Cos’è che rende il corpo umano tanto bello?


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E’ solo l’eros e il desiderio?

Qual è la cosa più bella del mondo? Sono sicuro che se ponessimo questa domanda a mille pittori almeno novecento risponderebbero: il corpo umano. E non credo che la percentuale cambierebbe di molto se ponessimo la stessa domanda all’uomo della strada.

Ma il vostro curato di città, anche se temporaneamente in vacanza, non può rinunciare ai panni del detective metafisico e così mi chiedo, perché? Cos’è che rende il corpo umano tanto bello in ogni istante della vita, dall’infanzia alla maturità, dalla giovinezza alla vecchiaia?

Sicuramente non è l’eros né il desiderio.

La signora seduta al tavolino di fronte, nel bar da cui scrivo, ha un viso splendido, in cui ogni ruga racconta un romanzo, ma avrà settant’anni e di certo non suscita in me alcun desiderio. I bambini che giocano a inseguirsi nel corso sono meravigliosi nel balletto complicato che stanno facendo che sembra richiedere una gran quantità di pacche e risate, ma di sicuro non accendono in me alcun eros.

La contemplazione della bellezza è, per l’appunto, contemplazione.

Non suppone il possesso, ma l’estasi (in senso etimologico, ek-stasis vuol dire uscire da se), non vuole rubare l’oggetto per possederlo, quasi per portarlo dentro di sé, ma al contrario vuole uscire da sé per andare incontro all’amato.
Anche in amore accade la stessa cosa. Se uno ama davvero una ragazza (parlo ovviamente da un punto di vista maschile), il suo primo desiderio non sarà sbatterla su un divano, ma passare tempo con lei, ascoltarla, osservarla… in una parola fondersi e diventare una cosa sola, così che l’unione fisica, quando verrà, sarà il coronamento e la fioritura di qualcos’altro che l’ha preceduta.

La contemplazione dunque è il primo stadio dell’amore, l’eros ek-statico precede quello fusionale.

Ma tornando alla bellezza del corpo umano, cosa troverò in esso di bello?

Dal punto di vista formale spesso è goffo e sgraziato. Non ha la rigorosa simmetria degli oggetti geometrici, ne la flessuosa eleganza dei felini, non incute timore come un serpente ne ha la libertà degli uccelli in volo, eppure… Eppure c’è nel corpo umano qualcosa che non si lascia ridurre all’aspetto.
Si, il corpo umano è bello precisamente perché non è solo un corpo e questo è talmente vero che nulla suscita più disgusto di un corpo umano morto.

Finché è animato dal soffio della vita nulla è più bello dell’uomo, quando questa ne sfugge nulla diventa più brutto, anche se il suo aspetto esteriore rimane identico.
Alla fine dei conti la bellezza del corpo consiste nel suo rimandare oltre, nel suo essere segno dello Spirito, che in ultima analisi è amore. Il corpo è bello perché è comunicazione, contatto, porta aperta, finestra spalancata sul sé più profondo.

Con una sintesi acrobatica potremmo dire che il corpo umano è bello perché nelle diverse fasi della vita celebra l’amore, la sua possibilità nell’infanzia e nell’adolescenza, il suo godimento nella giovinezza e nell’età adulta, il suo compimento e il suo frutto nell’età matura.

Considerate gli occhi. Non è lo sguardo il primo messaggio dell’amore? Cosa c’è di più bello dello sguardo di una donna innamorata?

E le mani? Cosa diremo delle mani, che racchiudono in pochi centimetri di pelle tutte le pieghe di una storia? Poche cose dicono l’intimità di una persona come le sue mani, il modo di muoverle o di tenerle in quiete, in ogni mano è racchiusa una vita intera.

Considerate la curva dei fianchi ed il seno di una donna, considerate il suo ventre (lo ripeto, vedo le cose da un punto di vista maschile), non sono la promessa di un compimento, di una fecondità che da senso alla vita?

L’ho già detto e lo ripeto: la quintessenza della bellezza per me è una ventenne in prendisole che incede gloriosa per un lungomare ventoso esibendo la sua maternità.

Il corpo umano è bello perché ci rimanda all’amore, e l’amore è bello perché porta in sé la vita, la fecondità. Niente è più bello della maternità.

Dev’essere per questo che trovo bruttissimi certi corpi e certi volti rifatti che portano la sterilità scritta in ogni piega, dev’essere per questo che mi danno un infinita tristezza certi sguardi pieni di voluttà in cui si legge solo la fame e non il desiderio di dare vita.

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