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Adolescenti e fede

Riconoscere il bene, apprendere a scegliere, vivere in relazione: sono le sfide educative maggiori.

- Advertisement -
di: Lorenzo Prezzi
 

Sembrano imprendibili. Gli adolescenti (circa da 12 a 18 anni) sfuggono alle cure educative scolastiche come a quelle ecclesiali. Non è difficile incontrare genitori esasperati dalle loro sfide. Eppure è una stagione decisiva dove fioriscono le possibilità, anche in ordine alla fede. Il n. 12 (2018) di Documents episcopat, edito dalla segreteria della Conferenza episcopale francese indica attraverso una decina di brevi saggi le sfide maggiori dell’età: educative, missionarie ed ecclesiali.

Trascinati dai tumultuosi cambiamenti del corpo, della mente e della coscienza i ragazzi sono costretti a rispondere alla perenne domanda «Chi sono io?» in un contesto in cui la norma sociale sembra scomparsa, mentre si moltiplicano le ingiunzioni (vestiti, linguaggi, musica ecc.) e diventa martellante l’imperativo all’autonomia.

Riconoscere il bene, apprendere a scegliere, vivere in relazione: sono le sfide educative maggiori.

Digitali e gaudenti

Lo spazio numerico e il gioco sessuale sembrano le caratteristiche più intriganti della nuove generazioni. I «nativi digitali» (definizione peraltro assai discussa) vivono lo spazio numerico come obbligatorio. Le loro capacità sono frutto di apprendimento nell’imitazione. Diventano digitali, non nascono tali. Ne assumono gli imperativi: «immediatezza, illimitatezza e continuità rappresentano i tre piloni del digitale».

L’essere sempre connesso non è solo un compito ma uno spazio di personalità che si aggiunge all’«Es – Ego – SuperEgo» della tradizione freudiana. Così vengono identificati i punti che caratterizzano i «ragazzi mutanti»:

– i “mutanti” non sono più psicosocietariamente sagomati per integrare l’autorità di tipo paterno;

– non sono più psicosocietariamente sagomati per integrare i modi di apprendimento fondati sulla “sottomissione” al sapere di un maestro;

– non imparano il rispetto se non a partire dal rispetto che è loro accordato;

– apprendono da noi (adulti) da ciò che ci vedono fare e non da ciò che ordiniamo loro di fare;

– conversazioni e negoziazioni “egualitarie” diventano gli strumenti privilegiati del co-sviluppo nostro e dei nostri ragazzi». La frattura generazionale manifesta spesso più la paura degli adulti che la reale situazione degli adolescenti.

Nei confronti della sessualità la sfida che essi affrontano è quella di riconoscere lo statuto del corpo, l’unità della loro persona e il senso dei gesti e degli atti. Si tratta di un orizzonte antropologico rispetto a cui le liste normative risultano incomprensibili.

Il sesso è vissuto anzitutto come un puro gioco di piacere, sottomesso all’unica regola del consenso. Una vertigine immediata senza durata e senza impegno. La paratia del genere diventa fluida e, al di là delle infinite discussioni della teoria di genere, essa condiziona la vita affettiva e sessuale degli adolescenti, trascinati dai modelli loro proposti dalla cultura mediatica.

La sessualità tende e diventare il gioco dei possibili e si espande sull’onda di desideri molteplici e fluttuanti. L’atto sessuale si riduce ad esperienza, anche quando è di tipo omosessuale o bisessuale.

I modelli di conformità sono, da un lato, quelli della pubblicità e, dall’altro, quelli della pornografia, che «è la principale fonte d’informazione e di formazione in materia sessuale per gli adolescenti».

Ma proprio il rapporto meccanico e disconnesso dall’emozione trasmesso dalla pornografia rilancia l’esigenza, assai viva nei ragazzi, dell’unità della loro persona e del pericolo di una intima dissociazione quando il corpo, proprio e altrui, è ridotto a strumento. Da qui nasce una presa di coscienza non solo della propria unità di persona, ma anche di un dono di sé libero e responsabile. Il controllo dei gesti non è più castrazione, seppur raggiunto attraverso prove ed errori.

Si apre così una nuova confidenza con l’adulto, chiamato ad accompagnare e a non forzare le tappe. Fino alla scoperta dell’interiorità che abita il corpo, al silenzio meditativo che alimenta la persona, alla capacità di stare con se stessi nel dono ad altri.

L’«io» e il «credo»

Il percorso catecumenale sembra quello più adatto ad accompagnare la formazione di fede nei ragazzi. A partire dalla loro consapevolezza di vedere morire il bambino che è in loro a favore di un nuovo adulto, percezione che si avvicina al compito del cristiano di lasciare morire l’uomo vecchio per una nuova vita. Al momento della crescita il bambino che diventa adolescente impara a pensare da solo, ad agire per propria volontà, ad essere un «io» di fronte agli altri.

Il percorso catecumenale trasforma similmente un simpatizzante della Chiesa in una persona che è in grado di dire «io credo». Così i piccoli gesti di emancipazione si possono collocare accanto al rito di passaggio della cresima. Un cammino da fare in gruppo e dentro le relazioni che si istaurano con i leader di fatto e quelli proposti dagli adulti. A questi ultimi compete in particolare il delicato compito dell’accompagnamento. Esso conosce la pazienza della crescita, la scansione delle tappe, la dimensione relazionale e sociale.

«Accompagnare un bambino, un adolescente sul cammino di fede, significa sforzarsi di creare le condizioni di un incontro con Cristo, è la proposta di partire alla sequela di Cristo in un cammino che gli sia proprio. Insomma, si tratta di aiutarlo a udire l’appello del Cristo dentro la sua vita,  a scoprire la vocazione che gli è propria e a rispondervi».

Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Adolescenti e fede

Riconoscere il bene, apprendere a scegliere, vivere in relazione: sono le sfide educative maggiori.

  

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Sembrano imprendibili. Gli adolescenti (circa da 12 a 18 anni) sfuggono alle cure educative scolastiche come a quelle ecclesiali. Non è difficile incontrare genitori esasperati dalle loro sfide. Eppure è una stagione decisiva dove fioriscono le possibilità, anche in ordine alla fede. Il n. 12 (2018) di Documents episcopat, edito dalla segreteria della Conferenza episcopale francese indica attraverso una decina di brevi saggi le sfide maggiori dell’età: educative, missionarie ed ecclesiali.

Trascinati dai tumultuosi cambiamenti del corpo, della mente e della coscienza i ragazzi sono costretti a rispondere alla perenne domanda «Chi sono io?» in un contesto in cui la norma sociale sembra scomparsa, mentre si moltiplicano le ingiunzioni (vestiti, linguaggi, musica ecc.) e diventa martellante l’imperativo all’autonomia.

Riconoscere il bene, apprendere a scegliere, vivere in relazione: sono le sfide educative maggiori.

Digitali e gaudenti

Lo spazio numerico e il gioco sessuale sembrano le caratteristiche più intriganti della nuove generazioni. I «nativi digitali» (definizione peraltro assai discussa) vivono lo spazio numerico come obbligatorio. Le loro capacità sono frutto di apprendimento nell’imitazione. Diventano digitali, non nascono tali. Ne assumono gli imperativi: «immediatezza, illimitatezza e continuità rappresentano i tre piloni del digitale».

L’essere sempre connesso non è solo un compito ma uno spazio di personalità che si aggiunge all’«Es – Ego – SuperEgo» della tradizione freudiana. Così vengono identificati i punti che caratterizzano i «ragazzi mutanti»:

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– i “mutanti” non sono più psicosocietariamente sagomati per integrare l’autorità di tipo paterno;

– non sono più psicosocietariamente sagomati per integrare i modi di apprendimento fondati sulla “sottomissione” al sapere di un maestro;

– non imparano il rispetto se non a partire dal rispetto che è loro accordato;

– apprendono da noi (adulti) da ciò che ci vedono fare e non da ciò che ordiniamo loro di fare;

– conversazioni e negoziazioni “egualitarie” diventano gli strumenti privilegiati del co-sviluppo nostro e dei nostri ragazzi». La frattura generazionale manifesta spesso più la paura degli adulti che la reale situazione degli adolescenti.

Nei confronti della sessualità la sfida che essi affrontano è quella di riconoscere lo statuto del corpo, l’unità della loro persona e il senso dei gesti e degli atti. Si tratta di un orizzonte antropologico rispetto a cui le liste normative risultano incomprensibili.

Il sesso è vissuto anzitutto come un puro gioco di piacere, sottomesso all’unica regola del consenso. Una vertigine immediata senza durata e senza impegno. La paratia del genere diventa fluida e, al di là delle infinite discussioni della teoria di genere, essa condiziona la vita affettiva e sessuale degli adolescenti, trascinati dai modelli loro proposti dalla cultura mediatica.

La sessualità tende e diventare il gioco dei possibili e si espande sull’onda di desideri molteplici e fluttuanti. L’atto sessuale si riduce ad esperienza, anche quando è di tipo omosessuale o bisessuale.

I modelli di conformità sono, da un lato, quelli della pubblicità e, dall’altro, quelli della pornografia, che «è la principale fonte d’informazione e di formazione in materia sessuale per gli adolescenti».

Ma proprio il rapporto meccanico e disconnesso dall’emozione trasmesso dalla pornografia rilancia l’esigenza, assai viva nei ragazzi, dell’unità della loro persona e del pericolo di una intima dissociazione quando il corpo, proprio e altrui, è ridotto a strumento. Da qui nasce una presa di coscienza non solo della propria unità di persona, ma anche di un dono di sé libero e responsabile. Il controllo dei gesti non è più castrazione, seppur raggiunto attraverso prove ed errori.

Si apre così una nuova confidenza con l’adulto, chiamato ad accompagnare e a non forzare le tappe. Fino alla scoperta dell’interiorità che abita il corpo, al silenzio meditativo che alimenta la persona, alla capacità di stare con se stessi nel dono ad altri.

L’«io» e il «credo»

Il percorso catecumenale sembra quello più adatto ad accompagnare la formazione di fede nei ragazzi. A partire dalla loro consapevolezza di vedere morire il bambino che è in loro a favore di un nuovo adulto, percezione che si avvicina al compito del cristiano di lasciare morire l’uomo vecchio per una nuova vita. Al momento della crescita il bambino che diventa adolescente impara a pensare da solo, ad agire per propria volontà, ad essere un «io» di fronte agli altri.

Il percorso catecumenale trasforma similmente un simpatizzante della Chiesa in una persona che è in grado di dire «io credo». Così i piccoli gesti di emancipazione si possono collocare accanto al rito di passaggio della cresima. Un cammino da fare in gruppo e dentro le relazioni che si istaurano con i leader di fatto e quelli proposti dagli adulti. A questi ultimi compete in particolare il delicato compito dell’accompagnamento. Esso conosce la pazienza della crescita, la scansione delle tappe, la dimensione relazionale e sociale.

«Accompagnare un bambino, un adolescente sul cammino di fede, significa sforzarsi di creare le condizioni di un incontro con Cristo, è la proposta di partire alla sequela di Cristo in un cammino che gli sia proprio. Insomma, si tratta di aiutarlo a udire l’appello del Cristo dentro la sua vita,  a scoprire la vocazione che gli è propria e a rispondervi».

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