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7. Storia della Liturgia: Nuovo Testamento.

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Culmen et Fons
Culmen et Fons

Nel Nuovo Testamento, come ipotizzabile, non troviamo narrazioni o spiegazioni sistematiche della celebrazione liturgica praticata dalla comunità cristiana post pasquale; bensì, sono presenti una quantità apprezzabile di particolari o semplici accenni che, tuttavia, meritano una spiegazione distinta.

Anzitutto, un primo punto di riferimento che la scrittura ci dà, è l’utilizzo di alcuni verbi caratteristici, il cui utilizzo abituale era atto ad indicare – senza margine di dubbio – la celebrazione eucaristica; i verbi sono: “convenire” e “riunirsi”. Luogo prescelto per il raduno settimanale era, almeno per la comunità ierosolimitana, dapprima il tempio, nel quale i cristiani, insieme con i loro concittadini ebrei, partecipavano ai tradizionali uffici di preghiera (cfr. At 2, 46a; 3, 1; 5, 12.42; 22, 17), poi le abitazioni private nelle quali si celebrava anche l’Eucaristia; infine la domus ecclesiae, edificio (una casa vera e propria) adibito al solo ritrovo “liturgico”. Il Tempio, di per sé, non aveva mai costituito il fulcro della vita liturgica della comunità post pasquale; infatti, per sua natura, esso consentiva l’accesso al sancta sanctorum al solo sacerdote e così, pian piano si arriverà alle ecclesiae o alle basiliche, poihé queste permettevano a tutti di poter entrare e partecipare. Inoltre, sia dal racconto dei pasti col Risorto sia dal miracolo di Pentecoste risulta chiaro che l’incontro con il Signore glorificato e l’invio del suo Spirito non sono collegati con il tempio.

Gli Atti degli Apostoli menzionano, come contenuto di queste riunioni nelle case, la fractio panis e i pasti consumati «con letizia e semplicità di cuore» (At 2, 46). In ciò si deve cogliere, sia l’agàpe fraterna sia la cena eucaristica. Unite a queste vi sono la lode di Dio e la preghiera di intercessione (cfr. At 2, 14.42.47; 4, 24-31; 12, 5b). In tale contesto, non è da escludere, anzi è plausibilissimo che confluissero preghiere e invocazioni di matrice ebraica come le Berakhoth (preghiere di benedizione), singoli elementi come l’Alleluia, Amen e l’Osanna. In tutte le comunità era certamente presente e non annebbiato il concetto della “memoria” delle vicende pasquali. Non un semplice ricordo, come sappiamo, ma il rivivere esattamente quelle stesse vicende; metaforicamente potrebbe essere assimilato alla luce di una supernova esplosa migliaia di anni fa, ma della quale ne cogliamo ancora oggi la stessa luce splendente e incorrotta. Questa “scuola di fede” rendeva i singoli discepoli capaci non solo di essere assidui all’insegnamento degli apostoli (At 2, 42), ma anche di divenire essi stessi testimoni della buona notizia.

In particolare guadagnò ben presto importanza la riunione liturgica nel giorno di domenica. Questa, fu da subito il primo giorno della settimana, il giorno della risurrezione di Gesù, al quale la memoria di tale dato fondamentale della fede cristiana si addiceva particolarmente (cfr. At 20, 7; 1 Cor 16, 2; Ap 1, 10). Poiché passione, morte e risurrezione di Gesù sono legate intrinsecamente alla festa ebraica di Pesach (Pasqua), ben presto si pervenne a un completamento e a una nuova interpretazione dei suoi contenuti. Paolo, infatti, afferma in 1 Cor 5, 7: «infatti Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato!». Con questo evento salvifico la festa ebraica di Pasqua ha acquistato per i cristiani un senso nuovo (ma ci volle del tempo perché il giudeo-cristianesimo si adattasse).

Il Battesimo, poi, costituisce un altro elemento essenziale, tuttavia non si comprende con chiarezza se il suo senso ontologico sia legato alla Pasqua annuale o settimanale. C’è però, viva cognizione del fatto che Gesù, misericordioso nei confronti dei peccatori, ha lasciato alla sua chiesa il potere di perdonare nella forza dello Spirito Santo (Mt 16, 19; 18, 15-18; Gv 20, 23).

Come già lasciato intendere, non è possibile identificare per questo periodo storico un ordinamento liturgico stabile. Grandissima è la varietà dei carismi esercitati da molti membri della comunità, come è documentata dagli Atti degli Apostoli, dalle lettere paoline e da quelle post paoline. Paolo desidera che allo Spirito sia assicurato un ampio spazio di azione: «Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie. Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono» (1 Ts 5, 19-21); questo è ciò che si traduce in quella che oggi chiamiamo “partecipazione attiva” dei membri della comunità.

Infine, si nota come con il proliferare degli errori in fatto di fede e dei gruppi di natura carismatica (frange estremiste), cresce alla fine del I secolo la preoccupazione di mantenere pura la dottrina e la liturgia. Paolo farà emergere questa preoccupazione soprattutto nelle sue lettere pastorali: «Solo i ministri e cioè vescovi, presbiteri e diaconi, che grazie all’imposizione delle mani si trovano nella successione apostolica, hanno il diritto di agire nel nome di Gesù, anche nell’ambito del culto. A questi sono trasmesse le funzioni dei maestri e dei profeti […]» (1 Tm 1, 18; 4, 14). La caratterizzazione della liturgia in rapporto all’ufficio e al diritto sarà la conseguenza necessaria di questo sviluppo.

Giuseppe Gravante

in collaborazione con www.santamariadegliangeli.com

G. Gravante
Teologo della Liturgia. È docente di Liturgia presso l'Istituto di Musica Sacra e presso l'Istituto per la formazione laicale "J. Ratzinger" della Diocesi di Termoli-Larino. Nell'Arcidiocesi di Chieti-Vasto, è docente di Religione Cattolica. Ha studiato Filosofia e Teologia presso la Pontificia Università Lateranense; Archivistica Storica e Biblioteconomia presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e ha approfondito la propria formazione liturgica (attraverso seminari e corsi) presso i Pontifici Istituti Liturgici di "S. Anselmo" in Roma e di "S. Giustina" in Padova. È direttore del sito web di cultura e informazione cattolica SpeSalvi.it; collabora con diverse testate online di natura filosofico-teologico e con testate giornalistiche locali. Per Tau Editrice (febbraio 2016): Culmine e Fonte. L’evoluzione della Messa dal Concilio di Trento alla riforma del Vaticano II.
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Nel Nuovo Testamento, come ipotizzabile, non troviamo narrazioni o spiegazioni sistematiche della celebrazione liturgica praticata dalla comunità cristiana post pasquale; bensì, sono presenti una quantità apprezzabile di particolari o semplici accenni che, tuttavia, meritano una spiegazione distinta.

Anzitutto, un primo punto di riferimento che la scrittura ci dà, è l’utilizzo di alcuni verbi caratteristici, il cui utilizzo abituale era atto ad indicare – senza margine di dubbio – la celebrazione eucaristica; i verbi sono: “convenire” e “riunirsi”. Luogo prescelto per il raduno settimanale era, almeno per la comunità ierosolimitana, dapprima il tempio, nel quale i cristiani, insieme con i loro concittadini ebrei, partecipavano ai tradizionali uffici di preghiera (cfr. At 2, 46a; 3, 1; 5, 12.42; 22, 17), poi le abitazioni private nelle quali si celebrava anche l’Eucaristia; infine la domus ecclesiae, edificio (una casa vera e propria) adibito al solo ritrovo “liturgico”. Il Tempio, di per sé, non aveva mai costituito il fulcro della vita liturgica della comunità post pasquale; infatti, per sua natura, esso consentiva l’accesso al sancta sanctorum al solo sacerdote e così, pian piano si arriverà alle ecclesiae o alle basiliche, poihé queste permettevano a tutti di poter entrare e partecipare. Inoltre, sia dal racconto dei pasti col Risorto sia dal miracolo di Pentecoste risulta chiaro che l’incontro con il Signore glorificato e l’invio del suo Spirito non sono collegati con il tempio.

Gli Atti degli Apostoli menzionano, come contenuto di queste riunioni nelle case, la fractio panis e i pasti consumati «con letizia e semplicità di cuore» (At 2, 46). In ciò si deve cogliere, sia l’agàpe fraterna sia la cena eucaristica. Unite a queste vi sono la lode di Dio e la preghiera di intercessione (cfr. At 2, 14.42.47; 4, 24-31; 12, 5b). In tale contesto, non è da escludere, anzi è plausibilissimo che confluissero preghiere e invocazioni di matrice ebraica come le Berakhoth (preghiere di benedizione), singoli elementi come l’Alleluia, Amen e l’Osanna. In tutte le comunità era certamente presente e non annebbiato il concetto della “memoria” delle vicende pasquali. Non un semplice ricordo, come sappiamo, ma il rivivere esattamente quelle stesse vicende; metaforicamente potrebbe essere assimilato alla luce di una supernova esplosa migliaia di anni fa, ma della quale ne cogliamo ancora oggi la stessa luce splendente e incorrotta. Questa “scuola di fede” rendeva i singoli discepoli capaci non solo di essere assidui all’insegnamento degli apostoli (At 2, 42), ma anche di divenire essi stessi testimoni della buona notizia.

In particolare guadagnò ben presto importanza la riunione liturgica nel giorno di domenica. Questa, fu da subito il primo giorno della settimana, il giorno della risurrezione di Gesù, al quale la memoria di tale dato fondamentale della fede cristiana si addiceva particolarmente (cfr. At 20, 7; 1 Cor 16, 2; Ap 1, 10). Poiché passione, morte e risurrezione di Gesù sono legate intrinsecamente alla festa ebraica di Pesach (Pasqua), ben presto si pervenne a un completamento e a una nuova interpretazione dei suoi contenuti. Paolo, infatti, afferma in 1 Cor 5, 7: «infatti Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato!». Con questo evento salvifico la festa ebraica di Pasqua ha acquistato per i cristiani un senso nuovo (ma ci volle del tempo perché il giudeo-cristianesimo si adattasse).

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Il Battesimo, poi, costituisce un altro elemento essenziale, tuttavia non si comprende con chiarezza se il suo senso ontologico sia legato alla Pasqua annuale o settimanale. C’è però, viva cognizione del fatto che Gesù, misericordioso nei confronti dei peccatori, ha lasciato alla sua chiesa il potere di perdonare nella forza dello Spirito Santo (Mt 16, 19; 18, 15-18; Gv 20, 23).

Come già lasciato intendere, non è possibile identificare per questo periodo storico un ordinamento liturgico stabile. Grandissima è la varietà dei carismi esercitati da molti membri della comunità, come è documentata dagli Atti degli Apostoli, dalle lettere paoline e da quelle post paoline. Paolo desidera che allo Spirito sia assicurato un ampio spazio di azione: «Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie. Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono» (1 Ts 5, 19-21); questo è ciò che si traduce in quella che oggi chiamiamo “partecipazione attiva” dei membri della comunità.

Infine, si nota come con il proliferare degli errori in fatto di fede e dei gruppi di natura carismatica (frange estremiste), cresce alla fine del I secolo la preoccupazione di mantenere pura la dottrina e la liturgia. Paolo farà emergere questa preoccupazione soprattutto nelle sue lettere pastorali: «Solo i ministri e cioè vescovi, presbiteri e diaconi, che grazie all’imposizione delle mani si trovano nella successione apostolica, hanno il diritto di agire nel nome di Gesù, anche nell’ambito del culto. A questi sono trasmesse le funzioni dei maestri e dei profeti […]» (1 Tm 1, 18; 4, 14). La caratterizzazione della liturgia in rapporto all’ufficio e al diritto sarà la conseguenza necessaria di questo sviluppo.

Giuseppe Gravante

in collaborazione con www.santamariadegliangeli.com

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