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9. Storia della Liturgia: IV e VI secolo.

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Culmen et Fons
Culmen et Fons

 

Con il famoso editto del 313 d. C. – progettato da Costantino insieme a Licinio presso Milano – si veniva a sancire l’adozione di un atteggiamento di tolleranza nei confronti dei cristiani. Egli infatti, invitò i governatori delle province a concedere al cristianesimo piena libertà ed equiparazione alle altre religioni. Pian piano si alterneranno e seguiranno diversi privilegi in favore dei cristiani, fino a quando, nel 380 d. C. con il famoso Editto di Tessalonica, il cristianesimo divenne addirittura unica religione di stato legittima.

La svolta costantiniana ebbe evidentemente anche delle conseguenze sulla liturgia della chiesa, ciò lo si noterà soprattutto nell’esteriorità dei comportamenti. Le celebrazioni infatti, specialmente nei centri urbani più grandi, inizieranno a spostarsi in splendide basiliche costruite specificamente per tale scopo; inoltre, ciò, fu reso possibile grazie alla benevolenza dell’imperatore e dei suoi familiari. Secondo il cerimoniale di corte – a sottolineare che gli stessi vescovi ora sono equiparati a funzionari imperiali – si predispone per loro una “scorta” atta ad accompagnarli durante l’entrata solenne nelle basiliche; spiccheranno figure come i portatori di lumi e di incensieri che procedono assieme al vescovo fino a un trono predisposto per lui. Come per l’imperatore, vengono tributati loro alcuni segni d’onore: l’inchino e la proskynesis (il prostrarsi e il toccare terra con la fronte). La valorizzazione sociale del vescovo e del suo clero, porta anche all’adozione di un solenne abbigliamento ufficiale, in unione a determinate insegne: la stola, il pallio e il manipolo, dai quali si svilupperà il successivo abbigliamento liturgico. Per quello che ci è stato tramandato, soltanto pochi vescovi “esitarono” a dare importanza a tali insegne, ai privilegi di origine statale e al loro utilizzo nello spazio liturgico; infatti, questi pochi riluttanti costituivano anche le migliori personalità del tempo: Ilario di Poitiers, Martino di Tours, Fulgenzio di Ruspe e Agostino. Ma la maggioranza dei vescovi era certamente persuasa che l’autorità della chiesa avrebbe acquistato prestigio se i suoi rappresentanti fossero stati circondati anche dallo splendore delle insegne e dal corrispettivo cerimoniale.

Nonostante questa apertura ai cerimoniali imperiali, ci fu da sempre, una riluttanza all’utilizzo di un certo tipo di musica. Ciò, quasi certamente, fu causato dal fatto che nei vari sacrifici pagani gli strumenti musicali avevano un grande ruolo ed erano considerati come parte del culto. Il canto liturgico ebbe particolare incremento grazie ad Ambrogio di Milano, il quale, con la sua comunità, non solo praticava il canto dei salmi, ma componeva anche degli “inni”; lo stesso Agostino, dopo la sua conversione, ascoltò con profonda commozione tali canti (Confessioni IX, 6), apprezzandone la grande utilità (Confessioni X, 33).

Una facilitazione essenziale della frequenza alla liturgia domenicale fu costituita dalla legge di Costantino (3 marzo 321) che dichiarava “il venerabile giorno del sole” giorno di riposo per tutti i giudici, popolazione della città e artigiani. L’evoluzione ulteriore comportò che il riposo dal lavoro sia posto sempre più al centro della santificazione della domenica. Le “opere servili” (opera servilia) in domenica verranno considerate gravi infrazioni delle leggi statali ed ecclesiastiche e verranno infatti punite con misure “draconiane”.

Con il successivo rifiuto dell’errore ariano combinato alla difesa strenua della divinità di Cristo, cambiano anche talune forme di preghiera. Così, dall’invocazione “al Padre per il Figlio, nello Spirito Santo” si passa alla formula conclusiva “al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo”. Anche talune preghiere si rivolgono ora immediatamente a Gesù Cristo e non più al Padre. Inoltre, la centralità dell’Eucaristia va via via crescendo fino a quando essa sarà identificata come Mysterium tremendum al quale ci si può accostare soltanto con timore e tremore. In Oriente, già nel IV secolo, ci si accontenterà di ricevere la comunione da una a due volte l’anno, costume al quale l’Occidente si adeguerà poco più tardi.

Questo è anche il tempo in cui grande masse si riversano in chiesa favorendo un appiattimento della partecipazione liturgica (Cfr. Agostino). Ma con la fine delle persecuzioni dei cristiani, i martiri della fede diventano oggetto di particolare attenzione e venerazione; in Occidente il loro culto guadagna sempre più popolarità. La loro morte come testimoni è vista in connessione al mistero pasquale di Cristo e, all’invocazione dei martiri, si attribuisce grande efficacia, specie se fatta presso la loro tomba.

Per la forma che assunse la preghiera, specialmente per lo sviluppo della quotidiana “Liturgia” delle Ore, fu di particolare importanza il consolidamento del monachesimo. Monaci e vergini consacrate a Dio, si univano ovunque in comunità. Queste fondazioni conventuali nacquero evidentemente dal desiderio di un recupero della centralità della preghiera, atta a contrastare il progressivo imbarbarimento dell’impero e dalla convinzione che, nella basilica costruita sulla tomba di martiri, non venisse mai a mancare la preghiera quotidiana.

Giuseppe Gravante

in collaborazione con www.santamariadegliangeli.com

G. Gravante
Teologo della Liturgia. È docente di Liturgia presso l'Istituto di Musica Sacra e presso l'Istituto per la formazione laicale "J. Ratzinger" della Diocesi di Termoli-Larino. Nell'Arcidiocesi di Chieti-Vasto, è docente di Religione Cattolica. Ha studiato Filosofia e Teologia presso la Pontificia Università Lateranense; Archivistica Storica e Biblioteconomia presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e ha approfondito la propria formazione liturgica (attraverso seminari e corsi) presso i Pontifici Istituti Liturgici di "S. Anselmo" in Roma e di "S. Giustina" in Padova. È direttore del sito web di cultura e informazione cattolica SpeSalvi.it; collabora con diverse testate online di natura filosofico-teologico e con testate giornalistiche locali. Per Tau Editrice (febbraio 2016): Culmine e Fonte. L’evoluzione della Messa dal Concilio di Trento alla riforma del Vaticano II.

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Complimento un ottimo articolo, inseme a tutta la rubrica! Continua così!

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Con il famoso editto del 313 d. C. – progettato da Costantino insieme a Licinio presso Milano – si veniva a sancire l’adozione di un atteggiamento di tolleranza nei confronti dei cristiani. Egli infatti, invitò i governatori delle province a concedere al cristianesimo piena libertà ed equiparazione alle altre religioni. Pian piano si alterneranno e seguiranno diversi privilegi in favore dei cristiani, fino a quando, nel 380 d. C. con il famoso Editto di Tessalonica, il cristianesimo divenne addirittura unica religione di stato legittima.

La svolta costantiniana ebbe evidentemente anche delle conseguenze sulla liturgia della chiesa, ciò lo si noterà soprattutto nell’esteriorità dei comportamenti. Le celebrazioni infatti, specialmente nei centri urbani più grandi, inizieranno a spostarsi in splendide basiliche costruite specificamente per tale scopo; inoltre, ciò, fu reso possibile grazie alla benevolenza dell’imperatore e dei suoi familiari. Secondo il cerimoniale di corte – a sottolineare che gli stessi vescovi ora sono equiparati a funzionari imperiali – si predispone per loro una “scorta” atta ad accompagnarli durante l’entrata solenne nelle basiliche; spiccheranno figure come i portatori di lumi e di incensieri che procedono assieme al vescovo fino a un trono predisposto per lui. Come per l’imperatore, vengono tributati loro alcuni segni d’onore: l’inchino e la proskynesis (il prostrarsi e il toccare terra con la fronte). La valorizzazione sociale del vescovo e del suo clero, porta anche all’adozione di un solenne abbigliamento ufficiale, in unione a determinate insegne: la stola, il pallio e il manipolo, dai quali si svilupperà il successivo abbigliamento liturgico. Per quello che ci è stato tramandato, soltanto pochi vescovi “esitarono” a dare importanza a tali insegne, ai privilegi di origine statale e al loro utilizzo nello spazio liturgico; infatti, questi pochi riluttanti costituivano anche le migliori personalità del tempo: Ilario di Poitiers, Martino di Tours, Fulgenzio di Ruspe e Agostino. Ma la maggioranza dei vescovi era certamente persuasa che l’autorità della chiesa avrebbe acquistato prestigio se i suoi rappresentanti fossero stati circondati anche dallo splendore delle insegne e dal corrispettivo cerimoniale.

Nonostante questa apertura ai cerimoniali imperiali, ci fu da sempre, una riluttanza all’utilizzo di un certo tipo di musica. Ciò, quasi certamente, fu causato dal fatto che nei vari sacrifici pagani gli strumenti musicali avevano un grande ruolo ed erano considerati come parte del culto. Il canto liturgico ebbe particolare incremento grazie ad Ambrogio di Milano, il quale, con la sua comunità, non solo praticava il canto dei salmi, ma componeva anche degli “inni”; lo stesso Agostino, dopo la sua conversione, ascoltò con profonda commozione tali canti (Confessioni IX, 6), apprezzandone la grande utilità (Confessioni X, 33).

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Una facilitazione essenziale della frequenza alla liturgia domenicale fu costituita dalla legge di Costantino (3 marzo 321) che dichiarava “il venerabile giorno del sole” giorno di riposo per tutti i giudici, popolazione della città e artigiani. L’evoluzione ulteriore comportò che il riposo dal lavoro sia posto sempre più al centro della santificazione della domenica. Le “opere servili” (opera servilia) in domenica verranno considerate gravi infrazioni delle leggi statali ed ecclesiastiche e verranno infatti punite con misure “draconiane”.

Con il successivo rifiuto dell’errore ariano combinato alla difesa strenua della divinità di Cristo, cambiano anche talune forme di preghiera. Così, dall’invocazione “al Padre per il Figlio, nello Spirito Santo” si passa alla formula conclusiva “al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo”. Anche talune preghiere si rivolgono ora immediatamente a Gesù Cristo e non più al Padre. Inoltre, la centralità dell’Eucaristia va via via crescendo fino a quando essa sarà identificata come Mysterium tremendum al quale ci si può accostare soltanto con timore e tremore. In Oriente, già nel IV secolo, ci si accontenterà di ricevere la comunione da una a due volte l’anno, costume al quale l’Occidente si adeguerà poco più tardi.

Questo è anche il tempo in cui grande masse si riversano in chiesa favorendo un appiattimento della partecipazione liturgica (Cfr. Agostino). Ma con la fine delle persecuzioni dei cristiani, i martiri della fede diventano oggetto di particolare attenzione e venerazione; in Occidente il loro culto guadagna sempre più popolarità. La loro morte come testimoni è vista in connessione al mistero pasquale di Cristo e, all’invocazione dei martiri, si attribuisce grande efficacia, specie se fatta presso la loro tomba.

Per la forma che assunse la preghiera, specialmente per lo sviluppo della quotidiana “Liturgia” delle Ore, fu di particolare importanza il consolidamento del monachesimo. Monaci e vergini consacrate a Dio, si univano ovunque in comunità. Queste fondazioni conventuali nacquero evidentemente dal desiderio di un recupero della centralità della preghiera, atta a contrastare il progressivo imbarbarimento dell’impero e dalla convinzione che, nella basilica costruita sulla tomba di martiri, non venisse mai a mancare la preghiera quotidiana.

Giuseppe Gravante

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Complimento un ottimo articolo, inseme a tutta la rubrica! Continua così!

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