello scrittore francese, che tuttavia come noto si interessa molto dell’esaltazione  e divinizzazione della prostituzione, della strenua difesa della teoria sadiana dell’amore come crudeltà e…tanto altro ancora.

Intendo maggiormente cogliere e servirmi di quanto più positivo si trova inscritto nell’incipit del mio discorrere e dunque che l’Amore – questa volta quello maiuscolo – non è una disputa privata, da giocarsi in foro interno, ma un avvenimento – per dirla alla greca maniera – un combattimento appassionato e travolgente tra due soggetti.

Come si evince da un fugace sguardo rivolto a qualsiasi Lessico della lingua Greca, risulta immediatamente evidente che quando si discorre di amore, ci si imbatte in tutta una serie di lemmi che sembrano identificarlo, ma ciò che indubbiamente possiamo affermare è che quelli decisivi e probabilmente anche gli unici utilizzabili sono tre: Agàpe, Philìa ed Èros. 

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Ora, in troppe circostanze si è discusso sulla valenza dei tre termini – che tuttavia riprenderò – ma il mio intento è quello di evidenziarne il loro valore non attraverso strategie monarchiane e dunque come se essi fossero i piòli gerarchizzati di una scala che conduce a determinate vette, cercherò piuttosto di esplicare alcuni miei convincimenti intorno all’Amore – evidentemente in un ottica cristiana – che mi portano ad affermare l’eguale valenza dei tre, o perlomeno la loro imprescindibilità.

In diverse circostanze – per la maggiore quelle in cui mi sono trovato a discutere intorno ai rapporti prematrimoniali –  tentando di sfatare quello che oggi sembra un asserto assiomatico e cioè che sia necessario intrattenersi in prestazioni sessuali prima di “inguaiarsi” con il sacramento del matrimonio, per giunta dove si adducono tesi che invocherebbero una libertà di potersi conoscere per meglio discernere.  Ho tentato di districarmi proprio discorrendo sui tre termini che il mondo ellenico da tempo ci ha consegnato.

Ponendomi nella semplice dimensione di un non tanto dotto lettore o di un tonto dotto lettore, mi sembra di poter cogliere diverse sfaccettature – certamente più articolate rispetto a quanto enuncerò – inerenti ai tre fonemi (utilizzo questa espressione quasi a dire che i tre termini pur diversi tra loro e solo scritti, metaforicamente parlando ci invocano e presentano inoltre lo stesso suono); anzitutto il termine èros sembra porsi prevalentemente su una dimensione legata alla fisicità del rapporto amoroso, il terminephilìa indica già un amore più responsabile vissuto nel “vincolo” amicale ed infine agàpeche riconduce ad un amore affettuoso – perfettamente giocabile nella dimensione divina – che dona la vita, che preferisce altro da sé (Demostene ci fa da maestro), probabilmente lo stesso Amore che ha permesso a Dio di perire su due pezzi di legno incrociati, ma anche di risorgere.

L’evangelo del presunto figlio di Zebedeo, al capitolo 21, nel dialogo tra Gesù e Pietro, mette bene in evidenza questo aspetto. Gesù domanda a Pietro se lo Ama (Agapào) e Pietro risponde che gli vuole bene (Philèo) – per ben due volte – al terzo tentativo Gesù cambia verbo e utilizza lo stesso pronunciato da Pietro, quasi a sottolineare il suo venirci incontro, il suo donarsi e forse il suo limitarsi. Il tutto per noi, proprio noi che lo abbiamo inchiodato su quei due pezzi di legno!

Il donarsi completo di Gesù dunque, mi sembra possa evincersi anche in questa circostanza; anche quando l’amore non è propriamente agàpe ma è philìa. Non mi sembra tuttavia, di poter affermare che Gesù ci ama nell’uno o nell’altro modo, ma quasi che ognuno supponga l’altro, ognuno sia compenetrato all’altro e sia materialmente costitutivo dell’altro.

Ma dove si è andato a nascondere l’èros? Come potrebbe sembrare plausibile che questo terzo incomodo – nei vangeli sembra non esservene traccia – non rientri nell’ottica dell’amore di Dio?
Non ho soluzioni accreditate da presentare, ma riflessioni – esclusivamente di carattere esortativo – da proporre.

Dal mondo greco apprendiamo che il termine atto a designare sia il bambino che la bambina in fase dell’infanzia, è certamente unico. Questo stato temporale della crescita è designato dal termine paìs, il quale accompagnato da un articolo maschile o femminile ne determina il genere del soggetto. Le cose iniziano a mutare quando l’età è quella dell’adolescenza, iniziamo ad imbatterci in due gruppi lessicali ben definiti: parthènoi (ed altri termini) per le giovinette e èpheboi  per i giovinetti, termine quest’ultimo che indica anche le modificazioni fisiologiche del pube atte a definire l’età della pubertà che traghetta all’adolescenza.

Ora, proprio all’interno di tale dinamica inizia a collocarsi il discorso propriamente legato a quella che era l’educazione che questi giovinetti o giovinette ricevevano, il quale ci aiuterà a far luce attorno alla questione dell’èros e al suo vero significato.
Non deve scandalizzarci – in quanto largamente attestato da Platone, dalla poetessa Saffo e dallo stesso Aristofane – che spesso le relazioni che intercorrevano tra un discepolo e un maestro erano di natura omoerotica, vale a dire tra maestro adulto e discepolo giovinetto si instaurava un rapporto affettivo tale, che si veniva a creare una situazione che portava alla luce due figure, quella dell’ erastès cioè dell’amante e qualla dell’ eròmenos, l’amato. Tuttavia tale rapporto – che solo superficialmente sembra degradare in una relazione di tipo omosessuale – aveva il preciso compito di preparare il giovinetto alla relazione eterosessuale, che trovava il suo culmine nel matrimonio, che sia per il giovinetto che per la giovinetta (specialmente), segnavano il passaggio all’età adulta.
Ora, proprio il rapporto profondo tra l’erastès e  l’eròmenos, era indicato con il termine èros.Comprendiamo bene alla luce di questa breve premessa, che l’èros dunque non è pura fisicità, non è pornèia – che solo successivamente con la distinzione di Plutarco indicherà la commercializzazione dei favori fisici e dunque anche la libido – ma è qualcosa di più grande, il palpito del cuore, che stravolge il petto e il diaframma, qualcosa atta a designare un desiderio appassionante e bruciante di porre in relazione due soggetti e non un soggetto e un oggetto.
L’amato dunque è colui che è origine e mèta dell’èros  dell’amante, è lui stesso paradossalmente l’amore.

“Chi può dar legge agli amanti? L’amore è in sé una legge più grande”

diceva  Severino Boezio nel «Della consolazione della filosofia», questa stessa domanda e questa stessa risposta – analogicamente e forse irriverentemente mi perdonerete – vorrei trasporla e trasfigurarla nella logica divina.

Il Padre Celeste – che è l’amante – decide di manifestare questo èros di matura origine, nella persona del Figlio, che non è solo di natura divina ma è anche la Parola fatta carne, e se è vero che noi siamo resi figli nel Figlio, noi stessi analogicamente siamo l’Amato, noi stessi siamo quel secondo e necessario interlocutore, noi stessi  siamo origine e mèta dell’amore del Padre, noi stessi siamo l’Amore!

Quanto è grande l’Amore di Dio, quanto esso è meraviglioso, è tale che la nostra natura umana nel Cristo risulta essere elevata e misteriosamente divinizzata, non per nostra necessarietà al redentore, ma perché noi stessi – in Lui –  immagine e conseguenza della Sua Agàpe. Noi stessi nello Spirito configurati come mistero d’Amore e libro aperto che dispiega il mistero trinitario.

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G. Gravante
Teologo della Liturgia. È docente di Liturgia presso l'Istituto di Musica Sacra della Diocesi di Termoli-Larino e docente di Religione Cattolica nella stessa Diocesi. Ha studiato Filosofia e Teologia presso la Pontificia Università Lateranense; Archivistica Storica e Biblioteconomia presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e ha approfondito la propria formazione liturgica (attraverso seminari e corsi) presso i Pontifici Istituti Liturgici di "S. Anselmo" in Roma e di "S. Giustina" in Padova. È direttore del sito web di cultura e informazione cattolica SpeSalvi.it; collabora con diverse testate online di natura filosofico-teologico e con testate giornalistiche locali. Per Tau Editrice (febbraio 2016): Culmine e Fonte. L’evoluzione della Messa dal Concilio di Trento alla riforma del Vaticano II.
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Agàpe, Philìa ed Èros. Quando l’Uomo diventa Amore.

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Dio è Amore!

“Ciò che v’è di noioso nell’amore, è il fatto che è un delitto in cui non si può fare a meno di un complice”.

Questo celebre adagio tratto da uno dei noti lavori di Baudelaire intitolato  «Razzi», si presta direi – in maniera alquanto deliziosa – ad introdurre e probabilmente a fornire una chiave di lettura  a quanto lascerò intendere in questo ghirigoro di stringhe, speriamo sensato.

Anzitutto è alquanto doversoso precisare quelli che sono i termini del mio ragionamento circa l’adagio sopra citato.
Non intendo commentare – chi sono io per farlo – l’opera dello scrittore francese, che tuttavia come noto si interessa molto dell’esaltazione  e divinizzazione della prostituzione, della strenua difesa della teoria sadiana dell’amore come crudeltà e…tanto altro ancora.

Intendo maggiormente cogliere e servirmi di quanto più positivo si trova inscritto nell’incipit del mio discorrere e dunque che l’Amore – questa volta quello maiuscolo – non è una disputa privata, da giocarsi in foro interno, ma un avvenimento – per dirla alla greca maniera – un combattimento appassionato e travolgente tra due soggetti.

Come si evince da un fugace sguardo rivolto a qualsiasi Lessico della lingua Greca, risulta immediatamente evidente che quando si discorre di amore, ci si imbatte in tutta una serie di lemmi che sembrano identificarlo, ma ciò che indubbiamente possiamo affermare è che quelli decisivi e probabilmente anche gli unici utilizzabili sono tre: Agàpe, Philìa ed Èros. 

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Ora, in troppe circostanze si è discusso sulla valenza dei tre termini – che tuttavia riprenderò – ma il mio intento è quello di evidenziarne il loro valore non attraverso strategie monarchiane e dunque come se essi fossero i piòli gerarchizzati di una scala che conduce a determinate vette, cercherò piuttosto di esplicare alcuni miei convincimenti intorno all’Amore – evidentemente in un ottica cristiana – che mi portano ad affermare l’eguale valenza dei tre, o perlomeno la loro imprescindibilità.

In diverse circostanze – per la maggiore quelle in cui mi sono trovato a discutere intorno ai rapporti prematrimoniali –  tentando di sfatare quello che oggi sembra un asserto assiomatico e cioè che sia necessario intrattenersi in prestazioni sessuali prima di “inguaiarsi” con il sacramento del matrimonio, per giunta dove si adducono tesi che invocherebbero una libertà di potersi conoscere per meglio discernere.  Ho tentato di districarmi proprio discorrendo sui tre termini che il mondo ellenico da tempo ci ha consegnato.

Ponendomi nella semplice dimensione di un non tanto dotto lettore o di un tonto dotto lettore, mi sembra di poter cogliere diverse sfaccettature – certamente più articolate rispetto a quanto enuncerò – inerenti ai tre fonemi (utilizzo questa espressione quasi a dire che i tre termini pur diversi tra loro e solo scritti, metaforicamente parlando ci invocano e presentano inoltre lo stesso suono); anzitutto il termine èros sembra porsi prevalentemente su una dimensione legata alla fisicità del rapporto amoroso, il terminephilìa indica già un amore più responsabile vissuto nel “vincolo” amicale ed infine agàpeche riconduce ad un amore affettuoso – perfettamente giocabile nella dimensione divina – che dona la vita, che preferisce altro da sé (Demostene ci fa da maestro), probabilmente lo stesso Amore che ha permesso a Dio di perire su due pezzi di legno incrociati, ma anche di risorgere.

L’evangelo del presunto figlio di Zebedeo, al capitolo 21, nel dialogo tra Gesù e Pietro, mette bene in evidenza questo aspetto. Gesù domanda a Pietro se lo Ama (Agapào) e Pietro risponde che gli vuole bene (Philèo) – per ben due volte – al terzo tentativo Gesù cambia verbo e utilizza lo stesso pronunciato da Pietro, quasi a sottolineare il suo venirci incontro, il suo donarsi e forse il suo limitarsi. Il tutto per noi, proprio noi che lo abbiamo inchiodato su quei due pezzi di legno!

Il donarsi completo di Gesù dunque, mi sembra possa evincersi anche in questa circostanza; anche quando l’amore non è propriamente agàpe ma è philìa. Non mi sembra tuttavia, di poter affermare che Gesù ci ama nell’uno o nell’altro modo, ma quasi che ognuno supponga l’altro, ognuno sia compenetrato all’altro e sia materialmente costitutivo dell’altro.

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Ma dove si è andato a nascondere l’èros? Come potrebbe sembrare plausibile che questo terzo incomodo – nei vangeli sembra non esservene traccia – non rientri nell’ottica dell’amore di Dio?
Non ho soluzioni accreditate da presentare, ma riflessioni – esclusivamente di carattere esortativo – da proporre.

Dal mondo greco apprendiamo che il termine atto a designare sia il bambino che la bambina in fase dell’infanzia, è certamente unico. Questo stato temporale della crescita è designato dal termine paìs, il quale accompagnato da un articolo maschile o femminile ne determina il genere del soggetto. Le cose iniziano a mutare quando l’età è quella dell’adolescenza, iniziamo ad imbatterci in due gruppi lessicali ben definiti: parthènoi (ed altri termini) per le giovinette e èpheboi  per i giovinetti, termine quest’ultimo che indica anche le modificazioni fisiologiche del pube atte a definire l’età della pubertà che traghetta all’adolescenza.

Ora, proprio all’interno di tale dinamica inizia a collocarsi il discorso propriamente legato a quella che era l’educazione che questi giovinetti o giovinette ricevevano, il quale ci aiuterà a far luce attorno alla questione dell’èros e al suo vero significato.
Non deve scandalizzarci – in quanto largamente attestato da Platone, dalla poetessa Saffo e dallo stesso Aristofane – che spesso le relazioni che intercorrevano tra un discepolo e un maestro erano di natura omoerotica, vale a dire tra maestro adulto e discepolo giovinetto si instaurava un rapporto affettivo tale, che si veniva a creare una situazione che portava alla luce due figure, quella dell’ erastès cioè dell’amante e qualla dell’ eròmenos, l’amato. Tuttavia tale rapporto – che solo superficialmente sembra degradare in una relazione di tipo omosessuale – aveva il preciso compito di preparare il giovinetto alla relazione eterosessuale, che trovava il suo culmine nel matrimonio, che sia per il giovinetto che per la giovinetta (specialmente), segnavano il passaggio all’età adulta.
Ora, proprio il rapporto profondo tra l’erastès e  l’eròmenos, era indicato con il termine èros.Comprendiamo bene alla luce di questa breve premessa, che l’èros dunque non è pura fisicità, non è pornèia – che solo successivamente con la distinzione di Plutarco indicherà la commercializzazione dei favori fisici e dunque anche la libido – ma è qualcosa di più grande, il palpito del cuore, che stravolge il petto e il diaframma, qualcosa atta a designare un desiderio appassionante e bruciante di porre in relazione due soggetti e non un soggetto e un oggetto.
L’amato dunque è colui che è origine e mèta dell’èros  dell’amante, è lui stesso paradossalmente l’amore.

“Chi può dar legge agli amanti? L’amore è in sé una legge più grande”

diceva  Severino Boezio nel «Della consolazione della filosofia», questa stessa domanda e questa stessa risposta – analogicamente e forse irriverentemente mi perdonerete – vorrei trasporla e trasfigurarla nella logica divina.

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Il Padre Celeste – che è l’amante – decide di manifestare questo èros di matura origine, nella persona del Figlio, che non è solo di natura divina ma è anche la Parola fatta carne, e se è vero che noi siamo resi figli nel Figlio, noi stessi analogicamente siamo l’Amato, noi stessi siamo quel secondo e necessario interlocutore, noi stessi  siamo origine e mèta dell’amore del Padre, noi stessi siamo l’Amore!

Quanto è grande l’Amore di Dio, quanto esso è meraviglioso, è tale che la nostra natura umana nel Cristo risulta essere elevata e misteriosamente divinizzata, non per nostra necessarietà al redentore, ma perché noi stessi – in Lui –  immagine e conseguenza della Sua Agàpe. Noi stessi nello Spirito configurati come mistero d’Amore e libro aperto che dispiega il mistero trinitario.

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G. Gravante
Teologo della Liturgia. È docente di Liturgia presso l'Istituto di Musica Sacra della Diocesi di Termoli-Larino e docente di Religione Cattolica nella stessa Diocesi. Ha studiato Filosofia e Teologia presso la Pontificia Università Lateranense; Archivistica Storica e Biblioteconomia presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e ha approfondito la propria formazione liturgica (attraverso seminari e corsi) presso i Pontifici Istituti Liturgici di "S. Anselmo" in Roma e di "S. Giustina" in Padova. È direttore del sito web di cultura e informazione cattolica SpeSalvi.it; collabora con diverse testate online di natura filosofico-teologico e con testate giornalistiche locali. Per Tau Editrice (febbraio 2016): Culmine e Fonte. L’evoluzione della Messa dal Concilio di Trento alla riforma del Vaticano II.
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