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2. Essenza della Liturgia (Parte Prima).

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Culmen et Fons
Culmen et Fons

Il Concilio Vaticano II – come noto –  non ha dato una definizione di liturgia che rispettasse canoni teologici precisi o ben delineati: non era nei suoi intenti; tuttavia, per un retto intendimento della materia liturgica la cosa migliore è partire proprio dalle affermazioni del Valicano II e precisamente dalla costituzione sulla liturgia, Sacrosanctum Concilium, del 4 dicembre 1963, risultato di un dibattito durato decenni. Le ultime due frasi dell’art. 7 possono essere considerate, dal punto di vista teologico, come affermazioni fondamentali: «Giustamente perciò la liturgia è ritenuta quell’esercizio dell’ufficio sacerdotale di Gesù Cristo mediante il quale con segni sensibili viene significata e, in modo proprio a ciascuno, realizzata la santificazione dell’uomo, e viene esercitato dal corpo mistico di Gesù Cristo, cioè dal capo e dalle sue membra, il culto pubblico integrale. Perciò ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo corpo, che è la chiesa, è azione sacra per eccellenza, e nessun’altra azione della chiesa ne uguaglia l’efficacia allo stesso titolo e allo stesso grado» (SC 7).

È assolutamente evidente che, nella liturgia, non sono in gioco forze o sforzi meramente umani, quantomeno non solo quelli; ma “tutta” la dinamica della redenzione – compiuta da Dio in Gesù Cristo per mezzo dello Spirito Santo – che continua a operare. «Come il Cristo fu inviato dal Padre, così anch’egli ha inviato gli apostoli, ripieni di Spirito Santo, non solo perché predicassero il vangelo a tutti gli uomini […], ma anche perché attuassero [exercerent], per mezzo del sacrificio e dei sacramenti, sui quali s’impernia tutta la vita liturgica, l’opera della salvezza che annunziavano» (SC 6). «Per realizzare un’opera così grande, Cristo è sempre presente nella sua chiesa, e in modo speciale nelle azioni liturgiche» (SC 7).

Da queste affermazioni emerge che nella liturgia l’iniziativa parte da Dio, che in essa la storia della salvezza continua in linea diretta e che protagonista e attore principale della liturgia è il sommo sacerdote Cristo. La liturgia dunque, è primariamente un evento correlato alla grazia, sia nella proclamazione del messaggio divino sia nei sacramenti (misteri), con il mistero pasquale di Cristo in essi “ripresentato”. Scopo è la santificazione dell’uomo, il quale è chiamato alla divinizzazione: a farsi come Dio (Theopoiesis).

L’uomo però, nell’azione liturgica, non riveste un ruolo meramente passivo o di secondo piano. A lui, è richiesta anzitutto la disponibilità a saper ascoltare e a credere, ad ubbidire e ad agire secondo le sue possibilità. La parola di Dio lo spinge alla risposta, l’amore di Dio a contraccambiarlo attraverso la lode riconoscente.

Questa dinamica, inevitabilmente, dal singolo si propaga a tutta la comunità dei credenti, tanto che, all’azione salvifica di Dio, risponde la lode dell’intera chiesa, alla quale si associa Cristo. In tal senso allora, si scoprono due dinamiche, una discendente e una ascendente: quella di Dio verso la chiesa e quella della chiesa verso Dio.

Se Cristo viene indicato come il primo agente, il primo soggetto della liturgia, possiamo ben indicare la chiesa quale suo secondo agente, un secondo soggetto attivo. Del resto va qui considerato che la chiesa non può mai agire senza Cristo, suo capo. Su questo sfondo una prima definizione può essere la seguente: la liturgia è l’operare congiuntamente del sommo sacerdote Cristo e della sua chiesa per la santificazione dell’uomo e la glorificazione del Padre celeste. Giustamente ciò è stato designato anche come «dialogo tra Dio e gli uomini». Quindi la liturgia non è un percorso a senso unico, bensì un sacrum commercium, un santo scambio.

Giuseppe Gravante

in collaborazione con www.santamariadegliangeli.com

G. Gravante
Teologo della Liturgia. È docente di Liturgia presso l'Istituto di Musica Sacra e presso l'Istituto per la formazione laicale "J. Ratzinger" della Diocesi di Termoli-Larino. Nell'Arcidiocesi di Chieti-Vasto, è docente di Religione Cattolica. Ha studiato Filosofia e Teologia presso la Pontificia Università Lateranense; Archivistica Storica e Biblioteconomia presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e ha approfondito la propria formazione liturgica (attraverso seminari e corsi) presso i Pontifici Istituti Liturgici di "S. Anselmo" in Roma e di "S. Giustina" in Padova. È direttore del sito web di cultura e informazione cattolica SpeSalvi.it; collabora con diverse testate online di natura filosofico-teologico e con testate giornalistiche locali. Per Tau Editrice (febbraio 2016): Culmine e Fonte. L’evoluzione della Messa dal Concilio di Trento alla riforma del Vaticano II.

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Il Concilio Vaticano II – come noto –  non ha dato una definizione di liturgia che rispettasse canoni teologici precisi o ben delineati: non era nei suoi intenti; tuttavia, per un retto intendimento della materia liturgica la cosa migliore è partire proprio dalle affermazioni del Valicano II e precisamente dalla costituzione sulla liturgia, Sacrosanctum Concilium, del 4 dicembre 1963, risultato di un dibattito durato decenni. Le ultime due frasi dell’art. 7 possono essere considerate, dal punto di vista teologico, come affermazioni fondamentali: «Giustamente perciò la liturgia è ritenuta quell’esercizio dell’ufficio sacerdotale di Gesù Cristo mediante il quale con segni sensibili viene significata e, in modo proprio a ciascuno, realizzata la santificazione dell’uomo, e viene esercitato dal corpo mistico di Gesù Cristo, cioè dal capo e dalle sue membra, il culto pubblico integrale. Perciò ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo corpo, che è la chiesa, è azione sacra per eccellenza, e nessun’altra azione della chiesa ne uguaglia l’efficacia allo stesso titolo e allo stesso grado» (SC 7).

È assolutamente evidente che, nella liturgia, non sono in gioco forze o sforzi meramente umani, quantomeno non solo quelli; ma “tutta” la dinamica della redenzione – compiuta da Dio in Gesù Cristo per mezzo dello Spirito Santo – che continua a operare. «Come il Cristo fu inviato dal Padre, così anch’egli ha inviato gli apostoli, ripieni di Spirito Santo, non solo perché predicassero il vangelo a tutti gli uomini […], ma anche perché attuassero [exercerent], per mezzo del sacrificio e dei sacramenti, sui quali s’impernia tutta la vita liturgica, l’opera della salvezza che annunziavano» (SC 6). «Per realizzare un’opera così grande, Cristo è sempre presente nella sua chiesa, e in modo speciale nelle azioni liturgiche» (SC 7).

Da queste affermazioni emerge che nella liturgia l’iniziativa parte da Dio, che in essa la storia della salvezza continua in linea diretta e che protagonista e attore principale della liturgia è il sommo sacerdote Cristo. La liturgia dunque, è primariamente un evento correlato alla grazia, sia nella proclamazione del messaggio divino sia nei sacramenti (misteri), con il mistero pasquale di Cristo in essi “ripresentato”. Scopo è la santificazione dell’uomo, il quale è chiamato alla divinizzazione: a farsi come Dio (Theopoiesis).

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L’uomo però, nell’azione liturgica, non riveste un ruolo meramente passivo o di secondo piano. A lui, è richiesta anzitutto la disponibilità a saper ascoltare e a credere, ad ubbidire e ad agire secondo le sue possibilità. La parola di Dio lo spinge alla risposta, l’amore di Dio a contraccambiarlo attraverso la lode riconoscente.

Questa dinamica, inevitabilmente, dal singolo si propaga a tutta la comunità dei credenti, tanto che, all’azione salvifica di Dio, risponde la lode dell’intera chiesa, alla quale si associa Cristo. In tal senso allora, si scoprono due dinamiche, una discendente e una ascendente: quella di Dio verso la chiesa e quella della chiesa verso Dio.

Se Cristo viene indicato come il primo agente, il primo soggetto della liturgia, possiamo ben indicare la chiesa quale suo secondo agente, un secondo soggetto attivo. Del resto va qui considerato che la chiesa non può mai agire senza Cristo, suo capo. Su questo sfondo una prima definizione può essere la seguente: la liturgia è l’operare congiuntamente del sommo sacerdote Cristo e della sua chiesa per la santificazione dell’uomo e la glorificazione del Padre celeste. Giustamente ciò è stato designato anche come «dialogo tra Dio e gli uomini». Quindi la liturgia non è un percorso a senso unico, bensì un sacrum commercium, un santo scambio.

Giuseppe Gravante

in collaborazione con www.santamariadegliangeli.com

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Teologo della Liturgia. È docente di Liturgia presso l'Istituto di Musica Sacra e presso l'Istituto per la formazione laicale "J. Ratzinger" della Diocesi di Termoli-Larino. Nell'Arcidiocesi di Chieti-Vasto, è docente di Religione Cattolica. Ha studiato Filosofia e Teologia presso la Pontificia Università Lateranense; Archivistica Storica e Biblioteconomia presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e ha approfondito la propria formazione liturgica (attraverso seminari e corsi) presso i Pontifici Istituti Liturgici di "S. Anselmo" in Roma e di "S. Giustina" in Padova. È direttore del sito web di cultura e informazione cattolica SpeSalvi.it; collabora con diverse testate online di natura filosofico-teologico e con testate giornalistiche locali. Per Tau Editrice (febbraio 2016): Culmine e Fonte. L’evoluzione della Messa dal Concilio di Trento alla riforma del Vaticano II.

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