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HomeRubricheCulmen et Fons11. Le liturgie occidentali.

11. Le liturgie occidentali.

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Culmen et Fons
Culmen et Fons

 

In Occidente si sviluppano due tipi di liturgie, ognuna di grande rilevanza: quella nordafricano-romana e quella gallicana.

Agostino, attraverso i suoi scritti, ci fa pervenire notizie abbastanza dettagliate sulla forma della liturgia nordafricana. La lingua scelta, sin dall’inizio, fu il latino, a differenza dell’Urbe dove il greco della koinè resistette fino al IV secolo. Da un sinodo tenutosi a Ippona nell’anno 393 sappiamo che le singole diocesi non erano accomunate dalla presenza di testi unitari. Piuttosto, ogni vescovo, preferiva servirsi di testi eucologici di propria composizione o talvolta di lavori altrui; tuttavia, questi, venivano prima sottoposti al vaglio di confratelli competenti. C’è da dire poi, che in merito alla struttura complessiva, principalmente della messa e dell’anno liturgico, permane una forte affinità con la liturgia romana.

Di quest’ultima conosciamo, precisamente per il periodo che va dal IV al VI secolo, diverse peculiarità; tuttavia – inaspettatamente – i testi liturgici veri e propri vengono trasmessi relativamente tardi. Il documento più antico è il Sacramentarium Veronense, viene anche identificato con il nome di Sacramentarium Leonianum, il manoscritto è conservato nella Biblioteca Capitolare di Verona, codice 85 (prima: 80). Copiato nel primo quarto del VII secolo, si presenta come una raccolta privata e spesso disordinata di formulari relativi alla Messa ed altre celebrazioni, ovviamente anteriori alla elaborazione del codice stesso. In una fase iniziale, trattasi di cosiddetti libelli missarum che entrano nella compilazione dello pseudo-sacramentario tra il 558/560 e il 590, dunque prima degli anni di pontificato di Gregorio Magno (590-604). A torto viene attribuito a Leone Magno (440-461), anche se si può e si deve ammettere che alcune formule possano essere di sua mano. I mesi da gennaio ad aprile, comprese la Quaresima e la festa di Pasqua, non sono contenuti. Il più antico sacramentario che ci è noto, il Codex Vaticanus Reginensis Latinus 316, fu concepito come libro in più parti a uso del presidente della celebrazione; fu attribuito a papa Gelasio I (492-496) e per questo viene anche chiamato “Gelasiano antico”. Fu pubblicato nel 1680 dal cardinale Tomasi (1649-1713), secondo un manoscritto della metà dell’VIII secolo. Si tratta di un sacramentario di tipo presbiterale, forse originario della chiesa di S. Pietro in Vincoli in Roma, durante il VII secolo. Rielaborato successivamente nei paesi gallico-franchi nel corso dell’VIII secolo. Contiene, come già detto, formulari per la presidenza delle celebrazioni liturgiche, eucaristiche e non. Il Sacramentario Gregoriano venne attribuito a papa Gregorio I (590-604), ma a dire il vero è probabilmente sorto solo sotto Onorio I (625-638) come sacramentario annuale per le liturgie papali (liturgie-stazionali). Papa Adriano I (772-795) ne inviò un esemplare rimaneggiato all’imperatore Carlo Magno. Per le necessità della chiesa franca esso venne provvisto di un supplemento (Supplementum) ad opera di Benedetto di Aniane. Sorsero poi, a partire dall’VIII secolo, numerose forme miste che vengono designate anche come Gelasiani recenti.

Nonostante l’epoca relativamente tarda in cui sono sorti i sacramentari romani, la ricerca ha dimostrato che taluni testi risalgono a Leone I, altri ai papi Gelasio I e Vigilio (537-555). Gregorio I acquistò particolari meriti nel riordinamento della liturgia romana. In tutte le antiche preghiere troviamo un linguaggio conciso, obiettivo e quasi giuridico, il rifiuto di ogni caratterizzazione poetica e sentimentale del rito. Questo tipo di linguaggio si ispirava all’apprezzatissima retorica romana del tempo.

Al tipo liturgico gallicano appartengono invece, tutti i riti occidentali fuori dell’ambiente romano. Nonostante le evidenti diversità, essi concordano nel fatto di essere influenzati fortemente dai riti orientali, specialmente da quello bizantino; la lingua (latina) è molto concionata e colorita: il cerimoniale più drammatico. Per effetto della reazione antiariana le preghiere, contrariamente all’abitudine romana, spesso si rivolgono direttamente a Cristo.

In particolare distinguiamo:

L’antica liturgia ispanica, detta anche gotico-occidentale o liturgia mozarabica. L’antica liturgia della Gallia o gallicana, ricca di particolarità locali poiché mancante di un centro preminente e unificatore. La liturgia celtica presso gli irlandesi, gli scozzesi e nel Galles, fortemente caratterizzata da elementi ispanici, gallicani e anche romani. La liturgia milanese, praticata ancor oggi in tutta la provincia ecclesiastica di Milano. Solo nell’VIII secolo essa fu fatta risalire a sant’Ambrogio (340-397) e perciò è detta anche liturgia ambrosiana. Sulla sua forma più antica numerose particolarità ci vengono riferite dagli scritti di Ambrogio, De mysteriis e De sacramentis. Il Canone è essenzialmente quello romano, inoltre si trovano molti elementi in comune con la liturgia gallicana.

Giuseppe Gravante

in collaborazione con www.santamariadegliangeli.com

G. Gravante
Teologo della Liturgia. È docente di Liturgia presso l'Istituto di Musica Sacra e presso l'Istituto per la formazione laicale "J. Ratzinger" della Diocesi di Termoli-Larino. Nell'Arcidiocesi di Chieti-Vasto, è docente di Religione Cattolica. Ha studiato Filosofia e Teologia presso la Pontificia Università Lateranense; Archivistica Storica e Biblioteconomia presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e ha approfondito la propria formazione liturgica (attraverso seminari e corsi) presso i Pontifici Istituti Liturgici di "S. Anselmo" in Roma e di "S. Giustina" in Padova. È direttore del sito web di cultura e informazione cattolica SpeSalvi.it; collabora con diverse testate online di natura filosofico-teologico e con testate giornalistiche locali. Per Tau Editrice (febbraio 2016): Culmine e Fonte. L’evoluzione della Messa dal Concilio di Trento alla riforma del Vaticano II.
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11. Le liturgie occidentali.

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In Occidente si sviluppano due tipi di liturgie, ognuna di grande rilevanza: quella nordafricano-romana e quella gallicana.

Agostino, attraverso i suoi scritti, ci fa pervenire notizie abbastanza dettagliate sulla forma della liturgia nordafricana. La lingua scelta, sin dall’inizio, fu il latino, a differenza dell’Urbe dove il greco della koinè resistette fino al IV secolo. Da un sinodo tenutosi a Ippona nell’anno 393 sappiamo che le singole diocesi non erano accomunate dalla presenza di testi unitari. Piuttosto, ogni vescovo, preferiva servirsi di testi eucologici di propria composizione o talvolta di lavori altrui; tuttavia, questi, venivano prima sottoposti al vaglio di confratelli competenti. C’è da dire poi, che in merito alla struttura complessiva, principalmente della messa e dell’anno liturgico, permane una forte affinità con la liturgia romana.

Di quest’ultima conosciamo, precisamente per il periodo che va dal IV al VI secolo, diverse peculiarità; tuttavia – inaspettatamente – i testi liturgici veri e propri vengono trasmessi relativamente tardi. Il documento più antico è il Sacramentarium Veronense, viene anche identificato con il nome di Sacramentarium Leonianum, il manoscritto è conservato nella Biblioteca Capitolare di Verona, codice 85 (prima: 80). Copiato nel primo quarto del VII secolo, si presenta come una raccolta privata e spesso disordinata di formulari relativi alla Messa ed altre celebrazioni, ovviamente anteriori alla elaborazione del codice stesso. In una fase iniziale, trattasi di cosiddetti libelli missarum che entrano nella compilazione dello pseudo-sacramentario tra il 558/560 e il 590, dunque prima degli anni di pontificato di Gregorio Magno (590-604). A torto viene attribuito a Leone Magno (440-461), anche se si può e si deve ammettere che alcune formule possano essere di sua mano. I mesi da gennaio ad aprile, comprese la Quaresima e la festa di Pasqua, non sono contenuti. Il più antico sacramentario che ci è noto, il Codex Vaticanus Reginensis Latinus 316, fu concepito come libro in più parti a uso del presidente della celebrazione; fu attribuito a papa Gelasio I (492-496) e per questo viene anche chiamato “Gelasiano antico”. Fu pubblicato nel 1680 dal cardinale Tomasi (1649-1713), secondo un manoscritto della metà dell’VIII secolo. Si tratta di un sacramentario di tipo presbiterale, forse originario della chiesa di S. Pietro in Vincoli in Roma, durante il VII secolo. Rielaborato successivamente nei paesi gallico-franchi nel corso dell’VIII secolo. Contiene, come già detto, formulari per la presidenza delle celebrazioni liturgiche, eucaristiche e non. Il Sacramentario Gregoriano venne attribuito a papa Gregorio I (590-604), ma a dire il vero è probabilmente sorto solo sotto Onorio I (625-638) come sacramentario annuale per le liturgie papali (liturgie-stazionali). Papa Adriano I (772-795) ne inviò un esemplare rimaneggiato all’imperatore Carlo Magno. Per le necessità della chiesa franca esso venne provvisto di un supplemento (Supplementum) ad opera di Benedetto di Aniane. Sorsero poi, a partire dall’VIII secolo, numerose forme miste che vengono designate anche come Gelasiani recenti.

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Nonostante l’epoca relativamente tarda in cui sono sorti i sacramentari romani, la ricerca ha dimostrato che taluni testi risalgono a Leone I, altri ai papi Gelasio I e Vigilio (537-555). Gregorio I acquistò particolari meriti nel riordinamento della liturgia romana. In tutte le antiche preghiere troviamo un linguaggio conciso, obiettivo e quasi giuridico, il rifiuto di ogni caratterizzazione poetica e sentimentale del rito. Questo tipo di linguaggio si ispirava all’apprezzatissima retorica romana del tempo.

Al tipo liturgico gallicano appartengono invece, tutti i riti occidentali fuori dell’ambiente romano. Nonostante le evidenti diversità, essi concordano nel fatto di essere influenzati fortemente dai riti orientali, specialmente da quello bizantino; la lingua (latina) è molto concionata e colorita: il cerimoniale più drammatico. Per effetto della reazione antiariana le preghiere, contrariamente all’abitudine romana, spesso si rivolgono direttamente a Cristo.

In particolare distinguiamo:

L’antica liturgia ispanica, detta anche gotico-occidentale o liturgia mozarabica. L’antica liturgia della Gallia o gallicana, ricca di particolarità locali poiché mancante di un centro preminente e unificatore. La liturgia celtica presso gli irlandesi, gli scozzesi e nel Galles, fortemente caratterizzata da elementi ispanici, gallicani e anche romani. La liturgia milanese, praticata ancor oggi in tutta la provincia ecclesiastica di Milano. Solo nell’VIII secolo essa fu fatta risalire a sant’Ambrogio (340-397) e perciò è detta anche liturgia ambrosiana. Sulla sua forma più antica numerose particolarità ci vengono riferite dagli scritti di Ambrogio, De mysteriis e De sacramentis. Il Canone è essenzialmente quello romano, inoltre si trovano molti elementi in comune con la liturgia gallicana.

Giuseppe Gravante

in collaborazione con www.santamariadegliangeli.com

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G. Gravante
Teologo della Liturgia. È docente di Liturgia presso l'Istituto di Musica Sacra e presso l'Istituto per la formazione laicale "J. Ratzinger" della Diocesi di Termoli-Larino. Nell'Arcidiocesi di Chieti-Vasto, è docente di Religione Cattolica. Ha studiato Filosofia e Teologia presso la Pontificia Università Lateranense; Archivistica Storica e Biblioteconomia presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e ha approfondito la propria formazione liturgica (attraverso seminari e corsi) presso i Pontifici Istituti Liturgici di "S. Anselmo" in Roma e di "S. Giustina" in Padova. È direttore del sito web di cultura e informazione cattolica SpeSalvi.it; collabora con diverse testate online di natura filosofico-teologico e con testate giornalistiche locali. Per Tau Editrice (febbraio 2016): Culmine e Fonte. L’evoluzione della Messa dal Concilio di Trento alla riforma del Vaticano II.
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