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Accompagnare i moderatori delle Unità Pastorali

Durante lo scorso anno pastorale (2017-2018), si è svolto nella diocesi di Reggio Emilia-Guastalla un percorso di accompagnamento rivolto ai moderatori delle Unità Pastorali.

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di: Giorgia Gariboldi, Maurizio Serofilli

Durante lo scorso anno pastorale (2017-2018), si è svolto nella diocesi di Reggio Emilia-Guastalla un percorso di accompagnamento rivolto ai moderatori delle Unità Pastorali. Voluto dal vescovo, mons. Massimo Camisasca, e dal vicario generale, mons. Alberto Nicelli, il percorso ha inteso offrire un sostegno ravvicinato ai presbiteri sui quali (almeno in questa fase iniziale) sembra gravare maggiormente il peso delle novità introdotte con gli Orientamenti diocesani per le Unità Pastorali del settembre 2015 e l’avvio più deciso (sebbene graduale) delle stesse Unità Pastorali (UP) in tutta la diocesi.

Il percorso è stato condotto dallo Studio Diathesis[1] di Modena, che – pur avendo avviato la sua attività nel campo dei servizi sociali sanitari ed educativi – da più di vent’anni opera anche con soggetti ecclesiali impegnati in vari ambiti (Caritas Italiana, PG, formazione alla fede, ordini e congregazioni religiose…) offrendo il suo apporto nel provare a leggere la realtà e i cambiamenti in corso con lenti e chiavi di lettura costruite anche a partire dall’esperienza dei propri interlocutori.

Il 22 novembre scorso è stata effettuata una prima restituzione degli esiti del percorso di accompagnamento al rinnovato Consiglio presbiterale diocesano: ne riportiamo di seguito la traccia, che prova a rendere conto sia del metodo adottato, sia di alcune delle principali acquisizioni, utilizzando un linguaggio che si sforza di esprimere come parlare di UP oggi significhi provare a rappresentarsi le nuove forme dell’essere Chiesa e del pensare la pastorale e l’evangelizzazione nell’odierna realtà italiana. Questo è stato il senso dell’avvio delle UP nella diocesi di Reggio Emilia-Guastalla e possiamo dire che dal percorso ci pare sia venuta qualche interessante conferma, assieme naturalmente ai limiti e alle difficoltà che ancora si tratta di affrontare, per i quali la diocesi intende dare seguito sia investendo sul lavoro del gruppo dei moderatori dello scorso anno, sia valutando possibili nuove forme, sulle quali proseguirà il confronto con il Consiglio presbiterale nell’incontro programmato per gennaio 2019.

1. Alcuni dati sul percorso e il metodo di lavoro

Il percorso di accompagnamento UP svoltosi nello scorso anno pastorale, ha visto la partecipazione di sedici moderatorirappresentativi delle varie zone che compongono la diocesi (città, pianura, colline, montagna).[2]

Svoltosi nel periodo novembre 2017 – maggio 2018, il percorso ha visto lo snodarsi di una decina di incontri di mezza giornata con l’obiettivo di andare a vedere da vicino quanto stava avvenendo nelle UP in cui i partecipanti prestavano servizio.

Si è quindi optato per fare ampio ricorso allo strumento dell’“analisi di caso” inteso come situazione reale, con le sue ricchezze e le sue criticità, che viene messa sotto la lente di ingrandimento e approfondita in gruppo, provando a leggerla da più punti di vista. Lo scopo del lavoro non era la “ricerca di soluzioni”, ma il dare forma ad una lettura condivisa della realtà: dei tanti livelli di cui si compone e delle piste di lavoro che – nei vari contesti via via descritti – i moderatori, gli altri presbiteri e le comunità parrocchiali stavano provando a mettere in campo, a sperimentare.

La struttura degli incontri nella maggior parte dei casi è stata la seguente: il gruppo dei sedici moderatori era suddiviso in due sottogruppi di lavoro stabili, ognuno dei quali condotto da un consulente di Diathesis. Ad ogni incontro, un moderatore, per ognuno dei due gruppi, preparava un testo scritto di racconto e descrizione della propria UP: a partire dalla lettura e discussione di questo testo, il sottogruppo di lavoro poteva cogliere e mettere in luce le varie prospettive dalle quali si potevano leggere sia gli aspetti positivi, sia quelli di maggiore difficoltà.

Dopo il lavoro nei sottogruppi, ci si ritrovava assieme, negli incontri cosiddetti di “plenaria”, dove – a partire da un confronto fra le due situazioni approfondite in gruppo – si proseguiva nell’elaborazione di quanto emerso, provando via via a condensarlo in una forma più “sintetica” e generale che, dalla vicenda particolare, allargava lo sguardo per cominciare a delineare quei quadri di riferimento e chiavi di lettura comuni che erano tra gli obiettivi principali del percorso in quanto utili a leggere più in generale le vicende di tutte le UP.

Provando a dire in sintesi il valore che questo metodo ha assunto per i moderatori, ci pare importante mettere in luce in particolare i seguenti aspetti:

  • l’utilità di poter disporre di un luogo stabile nel quale mettere a tema e interrogarsi assieme su vicende nelle quali si è continuamente immersi (e spesso “tirati per la giacca” da più parti) e che sono in gran parte nuove per tutti;

  • in un contesto di piccolo gruppo, che consentiva un clima il più possibile libero da giudizi: non si trattava di dare un voto, ma di riconoscere e distinguere i diversi pesi che gravano sulle spalle del moderatore (“dare loro un nome”) con un atteggiamento che, nello stesso tempo, fosse costruttivo, ossia provando ad elaborare dei riferimenti e delle comprensioni in grado di sostenere le persone nel loro orientarsi rispetto alle scelte da fare e nel loro operare;

  • la possibilità di mettere a fuoco e condensare che cosa si sta imparando dall’esperienza. A partire da un linguaggio in grado di esprimere come lavorare per far crescere le UP significa adoperarsi innanzi tutto per promuovere e accompagnare l’essere Chiesa delle comunità cristiane in contesti territoriali più ampi, in cui i riferimenti (personali e di luoghi) si differenziano e si dilatano. Questo può comportare (anche) l’avere cura di alcuni aspetti o dimensioni più strettamente organizzativi, che rappresentano degli strumenti di cui talora ci si può avvalere, quando si dimostrino utili, come cercheremo di illustrare con qualche esempio.

2. Prime comprensioni sulle UP

2.1 Guardare alle UP non come a strutture, ma come a processi da avviare e accompagnare

Le UP non sono “strutture” o modelli da realizzare e applicare nella (o peggio ancora sulla) realtà, ma sono percorsi, processi, che richiedono di essere avviati (cf. Evangelii gaudium n. 223) ed insieme accompagnati, curati, fatti crescere. Sono il frutto di uno scambio vero fra comunità, e fra queste e i moderatori-presbiteri, ossia uno scambio che sa tenere in debito conto le differenze (di prassi, di progettazioni, di linee e prospettive pastorali presenti tra contesti anche assai prossimi) e, nello stesso tempo, cerca modalità e tempi di lavoro comuni per costruire riferimenti unitari.

In questi percorsi si possono sperimentare anche degli stalli (e allora andrà compreso più in profondità quali possono essere le strade per trattarli e per uscirne) o integrazioni parziali, che rappresentano comunque dei passi avanti nell’ottica della gradualità e del saper individuare anche obiettivi delimitati e temporanei, purché rientrino nella prospettiva e nella direzione dell’unitarietà e dell’integrazione.

2.2 Promuovere l’integrazione fra le comunità richiede di prestare attenzione – contemporaneamente – a tre livelli distinti

Selezionando tra le diverse cose che abbiamo potuto capire nel lavoro fatto con i moderatori, pensiamo che valga la pena dedicare uno spazio per mettere in luce un aspetto che caratterizza oggi questi cantieri o laboratori di lavoro che sono le UP. Si tratta di tre livelli di lavoro presenti in tutte le situazioni sulle quali abbiamo lavorato. In concreto ci riferiamo:

  • al livello comune-unitario

  • al livello intermedio

  • al livello locale

Livello comune-unitario

È quello che ruota attorno al Consiglio di Unità pastorale (CUP) e sembra chiamato, più di altri, a giocare un ruolo importante nel costruire l’integrazione tra le parti, cioè tra le varie comunità parrocchiali che entrano nell’UP. In linea di massima, si tratta di un organismo che dispone anche della funzione di rappresentanza (è elettivo); anche per questo si ritiene che le parti possano riconoscervisi più facilmente, ed essere così portate a superare l’identificazione con la situazione precedente legata alla dimensione parrocchiale. Si tende, dunque, ad una sua sollecita attivazione. Un po’ inaspettatamente, il lavoro sui casi ha fatto emergere una realtà più complessa nella quale il CUP non è l’unico protagonista e spesso forse neanche quello principale. Facendo una rapidissima carrellata degli organismi che operano su questo livello comune-unitario, possiamo distinguere:

  • Consigli delle Unità Pastorali (CUP): come si diceva, sono ben presenti, ma non sempre molto utilizzati. Un moderatore – ad esempio – diceva che il suo era in “stand-by”, anche (o forse soprattutto?) perché di difficile manovrabilità, dovuto almeno in parte all’alto numero dei componenti. Una seconda ragione che ha preso corpo nel cammino che abbiamo fatto è che in essi finiscono per concentrarsi due funzioni importanti (quella del coordinare/governare e quella dell’orientare/rappresentare) che – per quanto collegate – perseguono finalità diverse e chiedono forme di lavoro differenti. Approfondiremo meglio questo aspetto;

  • in diversi altri casi abbiamo visto comparire l’organismo Segreteria (anche se talvolta con altri nomi, ad es. Comunità ministeriale o anche Coordinamento dell’UP). Si tratta di un organismo che, nei fatti, è molto più diffuso di quello che si poteva pensare, anche se non sempre è dotato di una formalizzazione o almeno di una formalizzazione compiuta. È abbastanza ristretto, è composto da presbiteri, laici e spesso diaconi e sembra giocare un ruolo dirimente nell’elaborazione e nella costruzione dell’integrazione dell’UP e nel fornire un significativo sostegno al moderatore. A differenza del CUP, mantiene una fisionomia sganciata dalla funzione di rappresentanza (non c’è elezione) anche se le persone che entrano a farvi parte possono essere referenti di porzioni di territorio dell’UP;

  • infine, segnaliamo alcuni organismi assembleari, che includono i Consigli pastorali parrocchiali (CPP) ma possono andare anche oltre, allo scopo di favorire la più ampia partecipazione. Ci riferiamo all’Assemblea generale aperta che abbiamo visto nell’UP di Marmirolo (che opera sulla programmazione pastorale iniziale e la sua valutazione) e all’Assemblea dei Consigli pastorali delle tredici parrocchie che compongono il territorio dell’UP di San Polo. Queste assemblee richiedono sicuramente un certo impegno nel prepararle e nel condurle, ma poi sembrano dare una forte legittimazione alle cose decise insieme.

Livello locale

Dalla parte opposta al livello comune-unitario c’è quello locale, che ruota attorno al Consiglio pastorale parrocchiale (CPP). Questo organismo, seppure alleggerito di alcuni compiti e incombenze, sembra rimanere (quasi) dappertutto al fine di garantire alcune funzioni circoscritte (ma importanti) di animazione sia liturgica e religiosa (sagre) ma anche di natura civica e sociale. L’opzione a favore di un loro mantenimento deriva dal convincimento di diversi moderatori secondo i quali un eccessivo “dimagrimento” dell’animazione civico-sociale tende ad erodere anche quella liturgica e religiosa. Da questo punto di vista – dunque –, l’attivazione del Livello comune-unitario non sembra assorbire quello locale, anzi oggi i moderatori si preoccupano esplicitamente che questo non avvenga. Di conseguenza, l’integrazione non elimina i livelli, semmai li riformula. Il contrario di quello che forse si sarebbe potuto pensare (“disinvesto in basso e rafforzo in alto”). Anzi, talora i CP divengono oggetto di rinnovato investimento, come abbiamo visto ad esempio nell’UP di Villa Sesso. Questo ci pare che interpreti bene l’idea contenuta negli Orientamenti diocesani[3] per cui unità non vuol dire unificazione “a tutti i costi”/omologazione;

Livello intermedio

Tra il livello comune-unitario e quello locale è presente quello che potremmo denominare livello intermedio, che sembra svolgere un ruolo nevralgico nella progettazione e nella costruzione dell’UP. La sua funzione è quella di promuovere e sviluppare integrazioni operative parziali, delimitate – vuoi a livello di settore/commissione, vuoi di zona – che danno però consistenza e vita all’UP. In questo senso, il livello intermedio sembra rappresentare la via maestra attraverso la quale le realtà locali possono cominciare a investire e a identificarsi in una dimensione maggiore che le supera e che comprende – su ambiti delimitati – anche le altre comunità dell’UP. Si tratta di un’integrazione più operativa e pratica, che proprio per questo ha la caratteristica di non allontanarsi troppo dalla vita delle singole comunità, di non spaesarle troppo, e anzi di ingenerare fiducia tra di esse. Anche in questo caso le forme che possiamo trovare nelle UP sono varie:

  • quella più diffusa consiste nel dar vita e sostenere gruppi di lavoro o commissioni su specifici temi a livello di UP (o almeno a livello sovraparrocchiale, se non di UP intera) in genere a partire dagli ambiti “classici” della catechesi, liturgia, carità… Questa strada verso l’integrazione sembra essere idonea soprattutto nelle situazioni in cui, al momento, sembra prematuro procedere verso collaborazioni fra comunità locali più definite e formali. In queste realtà sembra oggi preferibile mantenere una “struttura” piuttosto mobile, senza un chiaro centro, in modo da privilegiare il protagonismo delle comunità piuttosto che la ricerca del loro assetto dentro l’UP (è la strada che, ad un certo punto, hanno imboccato l’UP Padre Misericordioso di Rivalta, quella di Bagnolo in Piano e – per certi aspetti – l’UP Gioia del Vangelo di Campegine-Gattatico);

  • la seconda tipologia è quella in cui il livello intermedio non mette insieme solo le commissioni o i settori delle comunità, ma affronta anche un problema di forte frammentazione territoriale, come quello delle UP composte da un alto numero di comunità di piccole o piccolissime dimensioni, collocate in un territorio abbastanza vasto (spesso in zone montuose). Per far fronte a questa situazione, l’integrazione ha dovuto tenere in conto anche l’istanza territoriale, pervenendo alla creazione di UP piuttosto articolate al loro interno, che contemplano un livello intermedio costituito da delle specie di “sottounità pastorali” (o zone) che raggruppano nuclei di comunità locali attorno ad un centro, in cui vengono concentrate le principali attività pastorali. La caratteristica di queste “sottounità pastorali” è duplice: da un lato, rimangono più vicine alle comunità che le compongono, favorendo così l’identificarsi di queste ultime nella realtà più vasta dell’UP, dall’altro, non viene sovraccaricato troppo il livello comune-unitario. È stato questo il caso dell’UP di San Polo, ma potrebbe diventare un suggerimento utile per altre UP caratterizzate da un territorio particolarmente frammentario e spezzettato.

3. Integratio non facit saltus, ovvero alcune riflessioni conclusive

Al termine di questo paragrafo proponiamo due considerazioni:

La prima è che i tre livelli non solo sono presenti in tutte le situazioni, ma sono tutti importanti per la costruzione delle UP. Per questo può essere un rischio concentrarsi molto o solo nell’attivazione degli organismi operanti sul livello comune-unitario (CUP ecc.), lasciando troppo in seconda battuta il lavoro sul livello intermedio. L’analisi dei casi ci ha mostrato

  • che l’integrazione tra settori e commissioni spesso è più conseguibile individuando con loro temi e problemi che, in qualche misura, condividono (inizialmente anche circoscritti), sui quali è più facile avviare percorsi di lavoro comune, piuttosto che ottenerla tramite linee e indicazioni di lavoro provenienti da organismi come i CUP;

  • che la fiducia che può scaturire da queste integrazioni intermedie dal carattere pratico sembra essere una buona base di partenza per riflettere su come dar vita agli organismi che operano sul livello comune e unitario. Diversamente il rischio è di sovraccaricare fin da subito questi ultimi, concentrando in essi tutto il compito di costruire l’integrazione tra le diverse parti e tra i diversi livelli, cioè l’UP.

La seconda considerazione è relativa ad una certa idea dell’integrazione che si è fatta strada nel lavoro di accompagnamento dei moderatori, e che arricchisce quella di partenza. Schematizzando un po’: se, all’inizio, si era portati a pensare all’integrazione in termini di concentrazioni complessive e puntuali, il lavoro sull’analisi dei casi ci ha orientato ad assumere anche un’altra ottica, secondo la quale è importante non solo concentrare, ma anche distinguere.

Si è compreso, cioè, che il mettere insieme le comunità implica il lavorare attorno a temi e oggetti di varia natura, sui quali intervengono poi anche istanze e livelli diversi. Ciò significa che non è sempre possibile integrare procedendo per concentrazione (di attività, di linee pastorali, di istanze ecc…) ma che, in alcuni momenti, può essere più utile e vantaggioso attivare luoghi distinti, capaci di raccogliere e trattare le diverse cose. Ne deriva che il cercare di giungere in un colpo solo all’integrazione non sempre è possibile, e che spesso questa ha una natura graduale che chiede di non saltare i passaggi. Insomma, integratio non facit saltus! Lo sforzo di distinguere i tre livelli e il tipo di lavoro che si può effettuare su ognuno di essi scaturisce proprio da questa comprensione e da questa idea.

4. Ambiti di attenzione e cura specifica da parte del moderatore di UP

Ma qual è l’impegno cui il moderatore si trova a dover far fronte in modo particolare? Provando a tirare le fila di quanto il percorso aveva consentito di mettere in luce, siamo arrivati ad individuare tre aspetti prioritari:

1) Avviare e accompagnare l’integrazione fra le comunità, avendo cura di coinvolgere altri (presbiteri, diaconi, laici) in questo servizio, ovvero: avviare e accompagnare processi.

La costruzione dell’UP si avvia nel momento in cui il moderatore/il gruppo dei presbiteri la “mette a tema”, ossia la indica come “oggetto di lavoro” per le comunità di cui è responsabile, cercando innanzi tutto di illustrarne il senso, la prospettiva di comunità cristiane che – nel vivere il Vangelo – si orientano a farlo non solo “insieme”, ma anche in una logica di maggiore corresponsabilità e nello stesso tempo di “uscita”. Successivamente, si tratta di capire (per le comunità e per chi le guida) dove e come sia possibile “mettere insieme” i vari ambiti dell’attività pastorale e missionaria, anche cominciando da piccoli passi, da obiettivi magari limitati ma realistici (cf. sopra, par. 2.2), rispetto all’idea di riuscire a definire subito come si potrebbe operare insieme “su tutto”: chi ha tentato di battere questa strada spesso ha dovuto prendere atto del fatto che risultava impossibile realizzare dei veri passi avanti.

Come a dire che l’integrazione inizialmente si può produrre anche un po’ “a macchia di leopardo”. Questo non significa che non ci sia un’idea di dove si voglia andare. In realtà è proprio l’intenzione di andarci insieme ad altri (le altre comunità, le altre persone che si prestano ad offrire un servizio per la comunità, i vari gruppi che prendono parte a questo lavoro di costruzione…) che suggerisce di procedere per gradi, nelle forme più inclusive possibili, anche se questo può dare l’impressione di un operato poco lucido o lento. Ciò che conta è potersi dotare, via via che si procede nel cammino, di luoghi e strumenti con i quali periodicamente “fare il punto” – sempre in modo condiviso – rispetto al percorso compiuto. È la cura di questi luoghi che rappresenta il cuore del secondo ambito di attenzione e di lavoro per il moderatore.

2) Tenere distinte e (nello stesso tempo) collegate due funzioni importanti

Le due funzioni sono quelle del coordinare e dell’orientare/rappresentare. In sostanza

  • la funzione del coordinare, elaborare, gestire consiste nel “dare la linea” e creare le condizioni per poter progettare, coordinare e sostenere la realizzazione delle attività pastorali. È un servizio che richiede una buona continuità di lavoro (per incontri e riflessioni), e dunque comporta la costituzione di gruppi un po’ snelli (Segreterie, Commissioni, Comunità ministeriale…);

  • quella dell’orientare, rappresentare, tener dentro viene in genere affidata a organismi più ampi (CUP, Assemblee), ai quali si chiede di discutere, ponderare e recepire le principali proposte che vengono messe a punto con i gruppi più ristretti impegnati nella funzione precedente, creando così un consenso e una fiducia più vasti attorno ad esse.

Come mettere assieme e far interagire queste due funzioni? Si può andare dalle UP di San Polo e di Marmirolo che affidano le due funzioni a due organismi distinti in interazione tra di loro (il coordinamento viene dato alla Segreteria o alla Comunità ministeriale mentre l’orientamento/il rappresentare viene conferito ad Assemblee piuttosto ampie), fino all’UP di Villa Sesso che, invece, preferisce attribuire entrambe le funzioni ad un unico organismo: un particolare CUP, ossia un organismo che, dopo aver sperimentato diversi momenti assembleari, ha infine avvertito l’esigenza di darsi una forma più snella (che salvaguardasse comunque la rappresentatività delle singole parrocchie).

Quello che ci preme sottolineare è sia il fatto che coordinare e orientare/rappresentare sono due funzioni distinte, che richiedono luoghi, tempi di lavoro e modalità di coinvolgimento almeno in parte distinti, sia l’importanza di cimentarsi in un’opera che le colleghi e le mantenga in un certo dialogo, il che non avviene in automatico: se ci si sbilancia sull’orientare/rappresentare, si rischia da fare dell’“assemblearismo poco fruttuoso”; se si ci concentra pressoché esclusivamente sul coordinare, si imbocca la via del “cerchio magico”.

Ciò che conta, per il moderatore e i suoi collaboratori più stretti, è capire dove e come queste due funzioni prendono forma nella crescita della dimensione unitaria dell’UP: come detto, per alcuni si tratta di “segreterie”, per altri di “Comunità ministeriali”, per altri ancora di Consigli di Unità Pastorale “riveduti e corretti”. I nomi degli organismi possono variare, ma rimane costante il fatto che c’è un gruppo (una decina di persone, non gruppi consigliari o assemblee) dotato di una buona stabilità, con il quale si condividono in prima battuta le scelte pastorali e il loro senso più profondo, mantenendo sempre aperta in parallelo l’attenzione ad un allargamento all’insieme delle comunità e a chi si coinvolge o può impegnarsi in forme meno assidue.

3) Mantenere uno sguardo vigile su come anche la dimensione economica, amministrativa (e nel caso di opere come scuole, strutture socio-sanitarie ecc… anche quella gestionale) contribuisce alla progressiva costruzione della dimensione unitaria/comunitaria dell’UP (integrazione).

Abbiamo visto come anche questo aspetto richieda in molti casi un’attenzione specifica da parte del moderatore e uno sforzo per pensare a forme che consentano di evitare due rischi fra loro speculari:

  • quello di una delega in bianco agli “specialisti”, vista anche la difficoltà di entrare nel merito di questioni tecniche che questi aspetti quasi inevitabilmente comportano;

  • e quello di mantenere tutto il peso sulle spalle del moderatore, dato che la responsabilità ultima, anche giuridica, rimane in capo a lui.

Per trovare una via di uscita rispetto a questi due opposti rischi, al moderatore è richiesto un impegno e un lavoro almeno iniziale non piccolo, anche qui coinvolgendo le risorse presenti nelle comunità o – laddove necessario – avvalendosi di professionisti e dell’aiuto che può venire dal Servizio di coordinamento tecnico-amministrativo: si tratta infatti di “tessere le fila” e costruire le connessioni necessarie per semplificare il lavoro di tutti, in pratica progettando e costruendo una sorta di “servizio unitario” che, in alcune realtà, sembra essere riuscito a darsi una forma già piuttosto definita (ad esempio S. Polo o Scandiano…), mentre nella maggior parte dei casi sembra richiedere ancora un certo lavoro.

Concludendo: al moderatore viene richiesto di prestare un’attenzione continua a ciascuno di questi tre ambiti, mantenendo, nello stesso tempo, uno sguardo costante e complessivo sui collegamenti e i rimandi che si danno continuamente fra essi. Ciò comporta il domandarsi e comprendere, di volta in volta, dove e come intervenire, sui singoli livelli e nei collegamenti fra essi.

Nell’ultimo incontro i moderatori dicevano: “siamo degli analizzatori”, “se tu cerchi di capire a che livello sei, che tipo di passaggi fai, come ti puoi muovere, cosa puoi rischiare e cosa no…; cosa può andare nella direzione di promuovere unitarietà e cosa invece rischia di rivelarsi un boomerang… allora hai dei buoni orientamenti”.


[1] Gli autori di questo articolo fanno parte dello studio Diathesis di Modena (www.diathesis.itinfo@diathesis.it).

[2] Hanno partecipato al percorso: Don Francesco Avanzi, UP Beata Vergine dello Spino (Reggiolo), Don Roberto Bertoldi, UP Beata Vergine della Neve (Marmirolo – Bagno); Don Paolo Bizzocchi, UP Campegine – Gattatico; Don Gino Bolognesi, UP Campagnola – Fabbrico; Don Corrado Botti, UP San Pellegrino – San Giuseppe (Reggio Emilia); Don Giovanni Davoli, UP Cella – Cadé – Gaida; Don Marco Ferrari, UP Madonna del Carmelo (Sassuolo); Don Guerrino Franzoni, UP Bagnolo in Piano; Don Luigi Gibellini, UP Fontanaluccia; Don Fernando Imovilli, UP Villa Minozzo; Don Fortunato Monelli, UP Beato Oscar Romero (Villa Sesso – San Prospero, Reggio Emilia); Don Sergio Pellati, UP Madonna delle Grazie (Correggio); Don Davide Poletti, UP Padre misericordioso (Preziosissimo Sangue – Rivalta); Don Gianni Repetti, UP Cadelbosco Sopra; Don Luigi Rossi, UP Casalgrande; Don Bogdan Rostkowski, UP San Polo d’Enza – Canossa.

[3] Diocesi di Reggio Emilia-Guastalla, Orientamenti diocesani per le Unità pastorali, 8 settembre 2015.

Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Accompagnare i moderatori delle Unità Pastorali

Durante lo scorso anno pastorale (2017-2018), si è svolto nella diocesi di Reggio Emilia-Guastalla un percorso di accompagnamento rivolto ai moderatori delle Unità Pastorali.

  

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di: Giorgia Gariboldi, Maurizio Serofilli

Durante lo scorso anno pastorale (2017-2018), si è svolto nella diocesi di Reggio Emilia-Guastalla un percorso di accompagnamento rivolto ai moderatori delle Unità Pastorali. Voluto dal vescovo, mons. Massimo Camisasca, e dal vicario generale, mons. Alberto Nicelli, il percorso ha inteso offrire un sostegno ravvicinato ai presbiteri sui quali (almeno in questa fase iniziale) sembra gravare maggiormente il peso delle novità introdotte con gli Orientamenti diocesani per le Unità Pastorali del settembre 2015 e l’avvio più deciso (sebbene graduale) delle stesse Unità Pastorali (UP) in tutta la diocesi.

Il percorso è stato condotto dallo Studio Diathesis[1] di Modena, che – pur avendo avviato la sua attività nel campo dei servizi sociali sanitari ed educativi – da più di vent’anni opera anche con soggetti ecclesiali impegnati in vari ambiti (Caritas Italiana, PG, formazione alla fede, ordini e congregazioni religiose…) offrendo il suo apporto nel provare a leggere la realtà e i cambiamenti in corso con lenti e chiavi di lettura costruite anche a partire dall’esperienza dei propri interlocutori.

Il 22 novembre scorso è stata effettuata una prima restituzione degli esiti del percorso di accompagnamento al rinnovato Consiglio presbiterale diocesano: ne riportiamo di seguito la traccia, che prova a rendere conto sia del metodo adottato, sia di alcune delle principali acquisizioni, utilizzando un linguaggio che si sforza di esprimere come parlare di UP oggi significhi provare a rappresentarsi le nuove forme dell’essere Chiesa e del pensare la pastorale e l’evangelizzazione nell’odierna realtà italiana. Questo è stato il senso dell’avvio delle UP nella diocesi di Reggio Emilia-Guastalla e possiamo dire che dal percorso ci pare sia venuta qualche interessante conferma, assieme naturalmente ai limiti e alle difficoltà che ancora si tratta di affrontare, per i quali la diocesi intende dare seguito sia investendo sul lavoro del gruppo dei moderatori dello scorso anno, sia valutando possibili nuove forme, sulle quali proseguirà il confronto con il Consiglio presbiterale nell’incontro programmato per gennaio 2019.

1. Alcuni dati sul percorso e il metodo di lavoro

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Svoltosi nel periodo novembre 2017 – maggio 2018, il percorso ha visto lo snodarsi di una decina di incontri di mezza giornata con l’obiettivo di andare a vedere da vicino quanto stava avvenendo nelle UP in cui i partecipanti prestavano servizio.

Si è quindi optato per fare ampio ricorso allo strumento dell’“analisi di caso” inteso come situazione reale, con le sue ricchezze e le sue criticità, che viene messa sotto la lente di ingrandimento e approfondita in gruppo, provando a leggerla da più punti di vista. Lo scopo del lavoro non era la “ricerca di soluzioni”, ma il dare forma ad una lettura condivisa della realtà: dei tanti livelli di cui si compone e delle piste di lavoro che – nei vari contesti via via descritti – i moderatori, gli altri presbiteri e le comunità parrocchiali stavano provando a mettere in campo, a sperimentare.

La struttura degli incontri nella maggior parte dei casi è stata la seguente: il gruppo dei sedici moderatori era suddiviso in due sottogruppi di lavoro stabili, ognuno dei quali condotto da un consulente di Diathesis. Ad ogni incontro, un moderatore, per ognuno dei due gruppi, preparava un testo scritto di racconto e descrizione della propria UP: a partire dalla lettura e discussione di questo testo, il sottogruppo di lavoro poteva cogliere e mettere in luce le varie prospettive dalle quali si potevano leggere sia gli aspetti positivi, sia quelli di maggiore difficoltà.

Dopo il lavoro nei sottogruppi, ci si ritrovava assieme, negli incontri cosiddetti di “plenaria”, dove – a partire da un confronto fra le due situazioni approfondite in gruppo – si proseguiva nell’elaborazione di quanto emerso, provando via via a condensarlo in una forma più “sintetica” e generale che, dalla vicenda particolare, allargava lo sguardo per cominciare a delineare quei quadri di riferimento e chiavi di lettura comuni che erano tra gli obiettivi principali del percorso in quanto utili a leggere più in generale le vicende di tutte le UP.

Provando a dire in sintesi il valore che questo metodo ha assunto per i moderatori, ci pare importante mettere in luce in particolare i seguenti aspetti:

  • l’utilità di poter disporre di un luogo stabile nel quale mettere a tema e interrogarsi assieme su vicende nelle quali si è continuamente immersi (e spesso “tirati per la giacca” da più parti) e che sono in gran parte nuove per tutti;

  • in un contesto di piccolo gruppo, che consentiva un clima il più possibile libero da giudizi: non si trattava di dare un voto, ma di riconoscere e distinguere i diversi pesi che gravano sulle spalle del moderatore (“dare loro un nome”) con un atteggiamento che, nello stesso tempo, fosse costruttivo, ossia provando ad elaborare dei riferimenti e delle comprensioni in grado di sostenere le persone nel loro orientarsi rispetto alle scelte da fare e nel loro operare;

  • la possibilità di mettere a fuoco e condensare che cosa si sta imparando dall’esperienza. A partire da un linguaggio in grado di esprimere come lavorare per far crescere le UP significa adoperarsi innanzi tutto per promuovere e accompagnare l’essere Chiesa delle comunità cristiane in contesti territoriali più ampi, in cui i riferimenti (personali e di luoghi) si differenziano e si dilatano. Questo può comportare (anche) l’avere cura di alcuni aspetti o dimensioni più strettamente organizzativi, che rappresentano degli strumenti di cui talora ci si può avvalere, quando si dimostrino utili, come cercheremo di illustrare con qualche esempio.

2. Prime comprensioni sulle UP

2.1 Guardare alle UP non come a strutture, ma come a processi da avviare e accompagnare

Le UP non sono “strutture” o modelli da realizzare e applicare nella (o peggio ancora sulla) realtà, ma sono percorsi, processi, che richiedono di essere avviati (cf. Evangelii gaudium n. 223) ed insieme accompagnati, curati, fatti crescere. Sono il frutto di uno scambio vero fra comunità, e fra queste e i moderatori-presbiteri, ossia uno scambio che sa tenere in debito conto le differenze (di prassi, di progettazioni, di linee e prospettive pastorali presenti tra contesti anche assai prossimi) e, nello stesso tempo, cerca modalità e tempi di lavoro comuni per costruire riferimenti unitari.

In questi percorsi si possono sperimentare anche degli stalli (e allora andrà compreso più in profondità quali possono essere le strade per trattarli e per uscirne) o integrazioni parziali, che rappresentano comunque dei passi avanti nell’ottica della gradualità e del saper individuare anche obiettivi delimitati e temporanei, purché rientrino nella prospettiva e nella direzione dell’unitarietà e dell’integrazione.

2.2 Promuovere l’integrazione fra le comunità richiede di prestare attenzione – contemporaneamente – a tre livelli distinti

Selezionando tra le diverse cose che abbiamo potuto capire nel lavoro fatto con i moderatori, pensiamo che valga la pena dedicare uno spazio per mettere in luce un aspetto che caratterizza oggi questi cantieri o laboratori di lavoro che sono le UP. Si tratta di tre livelli di lavoro presenti in tutte le situazioni sulle quali abbiamo lavorato. In concreto ci riferiamo:

  • al livello comune-unitario

  • al livello intermedio

  • al livello locale

Livello comune-unitario

È quello che ruota attorno al Consiglio di Unità pastorale (CUP) e sembra chiamato, più di altri, a giocare un ruolo importante nel costruire l’integrazione tra le parti, cioè tra le varie comunità parrocchiali che entrano nell’UP. In linea di massima, si tratta di un organismo che dispone anche della funzione di rappresentanza (è elettivo); anche per questo si ritiene che le parti possano riconoscervisi più facilmente, ed essere così portate a superare l’identificazione con la situazione precedente legata alla dimensione parrocchiale. Si tende, dunque, ad una sua sollecita attivazione. Un po’ inaspettatamente, il lavoro sui casi ha fatto emergere una realtà più complessa nella quale il CUP non è l’unico protagonista e spesso forse neanche quello principale. Facendo una rapidissima carrellata degli organismi che operano su questo livello comune-unitario, possiamo distinguere:

  • Consigli delle Unità Pastorali (CUP): come si diceva, sono ben presenti, ma non sempre molto utilizzati. Un moderatore – ad esempio – diceva che il suo era in “stand-by”, anche (o forse soprattutto?) perché di difficile manovrabilità, dovuto almeno in parte all’alto numero dei componenti. Una seconda ragione che ha preso corpo nel cammino che abbiamo fatto è che in essi finiscono per concentrarsi due funzioni importanti (quella del coordinare/governare e quella dell’orientare/rappresentare) che – per quanto collegate – perseguono finalità diverse e chiedono forme di lavoro differenti. Approfondiremo meglio questo aspetto;

  • in diversi altri casi abbiamo visto comparire l’organismo Segreteria (anche se talvolta con altri nomi, ad es. Comunità ministeriale o anche Coordinamento dell’UP). Si tratta di un organismo che, nei fatti, è molto più diffuso di quello che si poteva pensare, anche se non sempre è dotato di una formalizzazione o almeno di una formalizzazione compiuta. È abbastanza ristretto, è composto da presbiteri, laici e spesso diaconi e sembra giocare un ruolo dirimente nell’elaborazione e nella costruzione dell’integrazione dell’UP e nel fornire un significativo sostegno al moderatore. A differenza del CUP, mantiene una fisionomia sganciata dalla funzione di rappresentanza (non c’è elezione) anche se le persone che entrano a farvi parte possono essere referenti di porzioni di territorio dell’UP;

  • infine, segnaliamo alcuni organismi assembleari, che includono i Consigli pastorali parrocchiali (CPP) ma possono andare anche oltre, allo scopo di favorire la più ampia partecipazione. Ci riferiamo all’Assemblea generale aperta che abbiamo visto nell’UP di Marmirolo (che opera sulla programmazione pastorale iniziale e la sua valutazione) e all’Assemblea dei Consigli pastorali delle tredici parrocchie che compongono il territorio dell’UP di San Polo. Queste assemblee richiedono sicuramente un certo impegno nel prepararle e nel condurle, ma poi sembrano dare una forte legittimazione alle cose decise insieme.

Livello locale

Dalla parte opposta al livello comune-unitario c’è quello locale, che ruota attorno al Consiglio pastorale parrocchiale (CPP). Questo organismo, seppure alleggerito di alcuni compiti e incombenze, sembra rimanere (quasi) dappertutto al fine di garantire alcune funzioni circoscritte (ma importanti) di animazione sia liturgica e religiosa (sagre) ma anche di natura civica e sociale. L’opzione a favore di un loro mantenimento deriva dal convincimento di diversi moderatori secondo i quali un eccessivo “dimagrimento” dell’animazione civico-sociale tende ad erodere anche quella liturgica e religiosa. Da questo punto di vista – dunque –, l’attivazione del Livello comune-unitario non sembra assorbire quello locale, anzi oggi i moderatori si preoccupano esplicitamente che questo non avvenga. Di conseguenza, l’integrazione non elimina i livelli, semmai li riformula. Il contrario di quello che forse si sarebbe potuto pensare (“disinvesto in basso e rafforzo in alto”). Anzi, talora i CP divengono oggetto di rinnovato investimento, come abbiamo visto ad esempio nell’UP di Villa Sesso. Questo ci pare che interpreti bene l’idea contenuta negli Orientamenti diocesani[3] per cui unità non vuol dire unificazione “a tutti i costi”/omologazione;

Livello intermedio

Tra il livello comune-unitario e quello locale è presente quello che potremmo denominare livello intermedio, che sembra svolgere un ruolo nevralgico nella progettazione e nella costruzione dell’UP. La sua funzione è quella di promuovere e sviluppare integrazioni operative parziali, delimitate – vuoi a livello di settore/commissione, vuoi di zona – che danno però consistenza e vita all’UP. In questo senso, il livello intermedio sembra rappresentare la via maestra attraverso la quale le realtà locali possono cominciare a investire e a identificarsi in una dimensione maggiore che le supera e che comprende – su ambiti delimitati – anche le altre comunità dell’UP. Si tratta di un’integrazione più operativa e pratica, che proprio per questo ha la caratteristica di non allontanarsi troppo dalla vita delle singole comunità, di non spaesarle troppo, e anzi di ingenerare fiducia tra di esse. Anche in questo caso le forme che possiamo trovare nelle UP sono varie:

  • quella più diffusa consiste nel dar vita e sostenere gruppi di lavoro o commissioni su specifici temi a livello di UP (o almeno a livello sovraparrocchiale, se non di UP intera) in genere a partire dagli ambiti “classici” della catechesi, liturgia, carità… Questa strada verso l’integrazione sembra essere idonea soprattutto nelle situazioni in cui, al momento, sembra prematuro procedere verso collaborazioni fra comunità locali più definite e formali. In queste realtà sembra oggi preferibile mantenere una “struttura” piuttosto mobile, senza un chiaro centro, in modo da privilegiare il protagonismo delle comunità piuttosto che la ricerca del loro assetto dentro l’UP (è la strada che, ad un certo punto, hanno imboccato l’UP Padre Misericordioso di Rivalta, quella di Bagnolo in Piano e – per certi aspetti – l’UP Gioia del Vangelo di Campegine-Gattatico);

  • la seconda tipologia è quella in cui il livello intermedio non mette insieme solo le commissioni o i settori delle comunità, ma affronta anche un problema di forte frammentazione territoriale, come quello delle UP composte da un alto numero di comunità di piccole o piccolissime dimensioni, collocate in un territorio abbastanza vasto (spesso in zone montuose). Per far fronte a questa situazione, l’integrazione ha dovuto tenere in conto anche l’istanza territoriale, pervenendo alla creazione di UP piuttosto articolate al loro interno, che contemplano un livello intermedio costituito da delle specie di “sottounità pastorali” (o zone) che raggruppano nuclei di comunità locali attorno ad un centro, in cui vengono concentrate le principali attività pastorali. La caratteristica di queste “sottounità pastorali” è duplice: da un lato, rimangono più vicine alle comunità che le compongono, favorendo così l’identificarsi di queste ultime nella realtà più vasta dell’UP, dall’altro, non viene sovraccaricato troppo il livello comune-unitario. È stato questo il caso dell’UP di San Polo, ma potrebbe diventare un suggerimento utile per altre UP caratterizzate da un territorio particolarmente frammentario e spezzettato.

3. Integratio non facit saltus, ovvero alcune riflessioni conclusive

Al termine di questo paragrafo proponiamo due considerazioni:

La prima è che i tre livelli non solo sono presenti in tutte le situazioni, ma sono tutti importanti per la costruzione delle UP. Per questo può essere un rischio concentrarsi molto o solo nell’attivazione degli organismi operanti sul livello comune-unitario (CUP ecc.), lasciando troppo in seconda battuta il lavoro sul livello intermedio. L’analisi dei casi ci ha mostrato

  • che l’integrazione tra settori e commissioni spesso è più conseguibile individuando con loro temi e problemi che, in qualche misura, condividono (inizialmente anche circoscritti), sui quali è più facile avviare percorsi di lavoro comune, piuttosto che ottenerla tramite linee e indicazioni di lavoro provenienti da organismi come i CUP;

  • che la fiducia che può scaturire da queste integrazioni intermedie dal carattere pratico sembra essere una buona base di partenza per riflettere su come dar vita agli organismi che operano sul livello comune e unitario. Diversamente il rischio è di sovraccaricare fin da subito questi ultimi, concentrando in essi tutto il compito di costruire l’integrazione tra le diverse parti e tra i diversi livelli, cioè l’UP.

La seconda considerazione è relativa ad una certa idea dell’integrazione che si è fatta strada nel lavoro di accompagnamento dei moderatori, e che arricchisce quella di partenza. Schematizzando un po’: se, all’inizio, si era portati a pensare all’integrazione in termini di concentrazioni complessive e puntuali, il lavoro sull’analisi dei casi ci ha orientato ad assumere anche un’altra ottica, secondo la quale è importante non solo concentrare, ma anche distinguere.

Si è compreso, cioè, che il mettere insieme le comunità implica il lavorare attorno a temi e oggetti di varia natura, sui quali intervengono poi anche istanze e livelli diversi. Ciò significa che non è sempre possibile integrare procedendo per concentrazione (di attività, di linee pastorali, di istanze ecc…) ma che, in alcuni momenti, può essere più utile e vantaggioso attivare luoghi distinti, capaci di raccogliere e trattare le diverse cose. Ne deriva che il cercare di giungere in un colpo solo all’integrazione non sempre è possibile, e che spesso questa ha una natura graduale che chiede di non saltare i passaggi. Insomma, integratio non facit saltus! Lo sforzo di distinguere i tre livelli e il tipo di lavoro che si può effettuare su ognuno di essi scaturisce proprio da questa comprensione e da questa idea.

4. Ambiti di attenzione e cura specifica da parte del moderatore di UP

Ma qual è l’impegno cui il moderatore si trova a dover far fronte in modo particolare? Provando a tirare le fila di quanto il percorso aveva consentito di mettere in luce, siamo arrivati ad individuare tre aspetti prioritari:

1) Avviare e accompagnare l’integrazione fra le comunità, avendo cura di coinvolgere altri (presbiteri, diaconi, laici) in questo servizio, ovvero: avviare e accompagnare processi.

La costruzione dell’UP si avvia nel momento in cui il moderatore/il gruppo dei presbiteri la “mette a tema”, ossia la indica come “oggetto di lavoro” per le comunità di cui è responsabile, cercando innanzi tutto di illustrarne il senso, la prospettiva di comunità cristiane che – nel vivere il Vangelo – si orientano a farlo non solo “insieme”, ma anche in una logica di maggiore corresponsabilità e nello stesso tempo di “uscita”. Successivamente, si tratta di capire (per le comunità e per chi le guida) dove e come sia possibile “mettere insieme” i vari ambiti dell’attività pastorale e missionaria, anche cominciando da piccoli passi, da obiettivi magari limitati ma realistici (cf. sopra, par. 2.2), rispetto all’idea di riuscire a definire subito come si potrebbe operare insieme “su tutto”: chi ha tentato di battere questa strada spesso ha dovuto prendere atto del fatto che risultava impossibile realizzare dei veri passi avanti.

Come a dire che l’integrazione inizialmente si può produrre anche un po’ “a macchia di leopardo”. Questo non significa che non ci sia un’idea di dove si voglia andare. In realtà è proprio l’intenzione di andarci insieme ad altri (le altre comunità, le altre persone che si prestano ad offrire un servizio per la comunità, i vari gruppi che prendono parte a questo lavoro di costruzione…) che suggerisce di procedere per gradi, nelle forme più inclusive possibili, anche se questo può dare l’impressione di un operato poco lucido o lento. Ciò che conta è potersi dotare, via via che si procede nel cammino, di luoghi e strumenti con i quali periodicamente “fare il punto” – sempre in modo condiviso – rispetto al percorso compiuto. È la cura di questi luoghi che rappresenta il cuore del secondo ambito di attenzione e di lavoro per il moderatore.

2) Tenere distinte e (nello stesso tempo) collegate due funzioni importanti

Le due funzioni sono quelle del coordinare e dell’orientare/rappresentare. In sostanza

  • la funzione del coordinare, elaborare, gestire consiste nel “dare la linea” e creare le condizioni per poter progettare, coordinare e sostenere la realizzazione delle attività pastorali. È un servizio che richiede una buona continuità di lavoro (per incontri e riflessioni), e dunque comporta la costituzione di gruppi un po’ snelli (Segreterie, Commissioni, Comunità ministeriale…);

  • quella dell’orientare, rappresentare, tener dentro viene in genere affidata a organismi più ampi (CUP, Assemblee), ai quali si chiede di discutere, ponderare e recepire le principali proposte che vengono messe a punto con i gruppi più ristretti impegnati nella funzione precedente, creando così un consenso e una fiducia più vasti attorno ad esse.

Come mettere assieme e far interagire queste due funzioni? Si può andare dalle UP di San Polo e di Marmirolo che affidano le due funzioni a due organismi distinti in interazione tra di loro (il coordinamento viene dato alla Segreteria o alla Comunità ministeriale mentre l’orientamento/il rappresentare viene conferito ad Assemblee piuttosto ampie), fino all’UP di Villa Sesso che, invece, preferisce attribuire entrambe le funzioni ad un unico organismo: un particolare CUP, ossia un organismo che, dopo aver sperimentato diversi momenti assembleari, ha infine avvertito l’esigenza di darsi una forma più snella (che salvaguardasse comunque la rappresentatività delle singole parrocchie).

Quello che ci preme sottolineare è sia il fatto che coordinare e orientare/rappresentare sono due funzioni distinte, che richiedono luoghi, tempi di lavoro e modalità di coinvolgimento almeno in parte distinti, sia l’importanza di cimentarsi in un’opera che le colleghi e le mantenga in un certo dialogo, il che non avviene in automatico: se ci si sbilancia sull’orientare/rappresentare, si rischia da fare dell’“assemblearismo poco fruttuoso”; se si ci concentra pressoché esclusivamente sul coordinare, si imbocca la via del “cerchio magico”.

Ciò che conta, per il moderatore e i suoi collaboratori più stretti, è capire dove e come queste due funzioni prendono forma nella crescita della dimensione unitaria dell’UP: come detto, per alcuni si tratta di “segreterie”, per altri di “Comunità ministeriali”, per altri ancora di Consigli di Unità Pastorale “riveduti e corretti”. I nomi degli organismi possono variare, ma rimane costante il fatto che c’è un gruppo (una decina di persone, non gruppi consigliari o assemblee) dotato di una buona stabilità, con il quale si condividono in prima battuta le scelte pastorali e il loro senso più profondo, mantenendo sempre aperta in parallelo l’attenzione ad un allargamento all’insieme delle comunità e a chi si coinvolge o può impegnarsi in forme meno assidue.

3) Mantenere uno sguardo vigile su come anche la dimensione economica, amministrativa (e nel caso di opere come scuole, strutture socio-sanitarie ecc… anche quella gestionale) contribuisce alla progressiva costruzione della dimensione unitaria/comunitaria dell’UP (integrazione).

Abbiamo visto come anche questo aspetto richieda in molti casi un’attenzione specifica da parte del moderatore e uno sforzo per pensare a forme che consentano di evitare due rischi fra loro speculari:

  • quello di una delega in bianco agli “specialisti”, vista anche la difficoltà di entrare nel merito di questioni tecniche che questi aspetti quasi inevitabilmente comportano;

  • e quello di mantenere tutto il peso sulle spalle del moderatore, dato che la responsabilità ultima, anche giuridica, rimane in capo a lui.

Per trovare una via di uscita rispetto a questi due opposti rischi, al moderatore è richiesto un impegno e un lavoro almeno iniziale non piccolo, anche qui coinvolgendo le risorse presenti nelle comunità o – laddove necessario – avvalendosi di professionisti e dell’aiuto che può venire dal Servizio di coordinamento tecnico-amministrativo: si tratta infatti di “tessere le fila” e costruire le connessioni necessarie per semplificare il lavoro di tutti, in pratica progettando e costruendo una sorta di “servizio unitario” che, in alcune realtà, sembra essere riuscito a darsi una forma già piuttosto definita (ad esempio S. Polo o Scandiano…), mentre nella maggior parte dei casi sembra richiedere ancora un certo lavoro.

Concludendo: al moderatore viene richiesto di prestare un’attenzione continua a ciascuno di questi tre ambiti, mantenendo, nello stesso tempo, uno sguardo costante e complessivo sui collegamenti e i rimandi che si danno continuamente fra essi. Ciò comporta il domandarsi e comprendere, di volta in volta, dove e come intervenire, sui singoli livelli e nei collegamenti fra essi.

Nell’ultimo incontro i moderatori dicevano: “siamo degli analizzatori”, “se tu cerchi di capire a che livello sei, che tipo di passaggi fai, come ti puoi muovere, cosa puoi rischiare e cosa no…; cosa può andare nella direzione di promuovere unitarietà e cosa invece rischia di rivelarsi un boomerang… allora hai dei buoni orientamenti”.


[1] Gli autori di questo articolo fanno parte dello studio Diathesis di Modena (www.diathesis.itinfo@diathesis.it).

[2] Hanno partecipato al percorso: Don Francesco Avanzi, UP Beata Vergine dello Spino (Reggiolo), Don Roberto Bertoldi, UP Beata Vergine della Neve (Marmirolo – Bagno); Don Paolo Bizzocchi, UP Campegine – Gattatico; Don Gino Bolognesi, UP Campagnola – Fabbrico; Don Corrado Botti, UP San Pellegrino – San Giuseppe (Reggio Emilia); Don Giovanni Davoli, UP Cella – Cadé – Gaida; Don Marco Ferrari, UP Madonna del Carmelo (Sassuolo); Don Guerrino Franzoni, UP Bagnolo in Piano; Don Luigi Gibellini, UP Fontanaluccia; Don Fernando Imovilli, UP Villa Minozzo; Don Fortunato Monelli, UP Beato Oscar Romero (Villa Sesso – San Prospero, Reggio Emilia); Don Sergio Pellati, UP Madonna delle Grazie (Correggio); Don Davide Poletti, UP Padre misericordioso (Preziosissimo Sangue – Rivalta); Don Gianni Repetti, UP Cadelbosco Sopra; Don Luigi Rossi, UP Casalgrande; Don Bogdan Rostkowski, UP San Polo d’Enza – Canossa.

[3] Diocesi di Reggio Emilia-Guastalla, Orientamenti diocesani per le Unità pastorali, 8 settembre 2015.

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Originale: Settimana News

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