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La devozione al Sacro Cuore. Memoria-Corpo-Immagine-Testo: continuità e discontinuità

Una devozione e le sue vicende

- Advertisement -

di: Marcello Neri

Presso la Curia generale dei dehoniani si è svolto il colloquio internazionale «La devozione al Sacro Cuore. Memoria-Corpo-Immagine-Testo: continuità e discontinuità» (Roma, 8-9 novembre). Il convegno è frutto di una feconda collaborazione instauratasi tra il Centro Studi della Congregazione dehoniana e la Pädagogische Hochschule di Lucerna, portata avanti in particolare dalla professoressa Franziska Metzger e da p. Stefan Tertünte scj. Le giornate di studio sono state caratterizzate da un approccio transdisciplinare e interculturale al tema della devozione al Sacro Cuore, sottolineando in particolare le dimensioni della memoria e delle immagini legate a essa.

L’impressione lasciata dall’insieme dei contributi[1] che sono andati a costruire l’ossatura di fondo del Colloquio internazionale sulla devozione al Sacro Cuore è quella di una disseminazione, in parte sicuramente inattesa nelle sue molteplici ramificazioni, dell’immaginario e della tradizione devozionale. In sostanza, quanto le varie relazioni hanno mostrato è una vera e propria trasmigrazione di una devozione fortemente legata alla tradizione cattolica moderna in ambiti molto ampi e diversi tra loro della cultura civile della modernità, non solo europea.

Una devozione e le sue vicende

Le vicende di una devozione particolare, quindi, vanno a inserirsi e intersecarsi con un immaginario e una memoria che la eccedono e l’accompagnano al tempo stesso. Andando così a intercettare i molti nessi che ne hanno permesso l’articolazione e lo sviluppo e che, contemporaneamente, hanno sottratto la devozione al Sacro Cuore all’essere una questione esclusiva della cattolicità europea.

L’identificazione di elementi di configurazione paralleli come il sorgere scarti improvvisi dell’apparato devozionale rappresentano, infatti, uno dei tratti peculiari messi in mostra dal Colloquio. Arte, politica, storia, pratiche, memorie, raffigurazioni dell’immaginario, antropologia, testo Sacro e testualità comune, concorrono tutti a disegnare il destino pubblico e spirituale di questa devozione. In un gioco continuo di sponda e rimandi che rilanciano e problematizzano sempre di nuovo le forme complesse della devozione al Sacro Cuore.

In questo debordamento e nella sua trasversalità socio-culturale, chiaramente messi in luce dai lavori del Colloquio, la figura della devozione al Sacro Cuore sembra avere ancora la forza di fungere da catalizzatore delle sue molteplici dispersioni sincroniche e diacroniche. E questo proprio oggi, quando all’interno dello stesso cattolicesimo essa sembra essere ridotta a poco più di un lumicino tenuto a stento in vita da alcune congregazioni religiose che non possono fare a meno di fare i conti con lei.

Monito questo, per la Chiesa stessa in primo luogo, a non gettare precipitosamente fuori bordo la «memoria» del proprio percorso storico, anche quando questo non sembra essere più capace della fecondità e dell’impatto che ebbe un tempo. Ma, al tempo stesso, anche invito pressante a una coltivazione della memoria che sappia farsi carico di tutte le ambivalenze, ombre e potenzialità che la abitano. La devozione al Sacro Cuore, dunque, non dovrebbe essere né abbandonata alla propria dimenticanza, né essere semplicemente riproposta attraverso alcuni adattamenti cosmetici di alcuni suoi tratti accattivanti.

Le sue vicende ci dicono, in primo luogo, di processi continui di trasfigurazione e trasformazione dell’impianto devoto; dei suoi connubi, più o meno casti, con le forme politiche e culturali del vivere associato degli esseri umani; degli intrecci che la legano a immagini e memorie che, a prima vista, sembrano essere del tutto estranee alla devozione al Sacro Cuore, e invece rivelano tutta una serie di prossimità e alternative che fanno di essa un «momento» che ha partecipato, nel bene e nel male, alla costruzione della società umana.

E continua a farlo, viene da dire dopo il Colloquio, se non altro come interrogazione di una figura e un immaginario che sembrano essere più ricchi e propositivi di quanto la condizione odierna della devozione al Sacro Cuore lascerebbe pensare.

Il domani della devozione al Sacro Cuore

Nella sintesi che ha concluso i due giorni di intensi lavori, la professoressa Metzger[2] ha delineato una serie di campi e prospettive, evocati dal Colloquio, che possono andare a costituire l’ossatura di una ricerca ulteriore intorno alla devozione al Sacro Cuore. Ne riprendo alcuni, per condividere con i lettori di SettimanaNews il nerbo portante della spiritualità intorno a cui si articola il lavoro quotidiano di informazione della nostra rivista.

Da un punto di vista metodologico, il Colloquio ha provveduto a mettere radicalmente in discussione il meccanismo di separazione binaria che rappresenta una delle costanti tipiche della modernità europea. Si tratti dell’alternativa fra immagine e linguaggio, dimensione pubblica e spazio religioso, affetti e ragione, materialità e spirituale, e così via. Pratiche, politiche, immaginari, di questa devozione così tipicamente moderna spingono, invece, verso una considerazione attenta della complessità e polivalenza dei fenomeni culturali – dei quali fanno parte anche quelli a carattere religioso. Fenomeni che hanno ricadute sulle forme di vita quotidiana non riconducibili a un canone univoco, perché con essa fanno corpo dandole forma nel momento stesso in cui vengono plasmate dal vissuto di tutti i giorni.

Un altro aspetto metodologico messo in luce dal Colloquio è l’importanza di concentrarsi sui modi di funzionamento, pratico ed effettivo, della devozione al Sacro Cuore: come simbolo, oggetto rituale, forza che produce pratiche e ritualità, filigrana di discorsi, narrazioni e memorie. Con una stratificazione dei significati della medesima devozione che si modula a seconda degli ambiti del suo funzionamento, così che essa non può mai essere debitamente sussunta unicamente nel modo del suo utilizzo da parte della Chiesa in quanto istituzione. Proprio con il Sacro Cuore abbiamo a che fare con una devozione (cattolica) marcatamente istituzionalizzata, da un lato, e ampiamente diffusa a livello di vissuto popolare, dall’altro. Il significato che essa assume in un ambito non è mai il medesimo di quello che riveste nell’altro.

Questo spinge verso una ricerca transdisciplinare in grado di seguire le variazioni, gli adattamenti, gli slittamenti e le trasformazioni della devozione al Sacro Cuore – sia a livello sincronico che a quello diacronico. Stabilizzazione e mutazione delle coordinate devozionali si compenetrano dunque tra di loro, e chiedono di essere debitamente analizzate in tale modo.

Da un punto di vista storico si possono individuare due tornati chiave per la devozione al Sacro Cuore: il primo è quello che, tra ‘500 e ‘600, fa transitare la Chiesa cattolica dall’ariosità dell’immediato post-concilio tridentino al compattamento romano e curiale dei ranghi ecclesiastici; il secondo, tra XIX e XX secolo, in cui l’invenzione dello stato moderno assume la sua forma più spiccatamente nazionalista, mentre la devozione al Sacro Cuore diventa lo strumento mediante il quale si esprime la sempre più marcata distanza fra la tradizione liberale dello stato moderno e l’istituzione cattolica della fede.

Entrambi i tornanti sono caratterizzati da un’estrema complessità, dove anche nel prevalere di una linea maggiore permangono effetti di trascinamento di un modo altro di funzionare della medesima devozione al Sacro Cuore.

In filigrana, nelle note conclusive con cui la professoressa Metzger ha rilanciato alcune linee maggiori del Colloquio, si può cogliere lo sdoganamento da una riduttiva identificazione univoca della realtà, molteplice e variegata, della devozione al Sacro Cuore con la forma istituita dell’intransigentismo cattolico tipico di fine ‘800 e inizio ‘900. Rilancio, questo, che apre anche nuove prospettive e responsabilità per la stessa spiritualità dehoniana che germina, nel suo specifico, all’interno di questa più ampia tradizione devozionale.

Padre Dehon

Nell’insieme il Colloquio ha avuto il merito di offrire tutta una serie di aperture possibili per la spiritualità della Congregazione dehoniana. Ma, soprattutto, ha permesso di cogliere una certa convergenza intorno all’esigenza di rimettere in valore l’esperienza spirituale fondativa di Dehon per quanto concerne una presenza pubblica delle comunità dehoniane nella Chiesa e nelle società odierne. Insomma, viene positivamente sciolta quella «riserva» pregiudiziale che teneva a distanza, non senza un certo sospetto, alcune figure maggiori dell’eredità spirituale di padre Dehon, che ha caratterizzato gran parte della sua recezione post-conciliare in seno alla Congregazione.

Tre mi sembrano gli snodi maggiori che possono fungere da chiave ispiratrice per questa impresa: la riattivazione della dignità teologica dell’immaginazione (N. Steeves); la configurazione di una grammatica affettiva dell’esperienza (card. J. Tolentino Mendoça); un’etica pubblica della giustizia (J. Van den Hengel), imperniata sul carattere ingiuntivo dell’altro che dà forma alla configurazione del soggetto disponibile a riconoscere in essa una «forza» di cui non può essere né signore né autore, nel momento stesso in cui apprezza quell’ingiunzione come qualcosa lo riguarda in prima persona e lo costituisce nella sua singolarità (maniera originale e pertinente di ripensare il tema dell’amore puro nel lascito spirituale di Dehon).

Per la Congregazione dehoniana, dunque, il Colloquio rilancia la dimensione sociale, civile e politica che può essere differentemente elaborata, a seconda dei contesti effettivi di vita delle comunità, partendo dagli snodi maggiori della propria spiritualità e dalle sue pratiche.

Trovare le forme adeguate per mettere mano fecondamente a questo esercizio è il compito che il Colloquio lascia in mano alla Congregazione, sapendo che non deve svolgerlo tutto lei perché può far conto su tutta una serie di approcci e legami che la possono sostenere in questo rilancio e rivisitazione della propria spiritualità.


[1] Le relazioni sono state tenute da: F. Metzger (Lucerna); E. Pahud de Mortanges (Freiburg); D. Morgan (Duke University); A. Viola (Trento); S. Laube (Berlino); D. Sidler (Basilea); M. Antonia Herradon Figueroa (Madrid); P. Airiau (Parigi); F. Purwanto (Yogyakarta); S. Baier-D. Troxler (Lucerna); M. Neri (Modena-Milano); card. J. Tolentino Mendonça (Roma); J. van den Hengel (Ottawa); N. Steeves (Roma).
[2] Ringrazio la professoressa Metzeger per avermi messo a disposizione le sue note conclusive, nelle quali ha delineato le prospettive centrali del possibile lavoro da compiere intorno alla devozione al Sacro Cuore nel contesto contemporaneo.

Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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La devozione al Sacro Cuore. Memoria-Corpo-Immagine-Testo: continuità e discontinuità

Una devozione e le sue vicende

  

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di: Marcello Neri

Presso la Curia generale dei dehoniani si è svolto il colloquio internazionale «La devozione al Sacro Cuore. Memoria-Corpo-Immagine-Testo: continuità e discontinuità» (Roma, 8-9 novembre). Il convegno è frutto di una feconda collaborazione instauratasi tra il Centro Studi della Congregazione dehoniana e la Pädagogische Hochschule di Lucerna, portata avanti in particolare dalla professoressa Franziska Metzger e da p. Stefan Tertünte scj. Le giornate di studio sono state caratterizzate da un approccio transdisciplinare e interculturale al tema della devozione al Sacro Cuore, sottolineando in particolare le dimensioni della memoria e delle immagini legate a essa.

L’impressione lasciata dall’insieme dei contributi[1] che sono andati a costruire l’ossatura di fondo del Colloquio internazionale sulla devozione al Sacro Cuore è quella di una disseminazione, in parte sicuramente inattesa nelle sue molteplici ramificazioni, dell’immaginario e della tradizione devozionale. In sostanza, quanto le varie relazioni hanno mostrato è una vera e propria trasmigrazione di una devozione fortemente legata alla tradizione cattolica moderna in ambiti molto ampi e diversi tra loro della cultura civile della modernità, non solo europea.

Una devozione e le sue vicende

Le vicende di una devozione particolare, quindi, vanno a inserirsi e intersecarsi con un immaginario e una memoria che la eccedono e l’accompagnano al tempo stesso. Andando così a intercettare i molti nessi che ne hanno permesso l’articolazione e lo sviluppo e che, contemporaneamente, hanno sottratto la devozione al Sacro Cuore all’essere una questione esclusiva della cattolicità europea.

L’identificazione di elementi di configurazione paralleli come il sorgere scarti improvvisi dell’apparato devozionale rappresentano, infatti, uno dei tratti peculiari messi in mostra dal Colloquio. Arte, politica, storia, pratiche, memorie, raffigurazioni dell’immaginario, antropologia, testo Sacro e testualità comune, concorrono tutti a disegnare il destino pubblico e spirituale di questa devozione. In un gioco continuo di sponda e rimandi che rilanciano e problematizzano sempre di nuovo le forme complesse della devozione al Sacro Cuore.

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In questo debordamento e nella sua trasversalità socio-culturale, chiaramente messi in luce dai lavori del Colloquio, la figura della devozione al Sacro Cuore sembra avere ancora la forza di fungere da catalizzatore delle sue molteplici dispersioni sincroniche e diacroniche. E questo proprio oggi, quando all’interno dello stesso cattolicesimo essa sembra essere ridotta a poco più di un lumicino tenuto a stento in vita da alcune congregazioni religiose che non possono fare a meno di fare i conti con lei.

Monito questo, per la Chiesa stessa in primo luogo, a non gettare precipitosamente fuori bordo la «memoria» del proprio percorso storico, anche quando questo non sembra essere più capace della fecondità e dell’impatto che ebbe un tempo. Ma, al tempo stesso, anche invito pressante a una coltivazione della memoria che sappia farsi carico di tutte le ambivalenze, ombre e potenzialità che la abitano. La devozione al Sacro Cuore, dunque, non dovrebbe essere né abbandonata alla propria dimenticanza, né essere semplicemente riproposta attraverso alcuni adattamenti cosmetici di alcuni suoi tratti accattivanti.

Le sue vicende ci dicono, in primo luogo, di processi continui di trasfigurazione e trasformazione dell’impianto devoto; dei suoi connubi, più o meno casti, con le forme politiche e culturali del vivere associato degli esseri umani; degli intrecci che la legano a immagini e memorie che, a prima vista, sembrano essere del tutto estranee alla devozione al Sacro Cuore, e invece rivelano tutta una serie di prossimità e alternative che fanno di essa un «momento» che ha partecipato, nel bene e nel male, alla costruzione della società umana.

E continua a farlo, viene da dire dopo il Colloquio, se non altro come interrogazione di una figura e un immaginario che sembrano essere più ricchi e propositivi di quanto la condizione odierna della devozione al Sacro Cuore lascerebbe pensare.

Il domani della devozione al Sacro Cuore

Nella sintesi che ha concluso i due giorni di intensi lavori, la professoressa Metzger[2] ha delineato una serie di campi e prospettive, evocati dal Colloquio, che possono andare a costituire l’ossatura di una ricerca ulteriore intorno alla devozione al Sacro Cuore. Ne riprendo alcuni, per condividere con i lettori di SettimanaNews il nerbo portante della spiritualità intorno a cui si articola il lavoro quotidiano di informazione della nostra rivista.

Da un punto di vista metodologico, il Colloquio ha provveduto a mettere radicalmente in discussione il meccanismo di separazione binaria che rappresenta una delle costanti tipiche della modernità europea. Si tratti dell’alternativa fra immagine e linguaggio, dimensione pubblica e spazio religioso, affetti e ragione, materialità e spirituale, e così via. Pratiche, politiche, immaginari, di questa devozione così tipicamente moderna spingono, invece, verso una considerazione attenta della complessità e polivalenza dei fenomeni culturali – dei quali fanno parte anche quelli a carattere religioso. Fenomeni che hanno ricadute sulle forme di vita quotidiana non riconducibili a un canone univoco, perché con essa fanno corpo dandole forma nel momento stesso in cui vengono plasmate dal vissuto di tutti i giorni.

Un altro aspetto metodologico messo in luce dal Colloquio è l’importanza di concentrarsi sui modi di funzionamento, pratico ed effettivo, della devozione al Sacro Cuore: come simbolo, oggetto rituale, forza che produce pratiche e ritualità, filigrana di discorsi, narrazioni e memorie. Con una stratificazione dei significati della medesima devozione che si modula a seconda degli ambiti del suo funzionamento, così che essa non può mai essere debitamente sussunta unicamente nel modo del suo utilizzo da parte della Chiesa in quanto istituzione. Proprio con il Sacro Cuore abbiamo a che fare con una devozione (cattolica) marcatamente istituzionalizzata, da un lato, e ampiamente diffusa a livello di vissuto popolare, dall’altro. Il significato che essa assume in un ambito non è mai il medesimo di quello che riveste nell’altro.

Questo spinge verso una ricerca transdisciplinare in grado di seguire le variazioni, gli adattamenti, gli slittamenti e le trasformazioni della devozione al Sacro Cuore – sia a livello sincronico che a quello diacronico. Stabilizzazione e mutazione delle coordinate devozionali si compenetrano dunque tra di loro, e chiedono di essere debitamente analizzate in tale modo.

Da un punto di vista storico si possono individuare due tornati chiave per la devozione al Sacro Cuore: il primo è quello che, tra ‘500 e ‘600, fa transitare la Chiesa cattolica dall’ariosità dell’immediato post-concilio tridentino al compattamento romano e curiale dei ranghi ecclesiastici; il secondo, tra XIX e XX secolo, in cui l’invenzione dello stato moderno assume la sua forma più spiccatamente nazionalista, mentre la devozione al Sacro Cuore diventa lo strumento mediante il quale si esprime la sempre più marcata distanza fra la tradizione liberale dello stato moderno e l’istituzione cattolica della fede.

Entrambi i tornanti sono caratterizzati da un’estrema complessità, dove anche nel prevalere di una linea maggiore permangono effetti di trascinamento di un modo altro di funzionare della medesima devozione al Sacro Cuore.

In filigrana, nelle note conclusive con cui la professoressa Metzger ha rilanciato alcune linee maggiori del Colloquio, si può cogliere lo sdoganamento da una riduttiva identificazione univoca della realtà, molteplice e variegata, della devozione al Sacro Cuore con la forma istituita dell’intransigentismo cattolico tipico di fine ‘800 e inizio ‘900. Rilancio, questo, che apre anche nuove prospettive e responsabilità per la stessa spiritualità dehoniana che germina, nel suo specifico, all’interno di questa più ampia tradizione devozionale.

Padre Dehon

Nell’insieme il Colloquio ha avuto il merito di offrire tutta una serie di aperture possibili per la spiritualità della Congregazione dehoniana. Ma, soprattutto, ha permesso di cogliere una certa convergenza intorno all’esigenza di rimettere in valore l’esperienza spirituale fondativa di Dehon per quanto concerne una presenza pubblica delle comunità dehoniane nella Chiesa e nelle società odierne. Insomma, viene positivamente sciolta quella «riserva» pregiudiziale che teneva a distanza, non senza un certo sospetto, alcune figure maggiori dell’eredità spirituale di padre Dehon, che ha caratterizzato gran parte della sua recezione post-conciliare in seno alla Congregazione.

Tre mi sembrano gli snodi maggiori che possono fungere da chiave ispiratrice per questa impresa: la riattivazione della dignità teologica dell’immaginazione (N. Steeves); la configurazione di una grammatica affettiva dell’esperienza (card. J. Tolentino Mendoça); un’etica pubblica della giustizia (J. Van den Hengel), imperniata sul carattere ingiuntivo dell’altro che dà forma alla configurazione del soggetto disponibile a riconoscere in essa una «forza» di cui non può essere né signore né autore, nel momento stesso in cui apprezza quell’ingiunzione come qualcosa lo riguarda in prima persona e lo costituisce nella sua singolarità (maniera originale e pertinente di ripensare il tema dell’amore puro nel lascito spirituale di Dehon).

Per la Congregazione dehoniana, dunque, il Colloquio rilancia la dimensione sociale, civile e politica che può essere differentemente elaborata, a seconda dei contesti effettivi di vita delle comunità, partendo dagli snodi maggiori della propria spiritualità e dalle sue pratiche.

Trovare le forme adeguate per mettere mano fecondamente a questo esercizio è il compito che il Colloquio lascia in mano alla Congregazione, sapendo che non deve svolgerlo tutto lei perché può far conto su tutta una serie di approcci e legami che la possono sostenere in questo rilancio e rivisitazione della propria spiritualità.


[1] Le relazioni sono state tenute da: F. Metzger (Lucerna); E. Pahud de Mortanges (Freiburg); D. Morgan (Duke University); A. Viola (Trento); S. Laube (Berlino); D. Sidler (Basilea); M. Antonia Herradon Figueroa (Madrid); P. Airiau (Parigi); F. Purwanto (Yogyakarta); S. Baier-D. Troxler (Lucerna); M. Neri (Modena-Milano); card. J. Tolentino Mendonça (Roma); J. van den Hengel (Ottawa); N. Steeves (Roma).
[2] Ringrazio la professoressa Metzeger per avermi messo a disposizione le sue note conclusive, nelle quali ha delineato le prospettive centrali del possibile lavoro da compiere intorno alla devozione al Sacro Cuore nel contesto contemporaneo.

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