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Abusi: danni collaterali e sfide impreviste

Domande inespresse e problemi nuovi

- Advertisement -
di: Lorenzo Prezzi
 

Seppur faticosamente la coscienza ecclesiale nei confronti degli abusi del personale ecclesiastico sta trasferendo il punto centrale di osservazione e condivisione: dall’abusante all’abusato, dall’attore alla vittima, dalla violenza alla persona. Un passaggio già registrabile nelle linee guida di molti episcopati e di molte famiglie religiose. Lo spazio dato all’ascolto delle vittime non solo nell’ambito delle procedure, ma anche in occasioni liturgiche, di assemblee di vescovi, superiori e superiore lo testimoniano.

La lettera al popolo credente di papa Francesco del 20 agosto 2018 è il riferimento d’obbligo. Anche il recente invito dell’Unione internazionale delle superiore maggiori a tutte le suore a non tacere e coprire gli episodi di violenza sessuale (26 novembre) mostra lo sforzo di procedere ad una purificazione in tutti i contesti culturali e a tutte le latitudini.

Si sono abbozzate competenze, procedure, reti relazionali che facilitano le denuncie, indirizzano le cure degli attori e delle vittime, suggeriscono i percorsi per un eventuale rientro per i preti e religiosi. Sono diversificate le relazioni fra responsabili ecclesiali e magistratura. Ancora incerte le procedure per gli indennizzi. Contrastanti le ipotesi sulle autorità indipendenti.

La formula giornalistica e mediatizzata della «tolleranza zero» esprime al meglio la volontà di non lasciare spazio ad alcuna giustificazione e copertura degli abusi, ma richiede anche di essere specificata: nessuna indulgenza sui fatti ma doverosa attenzione e sostegno agli attori. Un equilibrio difficile attraversa vissuti e figure ecclesiali, in particolare il ministero presbiterale.

Domande inespresse e problemi nuovi

Il primo impatto è sui vescovi. Così si è espresso il vescovo di Orléans, mons. J. Blanquart, dopo il suicidio di un giovane prete accusato di comportamenti irregolari: «Come tenere insieme anzitutto la protezione dei minori e delle persone vulnerabili con il rispetto e l’accompagnamento delle persone che hanno avuto comportamenti inappropriati?».

È in questione la sua figura di responsabile della diocesi e di fratello dei presbiteri, la sua autorità canonica e il suo servizio di carità, il suo compito di difensore e il suo dovere di denunciatore. Il vescovo percepisce in forma crescente la sua esposizione anche personale su eventi del passato, affrontati da altri e con diversa disposizione. Come avverte le forme sgarbate di un sospetto della popolazione nei confronti dei presbiteri.

I preti vivono in maniera sofferta le reiterate denuncie verso i confratelli. Si sentono colpevoli di esiti non percepiti e non fermati prima. Patiscono la sfiducia non tanto della propria comunità quanto dell’ambiente civile. S’interrogano sul proprio equilibrio personale e sul modo con cui vivere (e proporre) elementi non marginali del messaggio. Cosa significa in questo contesto il perdono e la salvezza? Cosa vuol dire la Chiesa come «sacramento fondamentale di salvezza»? Come celebrare assumendo in proprio le parole di Gesù davanti agli scandali? Come declinare le norme della morale personale e come parlare della sessualità nella visione cristiana? La generazione più anziana ricorda la convinzione dell’assemblea conciliare circa la Chiesa come «esperta di umanità». Più che esperta è serva, più che serva è ferita, più che maestra è discepola.

Donne e comunità

L’insieme della struttura ecclesiale fa riferimento alla «paternità». Il papa, i vescovi, i preti sono considerati «padri». Una paternità spirituale spesso sperimentata nella sua bellezza e veracità. Gli abusi la stravolgono, fino a denunciarla come intollerabile incesto. E aprono il tema correlato della femminilità.

Le donne che sono assenti nelle strutture di governo sono presentissime nel vissuto delle comunità cristiane. Vengono escluse dalla formazione presbiterale e dai ruoli gestionali mentre i processi civili e culturali vanno in senso opposto. Non è casuale che sia negli USA sia in alcuni stati europei le uniche voci credibili nei dibattiti sugli abusi siano quelle delle suore e delle donne. Non solo perché sono talora vittime, ma soprattutto perché non portano le ambiguità e le contraddizioni dell’istituzione.

Protagoniste involontarie anche le comunità cristiane. Vittime indirette di comportamenti censurabili manifestano spesso incredulità, dolore e impotenza. Le informazioni arrivano sempre dopo. Non sono coinvolte nell’ascolto delle vittime, non hanno mezzi e forme di accompagnamento dei loro presbiteri, anche quando ne avvertissero i limiti e le possibili ambiguità. Non si sa neppure come informarle sottraendosi alla pervasività confondente dei media e dell’opinione pubblica.

Coscienza presbiterale e sfida culturale

Infine, due elementi in cui i danni collaterali potrebbero rivelarsi di più lunga scadenza: la coscienza presbiterale e lo scontro delle culture. Non mancano i dati statistici a segnare la grave crisi numerica del clero e dei religiosi in Occidente. Il clima indotto dall’enfasi mediali sugli abusi ha spinto alcuni vescovi a parlare di «clerofobia».

In molti paesi dell’Occidente è esperienza comune avvertire la diffidenza e il sospetto verso chi porta segni della sua appartenenza presbiterale. Un ruolo già difficile diventa sistematicamente sospettabile. L’effetto possibile è quello dello scoraggiamento e dello smarrimento. Una suora di lunga esperienza e che riveste un ruolo importante nelle vita ecclesiale mi diceva: «Se i preti interiorizzano malamente l’attuale situazione, se affidano alla paura l’unica reazione, se non percepiscono la dimensione di grazia di questi passaggi cosa potrà succedere alla nostra Chiesa? La riforma evangelica delle comunità passa inesorabilmente in misura significativa attraverso le loro mani. Non la faremo senza di loro».

Ma c’è un secondo problema all’orizzonte: la difficile integrazione delle culture a livello mondiale. Per le Chiese dell’Africa e dell’Asia non è immediato condividere la priorità riconosciuta in Occidente alla tutela dei minori e all’insieme delle strumentazioni giuridiche costruite in merito. Il femminismo radicale, l’idolatria del bambino, l’affidamento alla magistratura civile non sono elementi di facile consenso. La valutazione condivisa della gravità del male viene diversamente collocata nelle culture civili di appartenenza.

È questa la sfida maggiore che attende il programmato incontro a Roma su «La protezione dei minori nella Chiesa» del 21-24 febbraio 2019 a cui sono stati chiamati tutti i presidenti delle Conferenze episcopali nazionali. Il 23 novembre sono stati resi noti i membri del comitato organizzativo: i cardinali Blase J. Cupich (Chicago, USA) e Oswald Gracias (Bombay, India), mons. Charles Scicluna (segretario aggiunto della Congregazione della dottrina della fede e uomo di riferimento per la questione), p. Hans Zöllner (presidente del Centro per la protezione dei minori dell’Università Gregoriana, referente del comitato), con il coinvolgimento di Gabrielle Gambino e Linda Ghisoni (Dicastero dei laici e Pontificia commissione per la tutela dei minori). Quanto succederà in assemblea costituirà un’esperienza rara e un momento delicato della sinodalità ecclesiale.

Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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Seppur faticosamente la coscienza ecclesiale nei confronti degli abusi del personale ecclesiastico sta trasferendo il punto centrale di osservazione e condivisione: dall’abusante all’abusato, dall’attore alla vittima, dalla violenza alla persona. Un passaggio già registrabile nelle linee guida di molti episcopati e di molte famiglie religiose. Lo spazio dato all’ascolto delle vittime non solo nell’ambito delle procedure, ma anche in occasioni liturgiche, di assemblee di vescovi, superiori e superiore lo testimoniano.

La lettera al popolo credente di papa Francesco del 20 agosto 2018 è il riferimento d’obbligo. Anche il recente invito dell’Unione internazionale delle superiore maggiori a tutte le suore a non tacere e coprire gli episodi di violenza sessuale (26 novembre) mostra lo sforzo di procedere ad una purificazione in tutti i contesti culturali e a tutte le latitudini.

Si sono abbozzate competenze, procedure, reti relazionali che facilitano le denuncie, indirizzano le cure degli attori e delle vittime, suggeriscono i percorsi per un eventuale rientro per i preti e religiosi. Sono diversificate le relazioni fra responsabili ecclesiali e magistratura. Ancora incerte le procedure per gli indennizzi. Contrastanti le ipotesi sulle autorità indipendenti.

La formula giornalistica e mediatizzata della «tolleranza zero» esprime al meglio la volontà di non lasciare spazio ad alcuna giustificazione e copertura degli abusi, ma richiede anche di essere specificata: nessuna indulgenza sui fatti ma doverosa attenzione e sostegno agli attori. Un equilibrio difficile attraversa vissuti e figure ecclesiali, in particolare il ministero presbiterale.

Domande inespresse e problemi nuovi

Il primo impatto è sui vescovi. Così si è espresso il vescovo di Orléans, mons. J. Blanquart, dopo il suicidio di un giovane prete accusato di comportamenti irregolari: «Come tenere insieme anzitutto la protezione dei minori e delle persone vulnerabili con il rispetto e l’accompagnamento delle persone che hanno avuto comportamenti inappropriati?».

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I preti vivono in maniera sofferta le reiterate denuncie verso i confratelli. Si sentono colpevoli di esiti non percepiti e non fermati prima. Patiscono la sfiducia non tanto della propria comunità quanto dell’ambiente civile. S’interrogano sul proprio equilibrio personale e sul modo con cui vivere (e proporre) elementi non marginali del messaggio. Cosa significa in questo contesto il perdono e la salvezza? Cosa vuol dire la Chiesa come «sacramento fondamentale di salvezza»? Come celebrare assumendo in proprio le parole di Gesù davanti agli scandali? Come declinare le norme della morale personale e come parlare della sessualità nella visione cristiana? La generazione più anziana ricorda la convinzione dell’assemblea conciliare circa la Chiesa come «esperta di umanità». Più che esperta è serva, più che serva è ferita, più che maestra è discepola.

Donne e comunità

L’insieme della struttura ecclesiale fa riferimento alla «paternità». Il papa, i vescovi, i preti sono considerati «padri». Una paternità spirituale spesso sperimentata nella sua bellezza e veracità. Gli abusi la stravolgono, fino a denunciarla come intollerabile incesto. E aprono il tema correlato della femminilità.

Le donne che sono assenti nelle strutture di governo sono presentissime nel vissuto delle comunità cristiane. Vengono escluse dalla formazione presbiterale e dai ruoli gestionali mentre i processi civili e culturali vanno in senso opposto. Non è casuale che sia negli USA sia in alcuni stati europei le uniche voci credibili nei dibattiti sugli abusi siano quelle delle suore e delle donne. Non solo perché sono talora vittime, ma soprattutto perché non portano le ambiguità e le contraddizioni dell’istituzione.

Protagoniste involontarie anche le comunità cristiane. Vittime indirette di comportamenti censurabili manifestano spesso incredulità, dolore e impotenza. Le informazioni arrivano sempre dopo. Non sono coinvolte nell’ascolto delle vittime, non hanno mezzi e forme di accompagnamento dei loro presbiteri, anche quando ne avvertissero i limiti e le possibili ambiguità. Non si sa neppure come informarle sottraendosi alla pervasività confondente dei media e dell’opinione pubblica.

Coscienza presbiterale e sfida culturale

Infine, due elementi in cui i danni collaterali potrebbero rivelarsi di più lunga scadenza: la coscienza presbiterale e lo scontro delle culture. Non mancano i dati statistici a segnare la grave crisi numerica del clero e dei religiosi in Occidente. Il clima indotto dall’enfasi mediali sugli abusi ha spinto alcuni vescovi a parlare di «clerofobia».

In molti paesi dell’Occidente è esperienza comune avvertire la diffidenza e il sospetto verso chi porta segni della sua appartenenza presbiterale. Un ruolo già difficile diventa sistematicamente sospettabile. L’effetto possibile è quello dello scoraggiamento e dello smarrimento. Una suora di lunga esperienza e che riveste un ruolo importante nelle vita ecclesiale mi diceva: «Se i preti interiorizzano malamente l’attuale situazione, se affidano alla paura l’unica reazione, se non percepiscono la dimensione di grazia di questi passaggi cosa potrà succedere alla nostra Chiesa? La riforma evangelica delle comunità passa inesorabilmente in misura significativa attraverso le loro mani. Non la faremo senza di loro».

Ma c’è un secondo problema all’orizzonte: la difficile integrazione delle culture a livello mondiale. Per le Chiese dell’Africa e dell’Asia non è immediato condividere la priorità riconosciuta in Occidente alla tutela dei minori e all’insieme delle strumentazioni giuridiche costruite in merito. Il femminismo radicale, l’idolatria del bambino, l’affidamento alla magistratura civile non sono elementi di facile consenso. La valutazione condivisa della gravità del male viene diversamente collocata nelle culture civili di appartenenza.

È questa la sfida maggiore che attende il programmato incontro a Roma su «La protezione dei minori nella Chiesa» del 21-24 febbraio 2019 a cui sono stati chiamati tutti i presidenti delle Conferenze episcopali nazionali. Il 23 novembre sono stati resi noti i membri del comitato organizzativo: i cardinali Blase J. Cupich (Chicago, USA) e Oswald Gracias (Bombay, India), mons. Charles Scicluna (segretario aggiunto della Congregazione della dottrina della fede e uomo di riferimento per la questione), p. Hans Zöllner (presidente del Centro per la protezione dei minori dell’Università Gregoriana, referente del comitato), con il coinvolgimento di Gabrielle Gambino e Linda Ghisoni (Dicastero dei laici e Pontificia commissione per la tutela dei minori). Quanto succederà in assemblea costituirà un’esperienza rara e un momento delicato della sinodalità ecclesiale.

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