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12. Lo scambio liturgico nel medioevo.

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Culmen et Fons
Culmen et Fons

 

A partire dal VII secolo, in Europa – soprattutto nelle regioni d’oltralpe – inizia un ampio processo di fusione tra la liturgia romana e quella gallico-franca; infatti, è possibile parlare di secoli di transizione. Gli spunti vennero dati sia dal generale apprezzamento verso la chiesa romana (data la sua origine petrina), sia da una diffusa insicurezza e insoddisfazione del multiforme tipo liturgico gallicano. Per il vescovo missionario Bonifacio, l’intento principale, risiedeva nell’unire più saldamente le stirpi germaniche a Roma e alla sua liturgia. Un intento del genere caratterizza anche gli sforzi del re Pipino, che nell’anno 754, prescrive che la liturgia romana sia il paradigma di tutto il suo regno. Carlo Magno poi, porterà a compimento tale opera attraverso leggi simili negli anni 785-786.

Tuttavia, va detto, che ciò che venne adottato, fin da subito corrispondeva a forme già mescolate con elementi gallicani, conoscendo in seguito ulteriori adattamenti e trasformazioni. Tutto ciò è evidente specialmente nella predilezione per forme drammatizzate, per la moltiplicazione e il prolungamento delle preghiere e dei riti, nonché elementi soggettivi che si trovano in numerose preghiere silenziose del vescovo e del sacerdote celebrante.

Alla fine dell’VIII secolo si introduce lentamente l’uso di recitare il Canone della Messa (la Preghiera eucaristica) ormai solo sottovoce. Ciò è motivato dal fatto che il sacerdote entra “nell’intimo” del santuario e le parole sacre devono essere custodite dalla profanazione. Ai fedeli si insegna a vedere oltre, a cogliere ogni minuzia liturgica nel suo significato profondo che oggi risulta fittizio e del tutto artificiale. Principali rappresentanti di questa interpretazione allegorica furono, nell’epoca carolingia, Alcuino e il suo discepolo Amalario, vescovo di Metz, che furono anche i principali consiglieri di Carlo Magno.

Mentre gli antichi libri liturgici romani contengono quasi solo testi, ma nessuna descrizione dello svolgimento del rito, sorgono lentamente anche istruzioni per la regìa che oggi si potrebbero designare come libretti di rubriche o di cerimonie: allora però si chiamavano Ordines (ordinamenti). Tra essi, a fatica, se ne possono scoprire pochi romani e spesso mescolati a quelli gallicani. Questi, riuniti insieme, originano libri liturgici paragonabili a dei compendi, su tutti il Pontificale romano-germanico.

Poiché nel IX secolo e nella prima metà del X a malapena si producevano ancora manoscritti, si accolsero a Roma opere di tal genere e le si ricompilarono supponendone l’autenticità liturgica romana e tale lavoro fu fatto soprattutto con il Pontificale romano-germanico stesso. La liturgia romana di un tempo muta d’abito, si veste di colorazioni gallico-franche fino ad assumere connotati di liturgia unitaria nell’Occidente.

In questo periodo, infine, anche l’architettura liturgica, sotto i carolingi e gli ottoni, conobbe un poderoso incremento, che verso il 1100, nell’epoca del Romanico, cercò di raggiungere un primo punto culminante.

Giuseppe Gravante

in collaborazione con www.santamariadegliangeli.com

G. Gravante
Teologo della Liturgia. È docente di Liturgia presso l'Istituto di Musica Sacra e presso l'Istituto per la formazione laicale "J. Ratzinger" della Diocesi di Termoli-Larino. Nell'Arcidiocesi di Chieti-Vasto, è docente di Religione Cattolica. Ha studiato Filosofia e Teologia presso la Pontificia Università Lateranense; Archivistica Storica e Biblioteconomia presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e ha approfondito la propria formazione liturgica (attraverso seminari e corsi) presso i Pontifici Istituti Liturgici di "S. Anselmo" in Roma e di "S. Giustina" in Padova. È direttore del sito web di cultura e informazione cattolica SpeSalvi.it; collabora con diverse testate online di natura filosofico-teologico e con testate giornalistiche locali. Per Tau Editrice (febbraio 2016): Culmine e Fonte. L’evoluzione della Messa dal Concilio di Trento alla riforma del Vaticano II.
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A partire dal VII secolo, in Europa – soprattutto nelle regioni d’oltralpe – inizia un ampio processo di fusione tra la liturgia romana e quella gallico-franca; infatti, è possibile parlare di secoli di transizione. Gli spunti vennero dati sia dal generale apprezzamento verso la chiesa romana (data la sua origine petrina), sia da una diffusa insicurezza e insoddisfazione del multiforme tipo liturgico gallicano. Per il vescovo missionario Bonifacio, l’intento principale, risiedeva nell’unire più saldamente le stirpi germaniche a Roma e alla sua liturgia. Un intento del genere caratterizza anche gli sforzi del re Pipino, che nell’anno 754, prescrive che la liturgia romana sia il paradigma di tutto il suo regno. Carlo Magno poi, porterà a compimento tale opera attraverso leggi simili negli anni 785-786.

Tuttavia, va detto, che ciò che venne adottato, fin da subito corrispondeva a forme già mescolate con elementi gallicani, conoscendo in seguito ulteriori adattamenti e trasformazioni. Tutto ciò è evidente specialmente nella predilezione per forme drammatizzate, per la moltiplicazione e il prolungamento delle preghiere e dei riti, nonché elementi soggettivi che si trovano in numerose preghiere silenziose del vescovo e del sacerdote celebrante.

Alla fine dell’VIII secolo si introduce lentamente l’uso di recitare il Canone della Messa (la Preghiera eucaristica) ormai solo sottovoce. Ciò è motivato dal fatto che il sacerdote entra “nell’intimo” del santuario e le parole sacre devono essere custodite dalla profanazione. Ai fedeli si insegna a vedere oltre, a cogliere ogni minuzia liturgica nel suo significato profondo che oggi risulta fittizio e del tutto artificiale. Principali rappresentanti di questa interpretazione allegorica furono, nell’epoca carolingia, Alcuino e il suo discepolo Amalario, vescovo di Metz, che furono anche i principali consiglieri di Carlo Magno.

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Mentre gli antichi libri liturgici romani contengono quasi solo testi, ma nessuna descrizione dello svolgimento del rito, sorgono lentamente anche istruzioni per la regìa che oggi si potrebbero designare come libretti di rubriche o di cerimonie: allora però si chiamavano Ordines (ordinamenti). Tra essi, a fatica, se ne possono scoprire pochi romani e spesso mescolati a quelli gallicani. Questi, riuniti insieme, originano libri liturgici paragonabili a dei compendi, su tutti il Pontificale romano-germanico.

Poiché nel IX secolo e nella prima metà del X a malapena si producevano ancora manoscritti, si accolsero a Roma opere di tal genere e le si ricompilarono supponendone l’autenticità liturgica romana e tale lavoro fu fatto soprattutto con il Pontificale romano-germanico stesso. La liturgia romana di un tempo muta d’abito, si veste di colorazioni gallico-franche fino ad assumere connotati di liturgia unitaria nell’Occidente.

In questo periodo, infine, anche l’architettura liturgica, sotto i carolingi e gli ottoni, conobbe un poderoso incremento, che verso il 1100, nell’epoca del Romanico, cercò di raggiungere un primo punto culminante.

Giuseppe Gravante

in collaborazione con www.santamariadegliangeli.com

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G. Gravante
Teologo della Liturgia. È docente di Liturgia presso l'Istituto di Musica Sacra e presso l'Istituto per la formazione laicale "J. Ratzinger" della Diocesi di Termoli-Larino. Nell'Arcidiocesi di Chieti-Vasto, è docente di Religione Cattolica. Ha studiato Filosofia e Teologia presso la Pontificia Università Lateranense; Archivistica Storica e Biblioteconomia presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e ha approfondito la propria formazione liturgica (attraverso seminari e corsi) presso i Pontifici Istituti Liturgici di "S. Anselmo" in Roma e di "S. Giustina" in Padova. È direttore del sito web di cultura e informazione cattolica SpeSalvi.it; collabora con diverse testate online di natura filosofico-teologico e con testate giornalistiche locali. Per Tau Editrice (febbraio 2016): Culmine e Fonte. L’evoluzione della Messa dal Concilio di Trento alla riforma del Vaticano II.
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